Società

Perché tante strette di mano?

Un gesto antichissimo, che ha cambiato più volte di significato - Un libro ne racconta la storia
Dario Campione
01.02.2026 10:30

La pandemia di Covid, che abbiamo volutamente deciso di dimenticare troppo presto, aveva indotto molti di noi ad approfondire il significato e il valore del contatto fisico e a ragionare - come mai avevamo fatto prima - sulla prossemica, il modo di porsi nello spazio occupato anche da altre persone.

Alcuni dei gesti più naturali nel nostro mondo simbolico erano diventati improvvisamente tabù: l’abbraccio, ad esempio; il bacio o la stretta di mano. Costringendoci a ripescare in altre culture modi e forme diverse di saluto: il namasté dell’India o il tai wai thailandese, con le mani giunte in forma di preghiera all’altezza del mento, del petto o della fronte; il sorriso e l’inchino; il gong shou cinese, ovvero il pugno contro il proprio palmo; il piede contro piede di Wuhan - la città da cui era partita la nuova peste - reso popolare da un balletto su Tik Tok; e il gomito contro gomito.

Un emoji aveva fissato sugli smartphone anche il saluto di benedizione tipico del pianeta Vulcano, la V a quattro dita aperte, di solide radici ebraiche ma resa popolare dall’ufficiale scientifico ed esecutivo dell’Enterprise, S’chn T’gai Spock, sin dalla prima serie di Star Trek.

«Forse - ha scritto qualcuno - non sarebbe stata una cattiva idea ibridarci con i tibetani, che congiungono le mani al petto e mostrano la lingua. In tempi bui di barbari e svalvolati, ci saremmo garantiti reciprocamente di non essere posseduti da demoni».

Il pannello assiro

Sulla scorta dei cambiamenti indotti dal Covid, il linguista Massimo Arcangeli ha dedicato proprio alla stretta di mano un saggio ricchissimo di rimandi storici, artistici e letterari. Un libro insieme divertente e colto.

La più antica stretta di mano di cui c’è una testimonianza nella storia della civiltà occidentale, scrive Arcangeli, è forse quella «fra il re assiro Sulmanu-asaridu III (o Shalmaneser) e il re babilonese Marduk-zâkir-šumi I, che nell’850 a. C. aveva chiesto aiuto per sedare una rivolta capeggiata dal fratello minore Marduk-bēl-ušati. Sulmanu regnò dall’859 all’824, Marduk invece dall’855 all’819. Ad accompagnarli, nel pannello frontale della pedana del trono del sovrano assiro che li vede immortalati nella presa - un manufatto del IX secolo a. C. conservato a Baghdad - sono probabilmente i principi ereditari e futuri sovrani, Shamshi-Adad V (824-811) e Marduk-balāssu-iqbi (819-813)».

Greci e Romani

Nell’antica Grecia il termine per indicare la stretta di mano era dexíôsis, scrive ancora Arcangeli, un derivato del verbo dexióomai, «dare la destra». I Romani, invece, usavano fare riferimento alla dextrarum iunctio, la cui origine era quasi certamente cerimoniale: «In un reperto pittorico trovato all’interno dell’area archeologica di Ostia Antica, in quel che resta di un bassorilievo conservato a Napoli, e su un sarcofago paleocristiano del IV sec. d.C. ospitato in una cappella accessibile dall’interno del duomo di Tolentino, due personaggi si tengono pudicamente per mano. È la dextrarum iunctio inter coniuges, il simbolico epilogo» di uno sposalizio in età romana».

La dextrarum iunctio, oltreché simboleggiare una promessa di fedeltà in un rito matrimoniale - e in altre situazioni - ed equivalere a un gesto di conciliazione (concordia) o a un’attestazione di lealtà o di fede, poteva dare espressione a un sentimento di pietà verso i defunti, venire associata alla stessa pietas in un contesto diverso da quello funerario, rappresentare un atto di benevolenza o di magnanimità (clementia), sancire - o ribadire, rinnovare - un’alleanza politica o militare, un legame di amicizia o un patto di ospitalità.

L’egualitarismo quacchero

«Momentaneamente ricacciata indietro, fra il XVI e il XVII secolo, dalle convenzioni formali, dalla rigida etichetta e dalle cerimoniose gerarchie rinascimentali e barocche, la stretta di mano come atto di saluto - ad avvio, conferma o riconferma di un rapporto fra pari - ebbe la sua incubazione in area anglosassone almeno a partire dal Cinquecento» e sostituì strutturalmente il baciamano, gli inchini e i salamelecchi vari.

Determinante, in questo senso, fu l’egalitarismo dei quaccheri, i quali «decisero di cominciare a salutarsi con una stretta di mano, poco dopo la metà del XVII secolo, proprio per un’urgenza di parificazione, sancendo, con l’adozione di quel gesto amichevole, il diritto di opporsi, in nome del rifiuto di gradazioni e diseguaglianze sociali», a ogni genere di deferenza. «Niente sir o madam, Lord o mister, master o Your Grace: solo friend. Fra ’700 e ’800, anche grazie alla vocazione all’informalità dei rapporti e alla confidenzialità dei toni proposti dai quaccheri, «la stretta di mano come forma di saluto, pur continuando a codificare precedenti valori (lealtà, amicizia, magnanimità, ecc.), avrebbe finito per imporsi». Stringere la mano, spiegò lo scrittore inglese Henry Siddons, è «un gesto ricco di significati, perché la mano è la lingua delle buone e cordiali intenzioni. (...) La mano è lo strumento generale della mente».

