Ritorno a Chernobyl, dove il tempo si è fermato

Marco Cortesi si ricorda come se fosse successo ieri. Era una giornata di inizio primavera, uno di quei classici giorni dove i fiori cominciano a sbocciare e il cielo è senza una nuvola. Come ogni pomeriggio, lui stava giocando spensierato nel giardino della sua infanzia, nel cuore di Lugano. All’improvviso, sua mamma si affacciò alla finestra e lo richiamò con voce allarmata: «Rientra subito a casa, veloce!», disse. Non l’aveva mai vista così preoccupata. Ubbidì senza capire bene il motivo per il quale dovesse rinunciare a quella bella giornata all’aria aperta.

Del resto, sarebbe stato davvero difficile comprendere per un bambino di cinque anni il motivo di tanto allarmismo. «Vieni dentro, è scoppiata Chernobyl!», aggiunse in tutta fretta la mamma senza fornire ulteriori spiegazioni. I telegiornali avevano appena dato la notizia di un misterioso incidente avvenuto giorni prima: pochi minuti dopo la mezzanotte del 26 aprile 1986 il reattore numero quattro della centrale atomica Lenin, diventata nota come la centrale di Chernobyl, era esploso.
La promessa
Probabilmente neppure la mamma di Marco Cortesi sapeva esattamente la portata di quella notizia. L’incidente era avvenuto a un centinaio di chilometri a nord di Kiev, in Ucraina, e le informazioni di quello che si sarebbe ben presto rivelato il peggior disastro nucleare civile della storia, erano a dir poco frammentarie. Ma la percezione che qualcosa di grave fosse successo la spinse a correre ai ripari, come gran parte dei ticinesi.

«Da quel giorno, due cose rimasero scolpite nella mia testa: quel nome inquietante, Chernobyl, e la speranza di raggiungere un giorno quel luogo per documentare ciò che era successo di così spaventoso» racconta Cortesi, fotografo documentarista e fotogiornalista, fondatore e direttore del LuganoPhotoDays.
Nella storia di Leica
Marco Cortesi non solo riuscì a documentare il dramma con un intenso reportage che ha pubblicato nel 2024, ma diversi suoi scatti sono finiti nella prestigiosa raccolta di Leica, l’iconico marchio di macchine fotografiche tedesco, che lo scorso anno ha festeggiato i suoi cento anni di storia. Così, tra il famoso «uomo che salta la pozzanghera alla Gare Saint-Lazare» di Henri Cartier-Bresson, o il ritratto della «Ragazza con Leica» di Alexander Rodèenko, oppure ancora tra Che Guevara immortalato dallo svizzero René Burri, figurano anche le opere del luganese. Immagini che Cortesi scattò a Chernobyl proprio con una Leica, la famosa macchina compatta che rivoluzionò il mondo della fotografia. Entrare nella raccolta delle immagini che hanno fatto la storia dell’apparecchio fotografico è stato «un riconoscimento prestigioso che non mi sarei mai aspettato di ricevere e che mi onora molto».

L’ammonimento visivo
Leica definisce il lavoro di Cortesi «un ammonimento visivo». Il suo «Whiteness in Èernobyl», da cui sono tratti gli scatti pubblicati da Leica, è un viaggio fotografico all’interno della zona più colpita dal tragico incidente. Attraverso sessanta immagini in bianco e nero il fotoreporter racconta «il silenzio sospeso, l’abbandono e la memoria di un evento che ha segnato la storia contemporanea». Il suo obiettivo si posa sulle rovine di Pripjat, la città modello dell’architettura sovietica, oggi disabitata, mostrando scuole, ospedali, abitazioni, luoghi di aggregazione e attrezzature sportive ormai consumate dal tempo. Ma il suo sguardo si spinge anche nelle aree rurali della zona più colpita, dove alcuni anziani hanno fatto ritorno nonostante il pericolo delle radiazioni. «Il bianco, elemento dominante sia nel libro che nelle immagini, enfatizza la cancellazione della vita umana e il progressivo recupero della natura, diventando simbolo della memoria e della perdita. Per restituire la forza di questa esperienza, il racconto visivo è realizzato in un bianco e nero a forti contrasti, capace di evocare con rispetto il dolore e il ricordo delle vittime» si legge nella prefazione dell’elegante raccolta, acquistabile direttamente dal fotografo oppure sul sito https://whiteness.ch/.
L’sms dal DFAE
«Ho scattato tutte le foto della raccolta nel 2014 - racconta Cortesi - a quell’epoca ero riuscito a lavorare con calma perché ero entrato nell’area attorno alla centrale da solo, accompagnato dalla guida». La prima visita del ticinese, avvenuta due anni prima, era stata un’esperienza del tutto diversa. «Quando mi recai per la prima volta a Chernobyl con un viaggio organizzato, non riuscii a scattare fotografie perché ero attorniato da uno stuolo di turisti in cerca di emozioni forti, impedendomi di cogliere l’essenza del luogo. Era impossibile concentrarsi, circondato come ero da chi scattava foto per il gusto dell’adrenalina. Volli tornare in inverno, quando la neve e il gelo sono protagonisti, tenendo distanti gli appassionati dei luoghi abbandonati».

Non solo: la neve offre un contrasto netto nelle immagini in bianco e nero del luganese: l’assenza di colore «simboleggia la devastazione, evocando la memoria di una vita che non c’è più». Pochi giorni dopo la fine del reportage del ticinese, il clima politico in Ucraina cambiò. La guarnigione russa della base di Sebastopoli uscì dalle caserme ed entrò in territorio ucraino in Crimea «e io dovetti lasciare in fretta e furia il paese. Ricordo di aver ricevuto un sms dal DFAE, il Dipartimento degli affari esteri, che mi consigliava di lasciare l’Ucraina il più presto possibile. Di controvoglia, partii da quello splendido paese e tornai a casa.».
La passione per i viaggi
La vita professionale di Marco Cortesi è molto variegata. Tra un reportage e l’altro, il luganese organizza da alcuni anni viaggi turistici all’insegna della fotografia. I grattacieli futuristici di Chongqin e il festival del mondo di ghiaccio e neve di Harbin, in Cina; il cratere di fuoco di Darvaza, in Turkmenistan e il Festival nazionale Naadam in Mongolia. Le proposte di viaggio sono molte e pensate per gruppi ristretti di fotografi dilettanti «anche se la fotografia è per noi solo una «scusa» per scegliere mete speciali e dedicare più tempo alla scoperta dei luoghi - spiega in conclusione il fotoreporter - Non è necessario essere fotografi per partecipare alle nostre uscite; anche se siamo sempre pronti a fornire consigli, anche a chi utilizza soltanto il suo smartphone».

