Quell’intimità costruita senza parole

Angela Garwood si definisce senza mezzi termini una chiacchierona. Non potrebbe essere altrimenti: attrice, giornalista freelance e copywriter apprezzata, questa trentatreenne che lavora nel Berkshire, in Inghilterra, vive di parole. Per lei parlare significa lavorare, raccontare, creare legami. Un’attitudine espansiva che traspare anche dal suo profilo Instagram. Proprio per questo colpisce l’esperimento che racconta su Positive News, nell’articolo «What happened when I stopped filling the silence»: nel mezzo di un’estate frenetica, decide di chiudere la bocca, di tacere. Non per minuti, ma per oltre trentasei ore. Una decisione che, per chi come lei riempie ogni pausa di parole, somiglia a una piccola sfida contro la sua stessa natura. Ci arriva in auto, un venerdì, guidando verso la campagna del Sussex. Meta del viaggio, scrive, è Gayles: una fattoria ristrutturata nei dintorni di Eastbourne, appartenuta per generazioni alla famiglia di Roz Robinson e oggi sede di ritiri dedicati al cammino, allo yoga, alla meditazione e al silenzio. Robinson, sessantasei anni, ex psicoterapeuta e insegnante di yoga, le descrive queste pause come una forma di «revisione» personale: nessuno guiderebbe per anni senza controllare l’automobile, le dice, e lo stesso dovrebbe valere per il nostro equilibrio psicofisico. Il gruppo, riferisce Garwood, conta diciotto persone, in maggioranza donne, e poche regole precise: niente alcol, niente Apple Watch, nessun dispositivo elettronico. I telefoni si lasciano all’ingresso, in un cestino di vimini. La consegna non è obbligatoria, ma lei decide di rinunciare al proprio. Prima del silenzio assoluto, davanti a un piatto di lasagne di verdure dell’orto, ciascuno spiega perché è lì: chi vuole staccare dalla routine, chi cerca un’esperienza nuova, chi un rapporto più diretto con la natura. «Sono qui per me», taglia corto una donna sulla sessantina. Poi, nella vecchia stalla trasformata in sala yoga, l’annuncio: il silenzio comincia. Le prime ore, racconta la giornalista, sono tutt’altro che rilassanti. Senza conversazioni né distrazioni affiorano pensieri che di solito preferisce tenere in disparte: incertezze, autocritica, tensioni fisiche. In camera, ammette, rompe persino il silenzio per incoraggiarsi o per lasciarsi andare alle lacrime. Ma la rinuncia alla parola, prosegue il suo resoconto, produce anche effetti inattesi. In cucina i partecipanti imparano a muoversi insieme quasi seguendo una coreografia. Durante una camminata di circa otto chilometri lungo le scogliere delle Seven Sisters il gruppo procede muto, coordinandosi con sguardi e gesti. Angela dice di notare il disegno degli alberi, il passaggio degli uccelli, una nuova intensità nei sapori: anche un frullato, una tazza di tè o una fetta di torta diventano occasioni di attenzione. Tra una sessione di yoga, la meditazione e un lungo riposo pomeridiano prende forma una condivisione diversa dal dialogo. Fiona Lomas, direttrice creativa di cinquantaquattro anni alla sua decima esperienza a Gayles, le confida che le passeggiate silenziose sono «un modo completamente diverso di vivere la natura». Quando il silenzio termina, poco prima del pranzo domenicale, Garwood racconta di provare sentimenti contrastanti: è felice di poter finalmente parlare, ma avverte nostalgia per quell’intimità costruita senza parole. Il gruppo, scrive su Positive news, era riuscito a creare una «silenziosa vicinanza»: una prossimità fatta di presenze. L’impressione è che la lezione che Angela si porta a casa è che il silenzio non è per forza un vuoto da riempire
