Oltre la statistica

Quattro storie di lavoratori invisibili in Ticino

Saverio, Pippo, Giovanni, Ina - Il racconto di chi vive la notte in un locale, in un magazzino che non dorme mai, e nei corridoi silenziosi di una scuola
©Chiara Zocchetti
Asia Della Bruna
18.01.2026 06:00

Ci sono lavori che esistono appena ai margini dello sguardo: turni che cominciano quando gli altri dormono, mansioni che nessuno vede, responsabilità silenziose che sostengono ciò che spesso diamo per scontato. Queste zone d’ombra sono abitate da vite che scorrono dietro le quinte: di una discoteca, di un’autostrada, di un magazzino, di una scuola.

Alle porte dei locali ticinesi

Giovanni, che abita nel Mendrisiotto e oggi ha 56 anni, per vent’anni ha passato i weekend davanti alle porte dei locali ticinesi, come addetto alla sicurezza. Un lavoro iniziato quasi per caso. «È un ambiente dove funziona il passaparola: ti osservano, capiscono se hai certe caratteristiche, e se vedono che potresti essere adatto ti propongono di provare». Lo notano perché ha la presenza giusta, perché non si agita. A quell’epoca non servivano corsi né tesserini: «Era tutto molto più improvvisato di oggi».

Di giorno, in settimana, aveva un altro impiego, e poi nei weekend la sicurezza nei locali: «Il venerdì era praticamente una giornata da ventiquattr’ore sveglio. Lavoravo di giorno, poi entravo in discoteca e finivo all’alba. Dormivo qualche ora e ripartivo. E sono andato avanti così per una ventina d’anni. Certo, avevo un’altra età, riuscivo a reggere, ma erano comunque momenti pesanti».

Quello che vorrebbe fosse chiaro, oggi, è che il suo non era un lavoro adatto a tutti: «Oltre ad essere adatti fisicamente, la parte difficile è mantenere la calma, non alimentare le situazioni. È un lavoro per chi sa gestire sé stesso, prima ancora degli altri».

«La stanchezza? Non mi sono mai pentito»

La stessa serietà calma, Saverio, l’ha imparata sui cantieri. Originario della provincia di Trento, sessantacinque anni, una vita nell’edilizia ticinese dopo un passato da indipendente in Africa. Aveva studiato per diventare perito meccanico, ma la prima volta che ha messo piede in un cantiere ha capito che quella sarebbe stata la sua strada. «Non sentivo la stanchezza. Mi sono innamorato del lavoro, non mi sono mai pentito», dice.

Ne parla con una passione tranquilla, per cui la fatica è semplicemente un elemento del lavoro, non un ostacolo. Dire case, per lui, significa dire responsabilità, precisione, onestà. Ai suoi apprendisti lo ripeteva spesso «Non pensate subito ai soldi. Il primo regalo è vedere l’opera finita, giorno dopo giorno, e sapere che ne fate parte».

Per anni ha lavorato anche di notte, sulle autostrade: «Dalle due alle sei il tempo non passa mai. Ti prende il sonno, la stanchezza. E quando arrivi a casa non riesci a dormire davvero». Ma la fatica, dice, ha un senso quando vedi crescere qualcosa, aggiungendo che anche il riconoscimento della gente è stato gratificante. «A Viganello venivano a chiederci se avessimo caldo o se ci servisse acqua. Sono piccoli gesti, ma fanno piacere, fanno sentire riconosciuti». E aggiunge, sorridendo consapevole del significato del gesto «È anche capitato che i proprietari delle case che costruivamo ci portassero caffè e brioches».

Quello che oggi Saverio cambierebbe è semplice e enorme: «Vorrei più persone che lavorino nell’edilizia con maggior coscienza. La qualità nasce dalla passione. Le case le costruisce qualcuno, e dentro quelle case la gente ci vive».

