Roberto d'Alicudi, il «pincisanti» delle isole Eolie

Da Filicudi, guardando verso ovest, si vede un cono scuro che esce dal mare. È Alicudi, la più occidentale delle Eolie. Niente strade, niente automobili: solo scalini di pietra e muli che portano su la spesa. Per arrivare alla casa di Roberto bisogna salirne più di quattrocento. Un’infinità. In cima c’è la «Monachedda», la monachella, un vecchio rudere su uno scoglio che lui ha rimesso in piedi pietra su pietra, con i materiali arrivati a dorso di mulo e in elicottero.
Sull’isola lo conoscono come Roberto di Alicudi; i suoi quadri li firma Contessa di Alicudi Schifanoja. È nato a Napoli nel 1975.
Un giorno, quando era giovanissimo, legge «L’esule di Capri» di Roger Peyrefitte, la storia del barone Fersen, che nel 1903 lasciò Parigi per cominciare una nuova vita sull’isola. A quell’epoca Capri non era solo una meta turistica mondana, ma un vero e proprio rifugio per gli «esuli» di tutta Europa. Un libro che segna Roberto nel profondo. La sua vita, però, va altrove: studi di storia dell’arte, poi il marketing per grandi aziende farmaceutiche, un lavoro che, ha raccontato a The Way Magazine, gli creava più di un problema di coscienza. Ad Alicudi arriva nel 1999, a 24 anni, con la compagna. Comprano la casa sullo scoglio, che per anni resta un approdo. È lì che comincia a dipingere. Alle Eolie, ha spiegato ad Artribune, viveva allora un artista tedesco, Jürgen Wegner, un «pincisanti», un pittore di immagini sante su vetro, morto annegato poco dopo. Roberto sente il dovere di raccogliere la sua eredità.
I vetri li recupera da finestre, vecchi mobili, cornici di santi appese per generazioni nelle case dell’isola. Dietro, a volte, trova lettere d’amore e fiori seccati da decenni. Dipinge sul retro della lastra, seguendo la complessa tecnica di un tempo. Se in un quadro normale il pittore parte dallo sfondo e stende i dettagli alla fine, il «pincisanti» dipinge prima i dettagli minuscoli, poi i volti, le sfumature e, per ultimi, i fondi coprenti. Le prime opere le vende al mercatino dell’isola. I turisti sembrano incuriositi da quegli strani souvenir. Un giorno una fotografa seguitissima su Instagram ne pubblica uno sul suo profilo. Roberto inizia così a conoscere una certa fama. Nel 2018 la relazione sentimentale finisce e Roberto decide di lasciarsi il passato alle spalle: la sua città, le scadenze, la carriera. Si trasferisce definitivamente ad Alicudi.
Il primo inverno da residente, dice, è stato una scuola. Lì, ha raccontato a Donna Moderna, ha imparato le leggi della solitudine e della bellezza. Le sue giornate cominciano all’alba. Da casa guarda le altre isole e, quando l’aria è limpida, l’Etna. Parla con il cane e con i muli, accende una candela a Calogero, un teschio di ceramica di Caltagirone in una nicchia davanti al mare. Poi dipinge sirene, pescatori, pappagalli che dicono parolacce in siciliano, e le leggende raccontate dagli anziani: le Mavare, donne che di notte volano via dall’isola, e le trombe marine. Sull’isola ha trovato la tomba di una donna uccisa da un fulmine, a 44 anni: la pulisce, le porta omaggi. Ne ha fatto un quadro, «La Fulminata».
Il suo obiettivo, ha detto a The Way Magazine, è «vivere nella bellezza senza mai lasciare spazio alla noia». Ad Artribune lo ha detto in modo più radicale: «vivere, e forse morire, nella bellezza». Una bellezza fatta di osservazione e di fatica: i gradini da salire, la spesa da portare su a piedi, il vetro da girare per scoprire com’è venuto il quadro. Ad Alicudi non c’è quasi niente: niente strade, niente negozi, niente rumore. Eppure Roberto riempie le sue giornate fino all’orlo. Il vuoto non dipende da ciò che c’è attorno.
