Più inflazione, meno crescita

L’aggiornamento delle previsioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), pubblicato a fine marzo, è inevitabilmente segnato in larga misura dalle possibili conseguenze dei conflitti bellici e in particolare della guerra di USA e Israele contro l’Iran. La tregua stabilita nei giorni scorsi ha riaperto le speranze di cessazione definitiva di questo nuovo scontro armato in Medio Oriente, ma vale la pena di vedere in ogni caso l’analisi dell’OCSE. Anzitutto perché lo scenario di base prevedeva già, implicitamente, una guerra non molto lunga contro Teheran; poi, perché anche nel caso di una fine reale del conflitto con l’Iran è richiesto comunque del tempo per smaltire le conseguenze negative di questo ulteriore capitolo bellico.
Lo scenario per i prezzi
Prendendo dunque lo scenario di base, che sembra il più probabile anche se incertezze rimangono sempre presenti, l’OCSE indica le sue previsioni per il 2026 e il 2027. In estrema sintesi, il quadro delineato è: più inflazione e meno crescita economica. Con un balzo dell’inflazione e un rallentamento economico quest’anno e una discesa dell’inflazione e una parziale ripresa economica l’anno prossimo. Naturalmente, ruoli centrali in questo quadro hanno i prezzi di petrolio e gas, spinti all’insù dalla nuova guerra, e le tensioni geopolitiche perduranti oltre che i dazi americani, che sono solo in parte rientrati e che restano una costante minaccia con l’Amministrazione Trump.
Per l’OCSE i Paesi del G20 nel complesso dovrebbero registrare un’inflazione del 4% quest’anno, in netto rialzo rispetto al 3,4% dell’anno scorso; l’anno prossimo il tasso dovrebbe poi scendere al 2,7%. Occorre ricordare che l’obiettivo delle maggiori banche centrali è una media annua di inflazione del 2%, obiettivo che in molti Paesi come si vede non sarà raggiunto. Negli Stati Uniti, dove all’effetto dei dazi si aggiunge il peso della guerra sui prezzi dell’energia, l’inflazione dovrebbe salire molto quest’anno, cioè al 4,2%, contro il 2,6% dell’anno scorso; nel 2027 dovrebbe poi calare all’1,6%. Nell’Eurozona questa è la serie indicata dall’OCSE: 2,1% nel 2025, 2,6% nel 2026, 2,1% nel 2027. In Svizzera secondo la SECO l’inflazione salirà un po’ rispetto allo 0,2% dell’anno scorso ma rimarrà bassa, anche grazie al franco forte: 0,4% quest’anno e 0,5% il prossimo.
Il PIL nei Paesi avanzati
Maggiore inflazione, tensioni geopolitiche comunque destinate a rimanere non piccole, dazi USA che frenano gli scambi, questi sono tutti fattori che creano maggiori incertezze per i consumi e gli investimenti e dunque rallentano la crescita economica. L’OCSE nello scenario di base non prevede una recessione internazionale ma una minor crescita nel 2026, questo sì. Il Prodotto interno lordo (PIL) mondiale dovrebbe aumentare del 2,9% quest’anno, contro il 3,3% dell’anno scorso; l’anno prossimo dovrebbe poi esserci una risalita al 3%. Guardando al versante delle economie avanzate, gli Stati Uniti, nonostante le affermazioni di Trump su una età dell’oro negli USA, dovrebbero rimanere in un trend di rallentamento: 2,1% nel 2025, 2% nel 2026, 1,7% nel 2027.
Il rallentamento della crescita per l’OCSE dovrebbe essere marcato quest’anno per l’Eurozona, con una buona ripresa dell’area però l’anno prossimo; questa la serie indicata: 1,4% nel 2025, 0,8% nel 2026, 1,2% nel 2027. Il Regno Unito dopo l’1,3% dell’anno scorso dovrebbe crescere quest’anno dello 0,7%, per poi risalire all’1,3% l’anno prossimo. Il Giappone dovrebbe passare dall’1,2% nel 2025 allo 0,9% nel 2026, per rimanere poi a questa percentuale anche nel 2027. Per la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), prendendo le cifre al netto degli eventi sportivi, la Svizzera ha registrato un 1,4% l’anno scorso e dovrebbe avere un 1% quest’anno e un 1,7% il prossimo.
