L'intervista

«Stare zitti è la nostra unica salvezza»

In una società sommersa dal rumore, la professoressa Nicoletta Polla-Mattiot insegna l'ecologia del silenzio
Prisca Dindo
10.10.2026 21:30

Giornalista, scrittrice e studiosa, Nicoletta Polla-Mattiot da quasi quarant’anni indaga il silenzio non come semplice assenza di parola, ma come forma di comunicazione, relazione e pensiero. Con il filosofo italiano Duccio Demetrio ha fondato l’Accademia del Silenzio, insegna Ecologia del Silenzio all’università IULM e proprio quest’anno ha pubblicato per Einaudi «Il silenzio è rivoluzione»: una riflessione molto attuale su cosa significhi riconquistare spazi di silenzio in una società iperconnessa, rumorosa e continuamente sollecitata. Ne parlerà oggi a Sconfinare a Bellinzona, insieme alla giornalista RSI Sandra Sain.

Quando ha scoperto che il silenzio avrebbe potuto essere qualcosa di rivoluzionario?
«Mi occupo di silenzio da quasi quarant’anni, per questo mi è difficile indicare un momento preciso. Ricordo però una scoperta fatta all’università, dove mi sono laureata in lettere classiche: le scuole di retorica del mondo greco e romano. Lì si formavano i grandi oratori, quelli che poi sarebbero diventati politici e avvocati. Ebbene, scoprii che a chi doveva imparare ad utilizzare la parola come strumento di persuasione, i maestri insegnavano anzitutto il valore del silenzio. «Qui nescit tacere nescit et loqui», recita una massima latina, che in italiano significa «Chi non sa tacere, non sa neppure parlare». Per me fu una rivelazione: il silenzio non era l’opposto della parola, ma la sua condizione. Da allora non mi sono più fermata».

C’è silenzio e silenzio. Lei a quale si riferisce?
«Non mi sono mai occupata del silenzio spirituale o meditativo, né tantomeno religioso. Ci sono esperti più validi di me in questi campi. E non mi riferisco nemmeno al silenzio imposto, quello dell’emarginazione, del controllo e del dominio. Intere categorie di persone nel mondo non hanno né diritto né l’accesso alla parola. Per loro il silenzio è una condanna, non una scelta. La mia ricerca riguarda l’altro silenzio, quello scelto e consapevole, nella sua dimensione sociale e relazionale. È un silenzio relativo, quello che sta tra le parole e tra le persone, non quello assoluto».

Lei fa la giornalista, vive di parole. Come convivono le due cose? Il giornalismo è rumore?
«Non sento la contraddizione tra il mio percorso di ricerca e il mestiere di giornalista. I due mondi si integrano a vicenda. Porre l’attenzione sul silenzio significa porla sul valore della parola e sulla sua responsabilità. Dire o non dire, e se dire, in che modo. Troppo spesso usiamo le parole come se fossero ininfluenti. Lo studio del silenzio mi ha insegnato quanto invece siano strumenti potenti. Troppo spesso le impieghiamo come armi, muri, maschere, invece di utilizzarle per quello che sono nate, ossia costruire ponti e relazioni tra le persone».

In natura, quando gli animali tacciono all’improvviso, spesso vuol dire che c’è un predatore nei paraggi. La nostra paura del silenzio è forse un’eredità ancestrale?
«Credo, più semplicemente, che ne abbiamo paura del silenzio perché non ci siamo abituati. Viviamo immersi nel rumore e negli stimoli, disabituati al vuoto, all’assenza. Il silenzio ci costringe a entrare in contatto con noi stessi invece di essere altrove, distratti. È vero però che il silenzio inquieta da sempre. Nei testi antichi è spesso segno di malattia, di qualcosa che non va. Appare come qualcosa di estraneo, al di qua o al di là della vita, ma non dentro. Io penso invece che concedersi un po’ di silenzio nella quotidianità sia un modo per riconnetterci con il mistero. È una parte essenziale dell’esistenza che tendiamo a scacciare nel tentativo di programmare e prevedere tutto».

Cosa fa il silenzio sul corpo umano?
«Posso dare una risposta da umanista, non da neurologa. Da lettrice di testi scientifici, cito solo la ricerca che dice che il nostro cervello non si accende soltanto in presenza di stimoli sonori, ma pure con il silenzio. Quando non succede nulla, entrano in funzione determinati circuiti. Il cervello, insomma, percepisce il silenzio, e anzi ci lavora. Il silenzio è quindi una dimensione importante e utile, purché sappiamo alternarlo al suono e alla parola. Lo studio mostra che in quello spazio apparentemente vuoto il pensiero si rigenera. L’eccesso di stimoli taglia le gambe alla creatività, che nel silenzio aumenta. Noi non ce ne rendiamo conto e ciò è sorprendente. Per questo dico che «Il silenzio è rivoluzione» è il mio primo libro politico, perché mi fa davvero paura una società così concitata e basata soltanto sul principio «azione/reazione», «mi piace/non mi piace». Il ragionamento ha bisogno di tempo lento e non necessariamente la prima risposta veloce è quella giusta».

In questa società piena di rumori, cosa fa il nostro cervello? Dà retta a chi fa la voce più grossa?
«In un certo senso sì. Un adulto che vive in città, pur senza problemi di udito, finisce per registrare soltanto i suoni più forti, quelli del traffico e del rumore urbano. Non è che non senta i cinguettii degli uccelli oppure il gorgoglio dell’acqua, semplicemente non li ascolta più. È così assuefatto a un sottofondo costante che solo i suoni più intensi riescono a catturarlo. Così ci perdiamo il mondo, non soltanto acustico, ma anche di pensiero, perché finiamo per accorgerci solo di ciò che ci stimola con forza. Siamo talmente iperstimolati che il cervello si difende puntando sulla disattenzione, che è uno dei grandi mali del nostro tempo. Alternare la pienezza degli stimoli a qualche momento di riposo può aiutarci ad uscire da questo circolo vizioso. Creare un’alternanza tra pienezza di stimoli e un po’ di riposo del cervello potrebbe farci sentire molto più felici».

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