Stati Uniti, luci e ombre

C’è un po’ di esagerazione nelle affermazioni su un’economia americana che nella fase attuale nonostante tutto sta andando bene. È vero che il motore statunitense, il principale a livello mondiale, resta potente, ma è anche vero che non sta girando al massimo e che anch’esso in qualche modo registra rallentamenti sul piano della crescita. Le tensioni geopolitiche, le guerre, i dazi voluti da Trump e sin qui solo in parte bloccati dalla Corte suprema USA, sono tutti fattori che si fanno sentire anche oltreoceano. E mentre il motore a stelle e strisce va ad una velocità che per i suoi standard è moderata, anche negli Stati Uniti mordono in modo non secondario l’inflazione e il debito pubblico. Il quadro americano insomma ha ancora luci, ma ha anche non poche ombre.
Crescita e rincaro
Quest’anno il Prodotto interno lordo (PIL) reale negli USA è andato abbastanza bene nel primo trimestre, ha rallentato nel secondo trimestre, nel terzo trimestre secondo le prime indicazioni sul PIL nominale sarebbe andato meglio. In attesa delle cifre definitive del terzo trimestre sul PIL reale, che è quello che più conta, è utile prendere le cifre di settembre dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che riguardano appunto il PIL reale e indicano la variazione per l’anno intero. Gli USA sono cresciuti del 2,8% nel 2024 e del 2,1% nel 2025, la previsione per il 2026 è 2,2%. C’è dunque una certa tenuta, ma c’è anche un chiaro rallentamento rispetto a due anni fa. Per dare alcuni elementi di raffronto, per l’OCSE l’Eurozona è cresciuta dello 0,9% nel 2024 e dell’1,3% nel 2025, la previsione per il 2026 è 1%. Per la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), la Svizzera è cresciuta dell’1,3% nel 2024 e dell’1,8% nel 2025, con una previsione di 1,7% per il 2026 (valori al netto degli eventi sportivi). Gli USA ancora crescono più della media europea, ma come si vede la differenza a loro favore sta nettamente diminuendo. In molti settori, tra i quali certo quello delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, l’economia americana ha un passo deciso, ma questo non basta per mantenere l’alta velocità complessiva di altre fasi.
Per quel che riguarda gli aumenti dei prezzi nell’ambito dei Paesi più sviluppati, gli Stati Uniti non sono messi bene. I rialzi di petrolio, gas, alimentari, metalli e altri beni gravano anche al di là dell’oceano, dove i dazi di Trump pure pesano. In attesa dei dati sull’inflazione americana di settembre, mese in cui i rincari sono saliti a livello internazionale, si può dire che negli USA in agosto l’inflazione era già al 3,4%; la previsione dell’OCSE per l’intero 2026 è 3,6%. La prima stima per l’Eurozona per settembre indica 3,8%, ma l’OCSE prevede per l’area un 3% per l’intero 2026. La Svizzera in settembre ha registrato un’inflazione dell’1%, la SECO prevede per l’anno intero uno 0,6%. Parlando di banche centrali, sia la Federal Reserve (Fed) americana sia la Banca centrale europea (BCE) hanno come obiettivo un’inflazione media annua del 2%. Mentre la seconda aveva già iniziato ad alzare i tassi di interesse contro l’inflazione, la Fed ha cominciato a farlo più recentemente, anche contro la volontà di Trump, proprio perché il rincaro anche negli USA è alto. La Banca nazionale svizzera (BNS) dal canto suo può aspettare, perché l’inflazione in Svizzera è ancora contenuta (nella fascia-obiettivo 0%-2%), anche grazie alla forza di un franco che, seppur non più ai massimi, rimane comunque robusto.
Indebitamento e tassi
Il debito pubblico americano è molto ampio e sta ancora aumentando. In attesa di conoscere le nuove stime del Fondo monetario internazionale (FMI), occorre ricordare che questa istituzione economica in primavera aveva già indicato per gli USA nel 2026 un rapporto tra debito pubblico e PIL pari al 125,8%. Lo stesso FMI ha stimato, sempre per quest’anno, un indebitamento dell’87,8% per l’Eurozona e del 38,5% per la Svizzera. Il continuo aumento del debito sta influendo negativamente sui titoli pubblici statunitensi, per l’acquisto dei quali gli investitori richiedono di fatto tassi di interesse più alti, considerando il grado di rischio del bilancio statale. I tassi di mercato d’altro canto salgono, non solo ma anche negli USA, pure per via delle previsioni sull’inflazione e dell’incremento dei tassi ufficiali di riferimento, che come visto le maggiori banche centrali stanno alzando. Pagare ogni anno somme molto alte per gli interessi sul debito pubblico, come gli Stati Uniti stanno facendo, significa oggettivamente poter destinare meno risorse direttamente alla crescita economica. Il motore americano rimane potente, ma non gira come potrebbe, sia per via delle tensioni geopolitiche sia per via del peso di inflazione, tassi, debito.
