L'approfondimento

Quel milione che nessuno vuole: in Ticino nel 2025 rifiutata un'eredità su tre

Un dato che racconta un lato meno scontato delle successioni: la quota di popolazione che muore e lascia dietro di sé debiti scoperti aumenta – Non un bel segnale
©Gabriele Putzu
Matteo Generali
25.10.2026 06:00

Ricevere una casa, dei risparmi, magari un patrimonio accumulato nel corso di una vita. Nell’immaginario collettivo, un’eredità è qualcosa che arriva e si accetta (talvolta si aspetta, trepidanti). Punto. Nella realtà, però, prima di sfregarsi le mani può essere necessario sedersi al tavolo e fare qualche calcolo. Insieme agli averi possono arrivare ipoteche, procedure esecutive, fatture da saldare e altri debiti. Quello che sulla carta sembrava un lascito può assumere tutt’altro aspetto una volta aperti i cassetti del defunto. Per questi motivi qualcuno decide che quel patrimonio, semplicemente, non lo vuole.
In Ticino, e non solo, accade sempre più spesso. I numeri parlano chiaro: la quota delle successioni non riscosse è passata dal 26% del 2022 al 31% del 2025. Significa che oggi quasi un’eredità su tre non viene accettata dagli aventi diritto. Un dato che racconta un lato meno scontato delle successioni: la quota di popolazione che muore e lascia dietro di sé debiti scoperti aumenta. Non un bel segnale.

Non è oro tutto ciò che luccica

«Direi che nel 95% dei casi la rinuncia avviene perché nella successione i debiti superano gli attivi», spiega l’avvocato Rocco Taminelli. «Gli eredi si trovano davanti a una situazione nella quale i debiti sono superiori agli attivi e non hanno alcun interesse ad assumersi il fardello». In alcuni casi la situazione è talmente compromessa che la rinuncia è addirittura presunta. In altri, invece, sono gli eredi a dover decidere se accettare o meno.
Ed è qui che entra in gioco una valutazione tutt’altro che banale. La consistenza di una successione non si misura semplicemente sommando ciò che si vede: una casa può avere un valore importante, ma essere gravata da un’ipoteca; un conto bancario può contenere del denaro, mentre ci possono essere debiti verso altri creditori. Prima di sapere cosa resta davvero bisogna, insomma, mettere sulla bilancia entrambe le colonne.
«Il caso classico - afferma l’avvocato Francesco Wicki - è quello di una persona che lascia un immobile fortemente ipotecato, magari pochi soldi sul conto o svariate procedure esecutive aperte. A quel punto gli eredi devono chiedersi se valga davvero la pena accettare. In molti casi la risposta è «no».

Attivi e passivi

Le situazioni più frequenti riguardano spesso persone sole o famiglie nelle quali gli aventi diritto vivono lontano, anche all’estero. «È bene ricordarlo: si tratta generalmente di patrimoni modesti o gravati da debiti che ne riducono sensibilmente il valore netto», prosegue Wicki. «In questi casi la rinuncia può essere la scelta più logica». Ma rinunciare non significa semplicemente chiudere la pratica gettando l’incarto in cantina, a prendere polvere. Se tutti gli eredi ripudiano quanto lasciato dal defunto, entra in scena la procedura di liquidazione ufficiale: «L’autorità dispone la liquidazione ufficiale dell’eredità, affidandone la pratica all’Ufficio esecuzioni e fallimenti - spiega Wicki - Si cerca di capire quali siano gli attivi e quali i debiti. Se ci sono beni, vengono realizzati e il ricavato serve, per quanto possibile, a soddisfare i creditori». Banche, assicurazioni, enti pubblici, privati: tutti possono trovarsi nella lista di chi attende di essere pagato. E non sempre, naturalmente, c’è abbastanza denaro per tutti.
È un meccanismo che mostra bene perché il valore apparente di un’eredità possa dire poco sulla sua reale convenienza. Prima vengono ricostruiti i conti, poi si scopre cosa rimane. Proprio l’incertezza su ciò che potrebbe emergere può pesare sulla decisione degli eredi, soprattutto quando non si conosce la situazione economica del familiare scomparso.
Non tutte le rinunce sono però dettate dai conti in rosso. Può succedere che un erede decida semplicemente di non volere nulla. «Mi sono capitati casi di familiari che non avevano più rapporti tra loro o di persone che non erano interessate a entrare nella successione», osserva Taminelli. «Insomma, la rinuncia può anche avere ragioni personali o familiari».

