Stress e burnout, siamo un Paese sull'orlo di una crisi di nervi

In un’epoca segnata dal ritmo frenetico della quotidianità, stress e burnout nascono proprio dal nostro correre ininterrotto. Come osserva il filosofo Byung-Chul Han, «la perdita della capacità contemplativa è responsabile del fatto che la vita attiva sia diventata un correre frenetico. Se l’uomo perde la capacità di non-fare, la vita si trasforma in una reazione iperattiva a stimoli esterni». Di fronte a questa ipersollecitazione e al rischio di confondere il «funzionare» con lo stare bene, riemergono le parole dello psichiatra Eugenio Borgna: «Non c’è guarigione senza ascolto». Un invito fondamentale a rallentare e a restituire centralità alla cura del mondo interiore.
Attorno a queste tematiche si snoda «Salute mentale: il tempo di stare bene», la conferenza in programma martedì 13 ottobre, alle 18.30, nella Sala Conferenze della Clinica Sant’Anna. Un appuntamento per riflettere sui dati del disagio contemporaneo - con una persona su quattro in Ticino colpita da burnout - e per abbattere i tabù sulla sofferenza emotiva.
Qui proponiamo tre interviste con tre prospettive complementari. La dottoressa Sara Fumagalli, specialista in psichiatria e psicoterapia, direttrice sanitaria e primario della Clinica Santa Croce di Orselina, esplora la salute mentale come equilibrio dinamico e invita a slegare l’ascolto dalla prestazione. La dottoressa Vanessa Dietler, specialista in medicina interna generale al Centromedico di Lugano Centro, evidenzia il ruolo del medico di famiglia quale primo punto di riferimento e «spartitraffico» (entrambe relatrici della conferenza di martedì). Infine, la dottoressa Francesca Lecce, psicologa, psicoterapeuta e ricercatrice associata presso il Centro di Terapia Strategica (CTS) di Arezzo, illustra le differenze tra stress e burnout e come disinnescare i meccanismi che mantengono il disagio.
Sara Fumagalli:«Nella nostra società molte persone funzionano, ma non stanno bene»
Dottoressa
Fumagalli, come stiamo?
«Direi che stiamo
bene, ma potremmo stare meglio. Sorrido perché bisogna anche, ogni tanto,
ironizzare. Da un punto di vista oggettivo, l’Osservatorio psichiatrico
registra un incremento significativo delle richieste di aiuto. Ce lo indicano
anche le casse malati per quanto riguarda il ricorso all’assistenza
psichiatrica e psicoterapeutica».
In Ticino una
persona su quattro manifesta esaurimento emotivo o burnout; in Svizzera oltre
quattro persone su dieci riferiscono stress frequente. È una realtà che
riconosce nella pratica quotidiana?
«Sono cifre
assolutamente affidabili e realistiche rispetto a ciò che incontriamo ogni
giorno. Dobbiamo però chiederci perché sia aumentato il ricorso all’aiuto. Le
persone sono più consapevoli? Si parla maggiormente di salute mentale e quindi
si chiede aiuto prima? Da una parte possiamo dirci: «Bene, stiamo facendo
prevenzione». Dall’altra dobbiamo domandarci se stiamo andando verso una
società nella quale diventa più difficile stare bene. Oggi se ne parla di più e
questo facilita una richiesta di aiuto preventiva e tempestiva. Ma chiedere più
aiuto non significa necessariamente sapere meglio come stare bene».
Che cosa significa
stare bene mentalmente?
«Non possiamo più
considerare la salute mentale uno stato rigido e predefinito, ma un equilibrio
dinamico. Coinvolge aspetti psicologici, biologici e socioambientali che
interagiscono tra loro. È la capacità della mente di accorgersi che sta
succedendo qualcosa di nuovo o doloroso e di ridefinire le proprie priorità
alla ricerca di un nuovo equilibrio. La salute mentale è un processo, non uno
stato».
Alla luce dei
dati, siamo diventati più fragili?
«Non direi così,
perché sarebbe un giudizio nei confronti dell’essere umano e delle sue
vulnerabilità. Mi chiederei piuttosto: su che cosa può appoggiarsi oggi
l’essere umano? Il terreno sul quale ci muoviamo, caratterizzato da rapidità,
iperconnessione, informazione continua, pressione verso la prestazione e
instabilità, favorisce davvero questo equilibrio? Il rischio è saturare la vita
di impegni, creando una sorta di anestesia anziché un autentico sentire, fino a
confondere il funzionare con lo stare bene. Molte persone funzionano, ma non
stanno bene».
