Più ritmo con l'algoritmo

Arbitri e segnalinee verranno sostituiti da automi, risolvendo una volta per tutte il problema degli insulti che i direttori di gara ricevono a ogni partita?
I portieri avranno così tante informazioni su come calciano i rigori gli avversari, chenon sapendo come muoversi, sulla linea di porta, spereranno di venire colpiti dal pallone?
E i tifosi, immersi nelle immagini sui grandi e piccoli schermi, a fine match si troveranno a chiedere: «Infine, chi ha poi vinto?».
Tre esiti «fantascientifici» evocati dal progetto Football AI presentato il 7 gennaio scorso alla Sphere di Las Vegas da Gianni Infantino, presidente della FIFA, e Yuanqing Yang, presidente di Lenovo, azienda leader della tecnologia, nell’ambito del Consumer Electronics Show (vedi a lato).
Gianni Infantino, presidente della FIFA dal 2016, in questi 10 anni una ne ha pensata e cento ne ha fatte. Successore di Sepp Blatter, ha portato la commercializzazione della FIFA a un livello ancora superiore rispetto al suo predecessore, globalizzando e moltiplicando su scala massiccia il business.
(Precursore di entrambi è stato però João Havelange. Con lui (1974-1998) la FIFA ha iniziato a pensare al calcio come grande business).
Dopo aver portato il Mondiale 2026 a 48 squadre, premiato il presidente degli Stati Uniti come uomo di pace, aumentato vertiginosamente i ricavi FIFA - si parla di 11 miliardi dollari per il ciclo 2023-2026 - ecco il progetto Football AI, un piccolo passo per Infantino, un grande salto per l’umanità.
Sull’argomento abbiamo raccolto i pareri di quattro attori diversamente coinvolti dal progetto. Sascha Kever, Presidente della Commissione arbitri dell’Associazione Svizzera di Football. Livio Bordoli, responsabile tecnico della Federazione Ticinese di Calcio. Paolo Ortelli, qui a rappresentare la voce dei tifosi. Pietro Veragouth, esperto di innovazioni tecnologiche dirompenti.
Per Sascha Kever, presidente della Commissione arbitri dell’ASF, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nel calcio non rappresenta una rottura improvvisa, ma «un’evoluzione naturale. L’IA fa parte della nostra quotidianità da anni, basti pensare agli algoritmi dei social network». Solo di recente, però, se ne è presa piena coscienza: «È dal 2022, con strumenti come ChatGPT, che questa tecnologia è entrata davvero nella percezione pubblica ed è fisiologico che abbia finito per coinvolgere anche il calcio. Credo sia la sfida della nostra generazione: testarla e valutarne l’impatto con pragmatismo».
Il tema, osserva Kever, va però oltre l’arbitraggio e tocca il senso stesso del gioco. «È una questione di visione strategica e di ciò che il pubblico desidera dal calcio. C’è chi lo accoglie con favore e chi mantiene una certa diffidenza. In linea teorica potremmo arrivare a un calcio totalmente automatizzato, dalle decisioni arbitrali alle scelte tattiche e atletiche: ma quel prodotto sarebbe ancora emozionante? Preferiamo guardare due campioni di scacchi o una partita tra due computer?».
Un alleato prezioso
In questo equilibrio delicato, l’IA trova un ruolo preciso. «È certamente un alleato prezioso per velocizzare decisioni oggettive, in particolare quelle millimetriche sul fuorigioco». Avatar 3D e fuorigioco semi-automatizzato, secondo Kever, devono essere letti soprattutto come strumenti di semplificazione. «Servono a ridurre i tempi decisionali». Per l’arbitro in campo l’impatto operativo sarà minimo, mentre «il vantaggio sarà enorme per la sala VAR, grazie a rilevazioni più rapide e precise anche nelle situazioni più critiche».
La FIFA parla di maggiore trasparenza: «Se la tecnologia produce immagini nitide e ricostruzioni indiscutibili, la chiarezza delle decisioni ne beneficia». Anche la Referee View lo affascina: «Permette allo spettatore di immedesimarsi nell’arbitro, vedendo ciò che vede lui». In un calcio sempre più veloce, «la perfezione umana resta statisticamente irraggiungibile, ma il supporto tecnico può aiutare».
