Lo studio

Stretti tra camorra e ‘ndrangheta

Dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’USI le raffinate strategie delle cosche mafiose
© KEYSTONE/DPA/Marcus Brandt
Silverio Di Silvio
06.04.2026 06:00

Le organizzazioni criminali italiane sono attive in Svizzera da almeno mezzo secolo. Lo dissero i membri della cellula di Frauenfeld, durante una delle riunioni filmate di nascosto dalla polizia federale. E ce lo insegna la storia ticinese, con i suoi addentellati del caso Cristina Mazzotti, la 18enne del Comasco sequestrata e uccisa nell’estate del 1975, prima donna vittima dei sequestri di ‘ndrangheta. Da allora la presenza delle mafie sul nostro territorio non si è affievolita. Anzi. Ha continuato semmai a cambiare pelle, adattandosi di volta in volta all’evoluzione dei tempi: il boom dell’eroina e i narcodollari che, per tutto il corso degli anni Ottanta, si riversarono sui conti delle banche elvetiche; la progressiva ascesa della ‘ndrangheta, inversamente proporzionale al contraccolpo subito da Cosa Nostra dopo le stragi del 1992 e del 1993; la vocazione sempre più affaristica e globalizzata che le cosche hanno assunto nell’ultimo ventennio, anche grazie allo sviluppo della tecnologia.

Armi e droga

Basterebbe pensare al traffico di droga, condotto oggi in stretta collaborazione con i gruppi balcanici e ricorrendo sistematicamente ad apparecchi di comunicazione criptata. I quantitativi sono impressionanti: fiumi di cocaina, in entrata e in uscita dal Paese, come testimoniano le numerose indagini di cui l’archivio dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’USI (al quale è dedicato Il Cannocchiale di questa settimana accanto) custodisce le carte. Non meno inquietante il flusso di armi esportate oltre confine per foraggiare gli arsenali dei clan. Dalle chat dell’operazione «Cavalli di razza», che nel 2021 ha colpito la locale di Fino Mornasco e le sue ramificazioni sull’asse Zurigo-San Gallo, è emersa persino la tentata compravendita di esplosivo al plastico.

I reati finanziari

Poi ci sono i reati finanziari, a cominciare dal classico riciclaggio di denaro. Il progressivo inasprimento delle norme in materia ha sicuramente reso più ostico l’uso dei nostri canali bancari. Si è assistito addirittura a un capovolgimento di fronte. Oggi sono cioè gli istituti stessi che, per paura di essere sanzionati, inviano segnalazioni a ogni piè sospinto alle autorità federali competenti. Il problema è però lungi dall’essere risolto. Per ripulire i capitali sporchi le mafie hanno infatti una miriade di alternative: dalle monete virtuali al tradizionale cambio di valuta; dagli investimenti in settori come l’edilizia, l’immobiliare e la ristorazione agli acquisti in leasing - ci insegna l’inchiesta « Imponimento », scattata nel 2020 - di vetture d’alta gamma.

Il tutto adoperando spesso le cosiddette società bucalettere, utili inoltre a molti altri scopi. Con qualche formalità le organizzazioni criminali riescono a ricevere permessi di soggiorno, percepire indebitamente prestazioni sociali, ottenere crediti di varia natura. Soldi destinati, con il fallimento della presunta attività, a sparire nel vuoto. Si approfitta insomma delle opportunità offerte dal sistema svizzero per depredare e inquinare la nostra economia.

«Stanno bene in Svizzera»

«Stanno bene in Svizzera (…) in Italia ci hanno rovinati (…) nella Svizzera non esiste il 416bis» - ricordava al telefono uno degli imputati di «Cavalli di razza». La Confederazione è considerata alla stregua di un Eldorado, dove i controlli sono meno severi e le pene decisamente più miti (anche al netto degli aumenti introdotti con la revisione legislativa del 2021). Questo senso di relativa impunità ha attirato, nel tempo, decine di latitanti. L’ultimo è stato arrestato a Wetzikon il 23 gennaio, grazie all’antenna ticinese della polizia federale.

La volontà di agire

Sì, il Ticino. Rispetto agli altri il nostro Cantone - ha ribadito nei giorni scorsi Francesco Lepori, cofondatore e responsabile operativo dell’Osservatorio - è senza dubbio più consapevole della gravità della situazione. Un paradosso, se si considera che le zone a maggiore densità mafiosa si trovano invece oltre San Gottardo. La recente vicenda di Roveredo, di cui tanto si sta discutendo e si discuterà ancora, ne è l’esempio lampante. Quattro delle persone arrestate il 23 febbraio nell’ambito dell’operazione antidroga «Pozzo» risiedevano da alcuni anni nel Grigioni italiano con un regolare permesso B, dopo che a una manciata di chilometri di distanza le autorità ticinesi lo avevano negato a uno di loro in ragione dei suoi precedenti penali.

In dicembre il Consiglio federale ha approvato la nuova Strategia di lotta alla criminalità organizzata, che con gli otto campi d’azione descritti ben inquadra la via da seguire. Ma gli strumenti di contrasto (in parte peraltro già esistenti) servono a poco se non vengono sfruttati fino in fondo. Una volontà di agire davvero che, al di là dei proclami ufficiali, secondo Lepori è sovente mancata. Già in passato il Dipartimento federale di giustizia e polizia aveva definito le mafie italiane «una minaccia considerevole» per la Svizzera. Eppure da allora non si è mosso granché.