Eppure facciamo
ancora fatica a riconoscere e legittimare lo stare male. Perché?
«Le persone
arrivano talvolta con l’aspettativa di una sorta di guarigione magica: «Vengo
da te e tu mi farai stare bene». Come se ci fosse un ginocchio rotto da
aggiustare. Ma non funziona così. Facciamo fatica a legittimare la sofferenza
perché significa riconoscere l’impotenza e il limite dell’essere umano, in una
società che conserva la presunzione di poter controllare ogni aspetto della
propria esistenza».
Come possiamo
imparare a legittimare questa sofferenza?
«Cominciando a
non pensare immediatamente allo specialista, ma alla presenza di persone con le
quali possiamo essere noi stessi e condividere fragilità e vulnerabilità».
Quando arriva il
momento di chiedere aiuto?
«Quando ho la
sensazione di continuare a funzionare, ma comincio a domandarmi a quale prezzo
emotivo. Quando mi chiedo se dentro di me esista ancora uno slancio vitale
oppure se stia facendo tutto in modo automatico. Condividere questo peso con
una persona di fiducia rende più semplice anche l’eventuale passaggio al
medico, allo psicoterapeuta o allo psichiatra. Questa relazionalità autentica
oggi è carente e va rafforzata».
Mi vengono in
mente le parole di Eugenio Borgna: a volte non servono neppure le parole, basta
sedersi accanto a una persona e farle sentire la propria presenza.
«Dobbiamo evitare che anche l’ascolto diventi una performance. L’ascolto
di cui parla Borgna è la disponibilità a stare in contatto e a sentire con
l’altro. Per farlo dobbiamo fermarci, passare da una dimensione orizzontale,
quella del fare e del performare, a una verticale, quella del riflettere e
dell’andare in profondità. Significa imparare a sostare anche nelle emozioni
più sgradevoli. E per riuscirci dobbiamo prenderci il tempo».

Vanessa Dietler:«A partire dal Covid-19 ho riscontrato più stress e parlarne è ancora tabù»
Dottoressa
Dietler, qual è il ruolo del medico di famiglia di fronte alla salute mentale e
alla vita quotidiana dei pazienti?
«Noi medici di
famiglia siamo il primo punto di riferimento. Per fortuna, oltre
all’intelligenza artificiale, ci siamo ancora noi in caso di bisogno e abbiamo
l’enorme privilegio di conoscere i pazienti sul lungo periodo, insieme alle
loro famiglie. Spesso, quando subentrano difficoltà nell’ambito lavorativo o
familiare, siamo i primi a cui si rivolgono per chiedere aiuto. Il nostro ruolo
è innanzitutto quello dell’ascolto e della valutazione: ci sono casi che
possiamo gestire con un ascolto empatico. Alcuni pazienti, se si parla di
rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta, si chiudono completamente e
allora siamo proprio noi a intervenire in prima battuta. Poi valutiamo i casi
che devono essere indirizzati direttamente a uno psichiatra, per esempio in
presenza di psicosi manifeste o consumo di sostanze. Lavoriamo davvero come uno
spartitraffico e cerchiamo di indirizzare le persone nella direzione giusta.
Inoltre, la salute mentale va considerata tutt’uno con il corpo: vediamo molte
malattie psicosomatiche e c’è un bel lavoro di squadra, anche quando, per
ragioni di privacy, siamo noi a fare il certificato per il datore di lavoro e
non lo psichiatra».
Le statistiche
indicano che in Svizzera lo stress frequente colpisce il 42,4% delle persone,
mentre in Ticino una persona su quattro manifesta segnali di esaurimento o
burnout. Riscontra questi dati nella sua attività?
«Direi quasi di
più. I casi di esaurimento e burnout sono molto frequenti nella mia casistica e
in quella dei colleghi. Un collega chirurgo mi diceva che passa più tempo a
parlare con i pazienti, a spiegare e rassicurarli, che a operare. E per noi
medici curanti vale ancora di più. Dopo il Covid ho visto un vero aumento dello
stress e dell’incertezza che riguarda tutte le età, ma in particolare molti
giovani. Viviamo in un mondo in cui bisogna essere presenti in mille attività,
sempre sul pezzo, e molti fanno fatica. Purtroppo, se ne parla ancora troppo
poco: rimane un grande tabù».
Anche andare dallo
psicologo o dallo psichiatra, o dire di volerlo fare, è ancora un tabù?