«Sono nato in un magazzino»

Dietro le quinte lavora anche Pippo, ma dietro quinte completamente diverse: quelle della logistica. Ventisei anni, un percorso in ingegneria gestionale. «Io ottimizzo processi», dice ridendo, consapevole del paradosso di essere organizzato solo al lavoro. Si racconta dicendo di essere «nato in un magazzino»: fin da bambino era attirato da ciò che altri non consideravano nemmeno, dai meccanismi nascosti, dai sistemi che si muovono anche quando nessuno li guarda. «Mi affascina vedere cosa succede dietro le quinte, capire come si incastra tutto. Mi piace sapere che il mio lavoro fa funzionare qualcosa, anche se non si vede».

Inizia a raccontare di cosa si occupa nel modo che gli viene naturale, lineare e molto concreto: «Mi occupo del monitoraggio delle spedizioni, controllo che vadano a buon fine e che non ci siano errori. Può succedere che un container venga preparato ma non caricato completamente. Quando succede, intervengo io». Poi, quasi senza accorgersene, disegna il sistema: «Il network ha tre figure: concessionari, immettitori e distributori. E poi ci sono gli hub, che sono un po’ i polmoni della logistica: lì la merce si raggruppa e viene smistata». Prende un foglio e traccia un piccolo schema, giusto per spiegarsi meglio. Un gesto quieto, quasi sorpreso dall’attenzione per un lavoro che di solito non ne riceve.

Il suo compito è semplice e complesso insieme: «Io vigilo che tutto funzioni in modo pulito ed efficiente». E il futuro lo vede già cambiare: «La logistica sarà sempre più green. Le città cambieranno, ci saranno nuovi orari, mezzi elettrici… e penso che vedremo sempre più l’uso dei droni».

I cocktail brasiliani agli eventi

Poi c’è Ina, arrivata dal Brasile nel ‘94 e rimasta in Ticino, dove la vita l’ha portata a mettere radici e costruire una famiglia. Due figli, turni che cambiano, lavori incastrati uno nell’altro per far quadrare ogni mese. «Nel 2004 mi sono separata e, con due bambini piccoli, ho dovuto trovare un lavoro che mi permettesse di essere presente a casa quando loro rientravano da scuola». Ha iniziato come inserviente delle pulizie negli asili, poi nelle scuole medie, aggiungendo, ogni volta che serviva, altri impieghi temporanei: carnevali, cocktail brasiliani agli eventi, piccoli catering. Una vita costruita attorno alle esigenze dei figli, sempre al primo posto. «All’inizio stare in Svizzera è stata dura, ma non volevo tornare, la loro realtà è qui, la loro famiglia paterna è qui».

Il lavoro, però, non sempre le ha restituito stabilità. «Quando ci sono le vacanze scolastiche non vengo pagata, perché il mio è un lavoro a ore. A volte i pagamenti arrivano tardi. Per Natale e Pasqua non veniamo pagati. Vorrei un contratto più stabile». Ci sono state invidie, fatiche, momenti in cui avrebbe voluto mollare. Eppure è rimasta, e, guardandosi indietro, non ha dubbi: «Sono grata a me stessa per la forza che ho avuto». Oggi i suoi figli sono adulti, studiano, «uno lavora con la musica ed è DJ, l’altra studia pedagogia e ha rappresentato la Svizzera al Giubileo a Roma con il coro».

Quattro storie diverse che mostrano quanto del nostro quotidiano passi attraverso lavori discreti, spesso dati per scontati. È proprio lì - nella notte di un locale, in una corsia d’autostrada, in un magazzino che non dorme mai, nei corridoi silenziosi di una scuola - che si muovono mestieri che raramente attirano attenzione, ma che fanno parte del paesaggio di ogni giorno. Forse valeva la pena ascoltarle per questo: ricordano che molto di ciò che funziona ogni giorno esiste perché qualcuno, lontano dai riflettori, continua a farlo accadere

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