Guardando al campionato svizzero, «seguiremo con attenzione l’evoluzione di questi strumenti e le direttive di IFAB e FIFA dopo i test internazionali. Una volta approvate, andranno valutati i benefici reali, insieme alle considerazioni finanziarie e di sostenibilità che non competono alla Commissione Arbitri, ma che coinvolgono direttamente la Swiss Football League e l’Associazione Svizzera di Football».
Per Livio Bordoli, direttore tecnico della Federazione ticinese di calcio, il punto non è tanto la sofisticazione dell’analisi quanto il suo uso. «Non direi che l’analisi tattica diventa più sofisticata in senso assoluto: l’IA offre soprattutto aiuti supplementari per conoscere meglio le proprie giocatrici e i propri giocatori e per studiare gli avversari».
Il problema, semmai, è noto da tempo: l’abbondanza dei dati. «Già dieci anni fa utilizzavamo sistemi che fornivano moltissimi numeri. La vera differenza non sta nella quantità dei dati, ma nella capacità di selezionare ciò che serve davvero e di interpretarlo correttamente».
Un aspetto spesso sottovalutato è anche la ricezione da parte di chi scende in campo. «Non tutte le giocatrici e tutti i giocatori sono propensi ad analisi dettagliate. Spesso è più utile il giusto necessario, presentato in modo chiaro e mirato». Su un punto Bordoli è netto: l’IA non potrà mai sostituire la dimensione umana dell’allenatore. «La gestione emotiva, il rapporto personale, le relazioni all’interno del gruppo non sono sostituibili dall’Intelligenza Artificiale. Restano elementi decisivi della prestazione».
La qualità individuale fa sempre la differenza
Nemmeno quando si parla di semplificazione delle scelte tecniche. «Il calcio è uno sport estremamente complesso. Nel calcio la tattica è certamente rilevante, ma la differenza continua a farla la qualità individuale, la scelta in una frazione di secondo, la giocata che rompe gli equilibri. Questo non potrà mai essere sostituito da un algoritmo. L’IA può aiutare a preparare meglio le partite e a leggere alcune tendenze, ma la decisione finale resta dell’allenatore e delle giocatrici in campo».
E anche guardando al futuro della formazione, la direzione non cambia. «Nel percorso di formazione degli allenatori qualcosa è già cambiato. In Ticino, dove sono responsabile dei corsi fino al diploma B UEFA, abbiamo introdotto già dal diploma C UEFA la preparazione di video degli allenamenti da parte dei partecipanti e momenti strutturati di interazione e confronto. Da anni, inoltre, la formazione ASF dedica molto spazio alle competenze sociali, spesso più che agli aspetti tecnici e tattici. Questo perché oggi l’allenatore deve saper comunicare, gestire gruppi, creare fiducia e senso di responsabilità. Le competenze sociali oggi sono centrali. Gli strumenti digitali saranno utili, ma il valore del rapporto umano è aumentato, non diminuito».
Dal punto di vista del tifoso, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nel calcio non sorprende del tutto. «Difficile immaginare che questa rivoluzione lambisse solo di striscio il mondo del calcio», osserva Paolo Ortelli. «A colpire, semmai, è la velocità con cui entrerà prepotentemente in gioco, tra soli cinque mesi e nell’evento calcistico da sempre più importante della storia del calcio».
Avanti, ma con giudizio. «Da tifoso spero solo che tutta questa corsa nel creare di fatto valore aggiunto - che consiste in monetizzazione ulteriore dell’evento - non ci allontani troppo dal campo e da quel profumo identitario e passionale del rettangolo verde». Ogni innovazione, infatti, porta con sé anche «criticità legate a possibili e forse discutibili sovrastrutture al prodotto calcio».
La tecnologia, in sé, non viene messa sotto accusa. «È sempre una buona cosa se ben strutturata e contenuta in un quadro di gestione chiaro, coerente e condiviso». Il problema, secondo Ortelli, è che questo quadro spesso manca. «E qui forse sta il problema che, ad esempio, l’ormai «vecchio VAR» non ha per nulla risolto. Ogni tecnologia resta meravigliosa se usata e gestita da mani altrettanto virtuose». Da qui l’auspicio, ironico ma sincero: «Per il bene del calcio, non possiamo che dire: «Io speriamo che me la cavo».