«Nei giovani
meno, per fortuna: tra loro è abbastanza sdoganato, almeno per quanto riguarda
lo psicologo o lo psicoterapeuta. Per lo psichiatra c’è ancora un po’ più di
resistenza. È più difficile nelle persone sopra i 50-60 anni, nella terza e
quarta età: lì il tabù rimane, perché parliamo di altre generazioni. Fa
riflettere il fatto che i pazienti mi chiedano se il certificato di malattia
possa farlo io e non lo psichiatra per ragioni di privacy: «Ma non posso stare
a casa se sto male!». Io rispondo: «Lei sta male esattamente come se si fosse
rotto qualcosa, soltanto che non si vede».
Nel settore
sociosanitario circa il 29% dei lavoratori è esposto al rischio di esaurimento.
Voi stessi siete sottoposti a un forte stress cronico?
«È un bellissimo
lavoro, ma diamo tanto ed è spesso difficile trovare un equilibrio. Quest’anno
ho avuto riscontri di ex colleghi e conoscenti di lunga data che sono stati
molto male. Siamo persone che fanno fatica a chiedere aiuto, dato che tendiamo
ad aiutare gli altri. Lo stress cronico, il non dormire e il lavorare sempre
sono fattori devastanti per infermieri, medici e per tutti coloro che lavorano
in questo settore».
Il 13 ottobre si
terrà la conferenza pubblica «Salute mentale e il tempo di stare bene» insieme
alla dottoressa Fumagalli. Come si svolgerà e quali temi affronterà?
«L’idea è di fare una conferenza pubblica senza schermate: ci presenteremo
spiegando quanto sia importante avere un punto di riferimento, che sia un
medico di famiglia, un pediatra o uno psichiatra, con cui poter parlare.
L’obiettivo è togliere lo stigma che esiste ancora. Sarà un momento aperto alle
domande e parleremo soprattutto di stress e burnout, la malattia dell’Occidente
e di questa epoca, oltre che dei disturbi del comportamento alimentare.
L’intento è dare uno spazio per affrontare questi temi e tracciare una strada,
facendo capire a chi vive un disagio che non è solo. A me piace molto fare
promozione della salute e prevenire piuttosto che curare: bisogna lavorare
soprattutto con i giovani e sulla gestione delle emozioni».

Francesca Lecce:«Come disinnescare i meccanismi che alimentano il disagio»
Dottoressa
Lecce, qual è la differenza tra stress e burnout?
«Lo stress può
essere una risposta temporanea a una situazione impegnativa e può aiutare ad
affrontare un problema. Il burnout, invece, è una condizione più persistente,
nella quale le risorse fisiche ed emotive non sembrano più sufficienti. Alla
stanchezza possono aggiungersi distacco, irritabilità, difficoltà di
concentrazione e perdita di motivazione».
Che cosa ci dicono
le cifre del grafico?
«La distinzione è
tra il problema e il modo in cui viene gestito. Spesso una persona soffre anche
per le soluzioni che mette in atto. Evitare, controllare, rimuginare o cercare
rassicurazioni possono dare sollievo, ma nel tempo mantengono il disagio».
È questo il punto
di partenza della Terapia Breve Strategica?
«L’intervento strategico cerca di interrompere
questi meccanismi con indicazioni personalizzate, aiutando la persona a reagire
in modo diverso».
Nel burnout quali
meccanismi possono alimentare il problema?
«Una persona può alternare periodi di
iperinvestimento a crolli, oppure continuare a lavorare quando avrebbe bisogno
di fermarsi. In altri casi vive anche il riposo come una prestazione».
Ma è davvero
possibile stare meglio in tempi brevi?
«In molti casi i primi cambiamenti possono
comparire presto: un sonno migliore, meno ansia, la capacità di interrompere il
rimuginio o recuperare spazi personali. Ma il miglioramento iniziale non
conclude il percorso: occorre consolidarlo e prevenire le ricadute».
Quindi «breve» non
significa semplice?
«No. La durata dipende dalla gravità del
problema, dalla presenza di depressione, ansia o condizioni mediche e dal
contesto familiare e lavorativo. Nei casi più complessi la psicoterapia può
accompagnarsi a una valutazione medica o psichiatrica».
Qual è allora la
domanda da cui partire?
«Non soltanto «quanto sono
stressato?», ma: «Che cosa sto facendo che rischia di rendere lo stress più
resistente?». Da questa osservazione può
iniziare un cambiamento».