Il movimento operaio

Vale la pena, forse, di ricordare che i quaccheri erano gli «eredi dei levellers di John Lilburne, sconfitto da Oliver Cromwell nella prima fase della Rivoluzione Inglese (1642-1649) , nemici della vacua retorica e degli eccessi inautentici di forbitezza formale, grandi estimatori del parlar chiaro e diretto (plain speaking)».

Per l’antichità dell’atto e la nobiltà di alcuni suoi precedenti semantici, la stretta di mano era stata assimilata pure dal movimento operaio italiano fin dai suoi albori, con l’effetto di caricare di forza espressiva la traduzione («Libertà, uguaglianza, solidarietà») del celebre motto della Rivoluzione francese del 1789 («Liberté, egalité, fraternité»).

Non solo: la stretta di mano sarebbe stata fatta propria anche dalla massoneria e da molte altre associazioni segrete o società di mutuo soccorso. Ancora una volta, alla base della sua adozione da parte di partiti, movimenti, consorterie, comunità religiose o altro, prevaleva l’idea di stabilire, con un gesto preciso, un legame fra pari.

Mussolini e Trilussa

Legame che non piaceva molto, invece, a Benito Mussolini. Alla fine degli anni Trenta, il duce del fascismo italiano, in una frase riportata sul frontespizio di un «Foglio di disposizioni» (il numero 1128 del 5 agosto 1938) del Partito Nazionale Fascista, sottolineava: «Anche le strette di mano sono finite presso di noi: il saluto romano è più igienico, più estetico e più breve».

È difficile non ripensare a Trilussa e ai sonetti pubblicati nel 1929 nella raccolta intitolata Libro n. 9. Il primo, La stretta de mano, notissimo e a torto indicato come l’apologia del saluto romano.

Fa così:

Quela de dà la mano a chissesia
nun è certo un’usanza troppo bella:
te pô succede ch’hai da strigne quella
d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.
Deppiù la mano, asciutta o sudarella,
quanno ha toccato quarche porcheria,
contiè er bacillo d’una malatia
che t’entra in bocca e va ne le budella.
Invece, a salutà romanamente,
ce se guadagna un tanto co’ l’iggene
eppoi nun c’è pericolo de gnente.
Perché la mossa te viè a di’ in sostanza:
- Semo amiconi... se volemo bene...
ma restamo a una debbita distanza.

Il secondo, il cui titolo è proprio Er saluto romano, a chiarire l’avversione del poeta romano a un regime che lo sopportò sempre a stento, recita:

Parla un portiere
Er saluto me piace perché è bello,
e nessuno lo critica: ar contrario!
Ma se viè usato più der necessario
è come la levata de cappello.
S’io sto qui pe’ portiere e m’aranchello
a fa’ er pecione pe’ sbarcà er lunario,
mica è vero che faccio er leggionario,
che devo arzà la mano a quest’e a quello!
Eppoi chi s’è lagnato? Quer puzzone
de lo strozzino der seconno piano,
che fa er fascista pe’ speculazzione.
Io, però, che conosco l’idee sue,
un giorno o l’antro, invece d’una mano,
finisce che je l’arzo tutt’e due.

Questioni lessicali

In ogni caso, Paese che vai, usanza che trovi. Se per il francese - poignée de main, lo spagnolo - apretón o estrechón de manos, o il portoghese - aperto de mão, oltreché per l’italiano, «l’atto di dar la mano è l’esercizio di una pressione, di un’azione bloccante (una stretta o una presa), per l’inglese e il tedesco è una scossa, una scrollata, uno scuotimento: nel primo è handshake», e skake significa scuotere, rimestare; nel secondo, Händeschütteln, letteralmente agitare la mano.

I modi rivelano le persone

«Sono tanti i modi di stringere una mano», spiega Arcangeli nelle pagine finali del suo libro. E tutte in grado di raccontare qualcosa della persona che compie quel gesto.

«L’effetto pesce morto, ad esempio, riuscita di una presa flaccida, ancor più se l’arto è freddo e sudaticcio, comunica l’ansia, l’insicurezza, l’irresolutezza della persona che ci saluta così. Chi porge la mano col palmo all’insù (è la stretta del mendicante) manifesta a sua volta debolezza di carattere, o è incline all’obbedienza o alla sottomissione. Trasmette lo stato d’ansia del salutatore - o il suo agire frettoloso - anche una presa a pinza: l’autore del gesto, anziché afferrare tutta la mano, ne stringe le sole dita; se ti saluto invece a pompa, con movimenti verticali del braccio in rapida successione, mi rivelo una persona cordiale, espansiva, estroversa. Chi sceglie la modalità avvolgente, tra le prese più empatiche, stringendoci la mano con la destra e, con la sinistra, abbracciando la stretta (o viceversa), intende perlopiù trasmetterci l’amichevole o affettuoso messaggio che ci dobbiamo fidare di lui, che dobbiamo dargli credito, che non possiamo dubitare della sua sincerità. Chi opta per una presa dominante, per una stretta in cui la sua mano - il dorso volto all’insù, il palmo volto all’ingiù - sovrasta la nostra, vuole attestarci la sua autorità, comunicarci il suo potere, dimostrarci la superiorità del suo status (o del suo ruolo)». Un indiscusso campione di questo schema è, manco a dirlo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, «pronto nel rovesciarlo se la sua mano gli è utile a trattenere il recalcitrante malcapitato».

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