Nei bar le discussioni non diminuiranno
Quando si parla di fuorigioco in 3D, immagini immersive e decisioni spiegate dalla tecnologia, l’appassionato di calcio non si aspetta rivoluzioni nella propria esperienza di tifoso. «Personalmente non mi aiuteranno in modo particolare e non credo cambieranno la mia fruizione». Piuttosto, dovrebbero servire ad altro: «Semmai dovrebbero contribuire a garantire equità di trattamento e regolarità nelle decisioni decisive». Un obiettivo che, sottolinea, avrebbe effetti importanti anche sul sistema calcio.
C’è però un indicatore che resiste a ogni innovazione. «Una cosa l’abbiamo notata: le discussioni spesso focose al bar non sono cambiate. E questo è quasi un segnale positivo, una sorta di resilienza che mi rassicura».
Alla fine, con più Intelligenza Artificiale nel calcio, qualcosa cambierà anche nella percezione delle decisioni. «Credo che la fiducia aumenterà, è inevitabile». Ma fino a un certo punto. «La natura umana del partito preso, della fede calcistica ad oltranza e del complotto dietro l’angolo resterà il sale del calcio». Perché è questo, conclude, «il vero spartiacque tra chi guarda una partita di calcio e chi la vive da vero tifoso».
Pietro Veragouth, fondatore e direttore dello Swiss Institute for Disruptive Innovation (Sidi) di Lugano, ricercatore nell’ambito delle innovazioni tecnologiche dirompenti, catapulta il mondo del calcio verso una nuova era.
Per il 2026 abbiamo capito cosa aspettarci. Ma guardando ancora più avanti, verso i Mondiali 2030, lo scenario cambia radicalmente. «Quello che vedremo nel 2026 è solo l’aperitivo - osserva Pietro Veragouth -. Avatar 3D, fuorigioco semi-automatizzato, assistenti tattici: tecnologie impressionanti, ma ancora primitive». Secondo Veragouth, l’Intelligenza Artificiale è destinata a compiere un salto di diverse generazioni. «Immaginate un arbitro virtuale che non si limita a misurare il fuorigioco, ma comprende le dinamiche di gioco come un direttore di gara con trent’anni di esperienza. O sistemi che analizzano in tempo reale le micro-espressioni dei giocatori per prevenire risse e simulazioni. Il calcio che conosciamo sta per cambiare radicalmente».
La rivoluzione arriverà quando...
Anche dal punto di vista degli spettatori, il cambiamento sarà profondo. «Le riprese immersive annunciate dalla FIFA sono un primo passo timido». Il futuro, secondo Veragouth, va oltre lo schermo tradizionale: «Probabilmente ci staccheremo dal solito schermo per entrare, dopo tante promesse, nel mondo veramente immersivo garantito dai visori per la realtà virtuale». La rivoluzione arriverà quando «i tifosi potranno vivere la partita dall’interno: visuali in soggettiva dai giocatori, ricostruzioni 3D navigabili in tempo reale, statistiche personalizzate sussurrate da assistenti AI durante il match». In questo scenario, «lo stadio fisico diventerà solo una delle tante porte d’accesso all’evento. E per molti, nemmeno la principale».
Il concetto stesso di sport «passivo» è destinato a essere superato. «Già oggi esistono interfacce neurali commerciali capaci di leggere segnali cerebrali basilari, ma siamo ancora agli albori». In futuro, ipotizza Veragouth, «potremmo non essere più semplici osservatori, ma partecipanti: sentire l’adrenalina di un rigore, percepire la tensione di un contropiede, persino entrare in campo e giocare la partita». Non più fantascienza, ma sviluppo tecnologico concreto: «Le BCI, le interfacce computer-cervello, stanno uscendo dai laboratori». A differenza delle soluzioni invasive, «i nuovi dispositivi saranno wearable e bidirezionali: leggeranno i nostri segnali cerebrali e ne invieranno di nuovi. Niente bisturi, solo un caschetto da indossare per entrare nel gioco».
