Sopravvivere alla dittatura della taglia 32

I più modaioli di voi, se la ricorderanno. Occhi come il mare, naso irregolare. Quel look da adolescente emaciata che nel 2011 la catapultò nel gotha della moda internazionale: Milano, New York, Londra, Parigi. La sua fu una carriera di modella folgorante. Fino a quando non rischiò di morire per infilarsi nella taglia trentadue. Eppure quando un talent scout la fermò per strada a Parigi, Victoire Maçon Dauxerre era una ragazzina qualunque di diciassette anni, senza particolari interessi per in mondo della moda. «Ma tu sei la nuova Claudia Schiffer!» le disse un tipo che le arrivava a malapena alle spalle. «Scusi, ma sta dicendo?» Gli rispose dall’alto del suo metro e settantotto. «Non hai mai pensato di fare la modella? Signora, sua figlia è di una bellezza strepitosa. E che naso! Dà equilibrio al volto e cattura perfettamente la luce. Mi creda, io me ne intendo».
In un primo momento madre e figlia lo ignorarono, ma poi la sua insistenza ebbe la meglio. Poche settimane dopo, Victoire varcò la soglia della rinomata agenzia e per lei iniziò un calvario. Una discesa negli inferi ripercorsa anni dopo in un libro uscito nel 2016 e subito divenuto un best seller in Francia. «Jamais assez maigre» (Mai abbastanza magra), è il racconto della giovane sui retroscena tossici della moda. «Mi vennero promesse New York, Miami, Milano, Parigi, Londra - ha ricordato in una intervista pubblicata sul quotidiano Le Temps - e le ottenni: ventidue sfilate in otto mesi, un’impresa inaudita nel mondo della moda». Anche se la parola «dimagrimento» non venne mai pronunciata dai responsabili dell’agenzia, Victoire si mise a dieta. «Nessuno mi ha mai imposto di dimagrire. Piuttosto mi dicevano: a settembre parteciperai alle Settimane della Moda, le taglie dei vestiti saranno 32-34 e tu dovrai entrarci».
Essendo una 38, Victoire intraprese una dieta ferrea. Per calare più in fretta, mangiava tre mele al giorno e si imbottiva di lassativi. Quando la bilancia segnò 47 chili, il malsano obbiettivo era raggiunto. Aveva perso dieci chili in un’estate. Ora riusciva ad infilarsi nei vestiti degli stilisti di grido, ossessionati dai corpi androgeni. «Più dimagrivo, più mi sentivo grassa», scrive la giovane. Un giorno a New York, sua madre la vide nuda in bagno e, spaventata, le disse: «Sembri una di quelle dei campi di concentramento!». Victoire non le diede retta: ormai era una vittima dell’anoressia. Non era la sola ad avere gravi problemi con l’alimentazione.
Nel suo libro racconta di aver visto modelle nel backstage delle sfilate abbuffarsi davanti alle telecamere per poi andare in bagno a vomitare una volta che i giornalisti se ne erano andati. Ricorda di aver partecipato a servizi fotografici in cui solo i fotografi ricevevano da mangiare, racconta di essere svenuta per strada per fame e debolezza durante la Settimana della Moda di New York. Quando, ormai disperata, decise finalmente di abbandonare la carriera di modella, «nessuno mi capì». Cadde nella bulimia e tentò il suicidio con un overdose di droga. «Tutti i miei amici mi dicevano che avevo una vita da sogno, ma io non ero mai stata così infelice», ricorda.
Oggi Victoire è guarita, anche grazie a sua madre che non ha mai smesso di lottare con lei. Sta bene, ma ammette che la vigilanza sulla sua salute mentale rimane alta. L’anoressia è una malattia che non molla facilmente le sue vittime.
Ha ricostruito una vita lontana dalla moda: ha studiato psicopatologia per comprendere meglio i meccanismi dei disturbi alimentari. Non perde giorno senza raccontare la sua storia, sperando di aiutare altre giovani vittime «della dittatura della magrezza», come la definisce lei. Ha anche conseguito un master in recitazione. «Amo il teatro e il cinema. Anche nell’ambiente dello spettacolo c’è competizione ma almeno lì la bilancia non è tutto».