Si procede a un inventario completo degli attivi e dei passivi. Il beneficio di inventario consente di accertare con precisione attività e passività della successione, permettendo all’erede di valutare consapevolmente come procedere e di evitare, nei limiti previsti dalla legge, di rispondere dei debiti ereditari con il proprio patrimonio
Francesco Wicki, avvocato

Prima di decidere

Per chi, invece, non ha un quadro chiaro della situazione è prevista una tappa intermedia: il beneficio d’inventario. «È uno strumento utile quando non si sa esattamente cosa si sta ereditando», spiega Wicki. «Si procede a un inventario completo degli attivi e dei passivi. Il beneficio di inventario consente di accertare con precisione attività e passività della successione, permettendo all’erede di valutare consapevolmente come procedere e di evitare, nei limiti previsti dalla legge, di rispondere dei debiti ereditari con il proprio patrimonio».
In sostanza, prima si accendono le luci sui conti e poi si decide come procedere. Un’opzione che può evitare brutte sorprese, soprattutto quando il defunto non ha lasciato una situazione finanziaria particolarmente trasparente.
Perché il problema non riguarda soltanto mutui e fatture non pagate. Un capitolo delicato riguarda il rimborso delle prestazioni complementari percepite dal defunto che, in presenza di un’eredità sufficiente, può essere richiesto agli eredi nei limiti previsti dalla legge. Come? «Immaginiamo di ereditare 20 mila franchi su un conto bancario», prosegue Wicki. «Presi da soli possono sembrare un attivo interessante, ma occorre considerare l’intera situazione patrimoniale del defunto».
Ed è proprio questa incertezza a rendere alcune successioni più insidiose di quanto appaiano. Un bene può avere un valore importante sulla carta, ma portarsi dietro ipoteche, costi o altre pendenze capaci di ridimensionarlo sensibilmente.

Il «nero» che torna a galla

C’è poi un’altra situazione, più delicata: quella in cui, al momento della successione, emergono beni che il defunto non aveva mai dichiarato al fisco. E non si parla necessariamente di mazzette di banconote nascoste sotto il materasso. Più spesso si tratta di conti bancari, ma può capitare anche con immobili all’estero.
«Sono casi dei quali ci occupiamo spesso», racconta Taminelli. «Quando c’è un’eredità «semplice» normalmente non si viene da noi. Si viene invece proprio in casi come questi, quando vi sono beni non dichiarati».
Una situazione che può diventare particolarmente sensibile quando gli eredi vivono all’estero e scoprono soltanto dopo il decesso l’esistenza di quei beni.
La prima reazione è spesso quella di rinunciare a tutto per evitare di aprire un vaso di Pandora. Ma, sottolinea Taminelli, non è necessariamente l’unica strada. «In questi casi c’è la possibilità di andare davanti all’Ufficio delle procedure speciali della Divisione delle contribuzioni e fare un’autodenuncia». Una distinzione è fondamentale: «Non sei tu che hai fatto la sottrazione fiscale, l’ha fatta il defunto».

Se l’eredità ammonta a 200 mila franchi in nero dal padre o dal nonno, utilizzare quella cifra non è facile
Rocco Taminelli, avvocato

Posizioni differenti

La posizione dell’erede è quindi diversa da quella di chi, in vita, aveva omesso di dichiarare il patrimonio. Attraverso la procedura è possibile regolarizzare case, patrimoni o conti bancari e recuperare le imposte che non erano state versate. Taminelli spiega che, a seconda delle situazioni, si procede al «recupero fiscale relativo agli anni precedenti e che spesso, quando si tratta essenzialmente di imposte sulla sostanza, gli importi possono essere relativamente contenuti rispetto al patrimonio emerso».
La questione diventa ancora più concreta quando le cifre sono importanti. «Se l’eredità ammonta a 200 mila franchi in nero dal padre o dal nonno, utilizzare quella cifra non è facile», osserva Taminelli. Spendere o movimentare somme consistenti senza riuscire a spiegarne la provenienza può infatti creare ulteriori problemi. Da qui l’interesse a far emergere e regolarizzare quei soldi. «Il vantaggio è che hai dei soldi puliti che possono essere rimessi in circolo nell’economia».
Quello del denaro non dichiarato, aggiunge l’avvocato, è comunque un fenomeno del passato. «Una volta il nero era quasi una consuetudine, malsana. Ma comunque una consuetudine».