Le economie emergenti
Veniamo al versante delle maggiori economie emergenti. A partire dalla Cina, che per l’OCSE nel 2025 ha avuto una crescita economica del 5% e che dovrebbe avere un 4,4% nel 2026 e un 4,3% nel 2027. L’India ha archiviato un 7,6% l’anno scorso e dovrebbe registrare un 6,1% quest’anno e un 6,4% il prossimo. Il Brasile dovrebbe scendere dal 2,5% nel 2025 all’1,5% nel 2026, per risalire al 2,1% nel 2027. La Russia, che ha anche gli effetti negativi della lunga guerra legata alla sua invasione dell’Ucraina, ha avuto una crescita dell’1% l’anno scorso e dovrebbe avere uno 0,6% quest’anno e uno 0,8% il prossimo. Il rallentamento economico quest’anno toccherà anche molte economie emergenti, che pure mantengono in una serie di casi ritmi di crescita più alti di quelli delle economie avanzate, dovendo per loro natura guadagnare più terreno rispetto a quest’ultime. Alcune grandi economie emergenti saranno anch’esse toccate quest’anno da aumenti dell’inflazione.
Ma la Svizzera è resiliente
Il 18 marzo scorso la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha reso note le sue nuove previsioni sulla Svizzera. In quel momento la guerra di USA e Israele contro l’Iran era già iniziata e quindi gli esperti della Confederazione hanno tenuto conto anche degli effetti che il nuovo conflitto aveva iniziato a produrre. Effetti che vanno a sommarsi alle incertezze su dazi americani e commerci mondiali, oltre che ai rischi legati all’indebitamento globale. Le previsioni sulla crescita elvetica sono state riviste al ribasso rispetto a quelle formulate nel dicembre scorso. La recente tregua con l’Iran potrebbe migliorare il quadro, ma lo scenario resta incerto e d’altronde alcuni effetti negativi della guerra ci saranno comunque nei prossimi mesi.
La tenuta
Nonostante la revisione al ribasso delle previsioni, la Svizzera continua a mostrare resilienza. Se confrontate con quelle di molti altri Paesi sviluppati, le cifre elvetiche sono ancora in una fascia di tenuta. Occorre d’altro canto tener presente il fatto che la Svizzera in rapporto alle sue dimensioni ha un Prodotto interno lordo (PIL) che da molto tempo è alto, le possibilità di crescita ulteriore si giocano quindi, anche nel migliore dei casi, entro certi argini. Ciò detto, la SECO prevede (dati al netto degli eventi sportivi) una crescita economica dell’1% nel 2026, dopo quella dell’1,4% nel 2025; nel 2027 l’aumento del PIL dovrebbe essere più consistente, pari all’1,7%. È chiaro che se il quadro internazionale dovesse peggiorare anche queste cifre andrebbero riviste al ribasso. Ma questo è lo scenario di base, dunque per ora il più probabile secondo la SECO.
Sul terreno dell’inflazione la Svizzera mantiene una posizione decisamente buona. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, collegato alla guerra in Medio Oriente, ha fatto salire il rincaro in tutto il mondo o quasi, ma ciò nonostante l’inflazione sta rimanendo bassa nella Confederazione. L’obiettivo della Banca nazionale svizzera (BNS) è restare nella fascia 0%-2% e questo in effetti è quanto sta accadendo. Dopo lo 0,2% registrato nel 2025, secondo la SECO si dovrebbe essere allo 0,4% nel 2026 e allo 0,5% nel 2027.
È previsto quindi un aumento del rincaro anche per la Svizzera, ma come si vede leggero. C’è chiaramente un contributo del franco, che con la sua forza aiuta la bassa inflazione. Se da un lato crea alcuni ostacoli all’export, dall’altro la moneta forte rende meno caro l’import e frena il rincaro. La BNS non vuole che il franco si apprezzi troppo e ha dichiarato di essere ancor più disponibile ad acquisti di valute estere allo scopo. Al tempo stesso è bene però che il franco non scenda troppo, per poter mantenere i vantaggi su import e inflazione.
Il lavoro
Considerando il rallentamento economico, sia mondiale sia nazionale, è purtroppo inevitabile che la disoccupazione cresca, dove più dove meno. Il mercato del lavoro recepisce con ritardi di mesi sia i rallentamenti sia i miglioramenti dell’economia, ma li recepisce. L’aumento della disoccupazione è negativo, naturalmente, ma occorre anche ricordare che il tasso svizzero dei senza lavoro resta tra i più bassi nel raffronto internazionale, sempre secondo i calcoli della SECO, che si basano sugli iscritti negli uffici di collocamento. Nel 2025 la disoccupazione elvetica è stata del 2,8% e le previsioni di Berna indicano che dovrebbe essere del 3% nel 2026; per il 2027 si prevede un ritorno al 2,8%. Se così sarà, si tratterà nel complesso di una certa tenuta elvetica anche sul versante del mercato del lavoro, tenendo conto del contesto complicato e in attesa di tempi migliori
