«Siamo tornati in un'era di imperi, lupi e agnelli»

«Nell’ordine da cui proveniamo - il cosiddetto «ordine internazionale liberale» - gli Stati Uniti erano il leone e gli europei e gli occidentali, più in generale, erano gli agnelli. La Russia era sempre più lupo; la Corea del Nord, la Bielorussia e l’Iran erano sciacalli. Il resto del mondo era composto da agnelli passivi e opportunisti». Vittorio Emanuele Parsi, uno dei più autorevoli politologi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, accademico dei Lincei e per anni docente all’Università della Svizzera italiana, in un saggio - «Contro gli imperi» (Bompiani, 208 pagine) - cerca di capire dove andrà il mondo.
Professore, che cosa ha determinato l’attuale disordine mondiale?
«Premesso che il ritorno degli imperi - come logica di sopraffazione, come pratica concreta di potere - è una realtà di nuovo attuale, visibile, i momenti decisivi sono stati l’invasione russa dell’Ucraina su larga scala nel 2022, che ha portato il ritorno della guerra in Europa. Dopo, in successione, il ridimensionamento degli Stati Uniti di Trump al sostegno dell’ordine internazionale liberale, che ha innescato l’idea che possa esistere un ordine sulla prevaricazione e sull’attacco agli alleati. Accanto a queste si inquadra la guerra contro l’Iran».
Il ribaltamento delle priorità dell’America con il secondo mandato di Trump, è una affermazione di forza che contende a Russia e Cina un primato cui gli Stati Uniti non vogliono rinunciare?
«Articola una visione di supremazia che dà un’idea di egemonia. Gli USA si sono sempre comportati da potenza egemonica. Ed elemento essenziale dell’egemonia è l’accettazione dei seguaci attraverso l’assicurazione di alcuni benefici collettivi da parte del regime per rendere credibili i suoi comportamenti che concorrono a trasformare la supremazia in egemonia e il potere in autorità, in qualche modo legittima. Sono riprovevoli le convinzioni di Trump, ma sono anche convinzioni controfattuali: non si è mai vista una leadership fondata sulla pura forza. Stiamo assistendo non solo alla perdita di credibilità degli Stati Uniti, ma alla distruzione deliberata del ruolo della fiducia in politica internazionale».
Che cosa fa paura a Trump e Putin dell’Europa, tanto da volerla destabilizzare?
«I due condividono la visione d’un potere illimitato. E non a caso prendono di mira l’Unione Europea che è il terreno più regolato e regolatorio della politica internazionale. In Europa i diritti e l’idea d’una economia libera a controllo politico ma regolata, sono meglio tutelati, e sono un bersaglio oggettivo. È un punto d’incontro condiviso anche dalla Cina».
Una Cina, sempre defilata ma in agguato, pronta a beneficiare degli errori e dei dissidi altrui?
«La Cina è opportunista: si muove poco capitalizzando al massimo gli errori che commettono gli altri. La Russia, nonostante la sua arroganza e tracotanza militare, dopo questa guerra è ancora più debole ed è sempre più dipendente dalla benevolenza cinese. Attraverso il sostegno alla Russia in Ucraina, la crescente assertività e l’aumento della sua forza militare, si presenta anch’essa sempre più come un lupo, ben più credibile e temibile della Russia, anche perché non capiamo ancora quale sarebbe la natura di un ordine a guida cinese».
Gli imperi sono responsabili di restrizioni alla libertà mascherati da un liberalismo controllato?
«A livello regionale persino una democrazia che si credeva consolidata come Israele tende, come spiego nel saggio, con il coinvolgimento attivo, costante e diretto degli Stati Uniti, a consolidare la propria egemonia sul Medio Oriente smembrando l’Iran, riservandosi un diritto di intervento intermittente all’interno del territorio dei vicini, procedendo all’annessione di fatto di tutta la Palestina. Gli USA disertano la posizione del leone e si fanno lupi, revisionisti e insoddisfatti dell’ordine proprio da loro creato e sul quale per oltre ottant’anni hanno fondato la legittimità della propria leadership. Così agli europei, se vogliono tutelare quella libertà che danno erroneamente per scontata, non resta che trasformarsi da agnelli in leoni».
Questi cambiamenti nella struttura interna degli Stati Uniti a cosa portano?
«Portano a una necessità che è nella testa di Trump: è un elemento razionale, mutare i fondamenti dell’ordine internazionale, perché si capisce che una potenza illiberale che si fondasse su un regime internazionale liberale, sarebbe una contraddizione continua. È chiara la tendenza all’oligopolio delle grandi compagnie che si occupano dei settori più redditizi, quelli che hanno a che fare con l’economia dell’informazione, le cosiddette big tech. Il rischio maggiore è che le sette nuove sorelle big tech facciano rimpiangere le vecchie sette sorelle del petrolio degli anni sessanta».
Siamo destinati a un ruolo di agnelli? E qual è per l’Europa il lupo più pericoloso?
«Noi abbiamo avuto fin dal recente passato il leone americano con gli agnelli europei dei paesi che si riconoscevano nell’ordine internazionale liberale, contrapposto al lupo prima sovietico e poi russo, con gli sciacalli nord coreani, bielorussi ecc. E la Cina in una posizione sempre difficile da definire. Oggi il leone americano si è fatto lupo, e se gli europei hanno saputo mantenere e proteggere l’ordine che li ha così ben serviti, è perché resiste la base della nostra democrazia e del nostro benessere, e dobbiamo avere il coraggio di diventare un leone collettivo».
Come? L’autonomia bellica-difensiva è un’ipotesi assimilabile?
«Le dita di una mano sono fragili: un pugno chiuso è resistente. Dobbiamo fare una scelta: vogliamo tenere dita disunite e perdenti o diventare un pugno molto forte? Oggi, la Russia si conferma lupo, ma cerca di arruolare nuovi sciacalli. Molti agnelli sembrano inclini a cambiare natura, scommettendo sul crollo definitivo dell’ordine internazionale liberale».
Quanto sarebbe difficile cautelarsi ed emanciparsi per l’Europa?
«Tutto è difficile nella vita. Per proteggere l’Europa oggi sarebbe meglio, politicamente, una duplice garanzia anglofrancese. Come riporto nel libro, i due paesi possiedono circa 525 testate nucleari. Molte meno di quante ne hanno russi e americani (oltre 5.000 ciascuno) e un po’ meno di quelle dei cinesi (circa 600, però in rapido aumento). Ma il loro numero sarebbe più che sufficiente per esercitare una forte deterrenza sulla Russia, il cui territorio è immenso, ma i target significativi sono più limitati. Nessuno può garantirci la sopravvivenza. Dobbiamo smettere di pensare che se non rischiamo sopravviveremo. Oggi persino sopravvivere è un rischio politico e bisogna correrlo».