L'intervista all'esperto

Fernando Piccirilli, capo sezione ticinese dell’Ufficio esecuzioni e fallimenti, è in questo settore dal 1993. Nel corso degli anni, Piccirilli ha osservato l’evoluzione di questo particolare ambito. Un osservatorio privilegiato, il suo, che permette di leggere non soltanto i numeri, ma anche alcuni cambiamenti nelle abitudini e nell’atteggiamento delle famiglie ticinesi rispetto al tema dell’eredità.

I dati mostrano un aumento delle eredità giacenti in Ticino. Si tratta di una tendenza confermata?
«Sì, i dati evidenziano una crescita. E se nel 2022 le eredità giacenti erano state 342, nel 2025 sono salite a 377. Una tendenza che sembra riflettere quanto avviene anche nel resto della Svizzera. Nell’ambito della Conferenza svizzera degli ufficiali d’esecuzione e fallimenti abbiamo modo di confrontarci regolarmente su queste tematiche. In alcuni Cantoni il fenomeno è ancora più marcato, basti pensare che a Basilea Città la rinuncia avviene in quasi sei casi su dieci».

Ma che cosa significa, concretamente, rinunciare a un’eredità? E che cosa succede da quel momento?
«Alla morte di una persona, gli eredi dispongono di tre mesi di tempo per decidere se accettare o rinunciare all’eredità. La seconda opzione, generalmente, è motivata dall’incertezza sulla situazione patrimoniale del defunto. Gli eredi, infatti, subentrano non soltanto nei beni, ma anche negli eventuali debiti. Quando non si conosce con precisione la situazione finanziaria della persona deceduta, la rinuncia può quindi apparire come una scelta prudenziale».

Gli eredi hanno la possibilità di conoscere la situazione finanziaria del defunto prima di decidere se accettare o meno l’eredità?
«Proprio così. L’ordinamento prevede la possibilità di richiedere il beneficio d’inventario. In questo caso, rivolgendosi alla Pretura, è possibile richiedere un inventario di ciò che finirebbe nelle nostre mani, siano essi debiti o patrimoni in «attivo». Una volta conclusa questa procedura, gli eredi dispongono di un quadro più chiaro della situazione patrimoniale e possono decidere se accettare o meno l’eredità».

I fattori sono molteplici: tra questi, vi è anche una modifica legislativa intervenuta nell’ambito delle assicurazioni sociali

Il meccanismo, dunque, è chiaro. Per quale ragione, secondo lei, il numero delle rinunce è in aumento?
«I fattori sono molteplici: tra questi, vi è anche una modifica legislativa intervenuta nell’ambito delle assicurazioni sociali. In determinate circostanze, le prestazioni complementari percepite da una persona possono infatti essere oggetto di restituzione dopo il decesso. Questo elemento potrebbe aver contribuito ad aumentare il numero delle rinunce, anche se si tratta di una mia valutazione e non di un dato statisticamente comprovato. Un ulteriore elemento è il rapporto, mutato nel tempo, con la rinuncia all’eredità. Anni fa, infatti, vi era probabilmente una maggiore reticenza, anche perché la pubblicazione sul Foglio ufficiale poteva essere percepita come un elemento delicato dal punto di vista personale o familiare. Oggi questo atteggiamento sembra essere cambiato».

Rinunciare, però, non significa necessariamente perdere tutto ciò che apparteneva al defunto.
«No. Questo è un aspetto importante e forse poco conosciuto. Se, al termine della liquidazione, dopo il pagamento dei creditori e delle spese della procedura rimane un’eccedenza, questa non viene versata nelle casse dello Stato. La legge prevede infatti che quanto rimane, pagati i vari debiti che si presentano al tirare delle somme, venga restituito agli eredi, anche se questi hanno rinunciato».

A cambiare, nel corso degli anni, non sono stati soltanto i numeri. È cambiato anche il modo in cui le famiglie guardano alla rinuncia?
«Un tempo, nel distretto di Lugano, le eredità giacenti erano relativamente poche: probabilmente una decina o una ventina all’anno. Si trattava soprattutto di situazioni particolari, riguardanti persone senza eredi oppure persone già in difficoltà economica e seguite dai servizi sociali. Oggi il quadro è sensibilmente diverso. Il numero delle procedure è aumentato e, soprattutto, è cambiato l’atteggiamento nei confronti della rinuncia all’eredità. Oggi gli eredi, come detto in precedenza, sembrano maggiormente propensi a rinunciare, soprattutto quando non dispongono di informazioni sufficienti sulla situazione patrimoniale del defunto».