L'analisi

Principe Miller, l'uomo che ama solo la forza

Il consigliere più ascoltato di Donald Trump è lo stratega delle azioni più decise della Casa Bianca - Dal Venezuela alla Groenlandia e ora forse in Iran
©Mark Schiefelbein
Guido Olimpio
01.02.2026 20:00

Retate di migranti, pugno di ferro nelle strade, linea aggressiva con Venezuela, Groenlandia, Iran, nessun sconto agli avversari. Dietro tutto questo c’è il principe della notte: Stephen Miller. Il consigliere più ascoltato da Donald Trump e suo vicecapo staff è considerato lo stratega di gran parte delle azioni più decise della Casa Bianca. Un’agenda portata avanti con determinazione non comune, senza fare prigionieri e pretendendo il massimo dai suoi collaboratori.

Nato 40 anni fa a Santa Monica, in California, Stephen Miller si è distinto fin dai tempi dell’università per due cose: desiderio di essere al centro delle cose, capacità di andare controcorrente. Trasferitosi a Washington ha lavorato con il senatore repubblicano Jeff Sessions - con il quale ha poi rotto i ponti - ed è poi entrato nell’entourage di The Donald scalando l’intera gerarchia. Una promozione legata alle sue posizioni, all’atteggiamento «radicale», alla sintonia perfetta con l’imprenditore passato alla politica.

I giornali lo descrivono come un grande lavoratore, sempre sul pezzo. Ogni giorno ha una conference call con dirigenti e assistenti, distribuisce ordini, pretende risultati. Non ci sono scuse per i ritardi - raccontano -, è diretto e feroce con chi sgarra, ti dice in faccia ciò che pensa, se serve alza la voce. E gli capita spesso.

L’aspetto più interessante è che Miller, invece di frenare le sortite del presidente, le sposa e in qualche caso le incoraggia. Per questo si trovano bene insieme. Ed ha conquistato il suo «capo» varando le operazioni massicce per combattere l’immigrazione clandestina, senza però preoccuparsi se l’offensiva ha distrutto famiglie, separato figli da genitori, trascinato nelle gabbie dei regolari. All’inizio della campagna ha chiesto almeno tremila arresti al giorno e quando non hanno rispettato queste tabelle lo ha rinfacciato a chi doveva eseguire le disposizioni. Ha definito i democratici «un’organizzazione estremista interna». Ha preso di mira i giudici quando si sono messi di traverso.

Se in tanti campi i programmi di Trump sono rimasti a metà o sulla carta la stessa cosa non è avvenuta per la lotta ai migranti. Gli Usa hanno blindato il confine sud con il Messico schierando i soldati, usando qualsiasi tipo di tecnologia e sistema, militarizzando la frontiera e attuando espulsioni a ritmo continuo. Le misure coercitive, il muro, gli arresti hanno assunto, da un lato, il carattere di una risposta severa, dall’altro sono diventati una forma di deterrenza. E così il traffico dei clandestini, almeno sulla frontiera meridionale, è crollato verticalmente.

Stephen Miller ha avuto carta bianca, come l’hanno avuta gli esecutori, figure di scarso peso che hanno il pregio di eseguire ciò che gli viene detto. Ecco Kristi Noem, la responsabile della Homeland Security, oppure Greg Bovino, il comandante della Border Patrol, l’agenzia coinvolta nell’uccisione di Alex Pretti. Personaggi spendibili e, nel caso, sacrificabili se qualcosa disturba la Casa Bianca: a Minneapolis hanno mandato lo zar della frontiera, Tom Homan, con l’incarico di rimediare agli errori tragici compiuti in questi giorni. Parliamo di un altro falco del team ma con esperienze anche sotto la presidenza Obama.

Il consigliere, pur concentrato sulle vicende interne così importanti per l’elettorato, ha spinto per il blitz con il quale è stato catturato il leader venezuelano Nicolas Maduro. Perché, come ha dichiarato lo stesso Miller ai media, oggi è necessario governare con la forza. Musica dolce per le orecchie di Donald Trump che deve decidere cosa fare con gli ayatollah di Teheran. 

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