Sulle elezioni in Israele non c'è da farsi illusioni

«Sono molto scettico sull’idea che il mondo arabo godrà di un cambiamento significativo con un governo post-Netanyahu». Le parole di Mohamad Baharun, direttore del Dubai Public Policy Research Center, riassumono bene la posizione araba sulle prossime elezioni in Israele. «Nella regione sono in molti a sperare che il paese volti pagina, ma le forze che forgiano la politica israeliana vanno ben al di là della sola persona di Netanyahu».
Per ribadire: il mondo arabo, dunque, non si fa troppe illusioni su un cambio di rotta nella politica israeliana dopo le elezioni del 27 ottobre. Almeno quattro date capitali lo riportano infatti, malgrado qualche fragile speranza, a una storia infinita di smacchi: il 1948 (quando alla fondazione dello Stato di Israele seguì la Nakba, con lo sfollamento di 750.000 palestinesi dalle loro terre); il 1967 (la Guerra dei Sei Giorni, che decretò la definitiva superiorità militare di Tel Aviv sull’avversario); il 1979 (con gli Accordi di Camp David, che sancirono di fatto una normalizzazione di cui la causa palestinese non beneficiò in alcun modo); il 7 ottobre del 2023 (quando l’efferato massacro di Hamas diede la stura al disastro a cui stiamo ancora assistendo). Tasselli di un sentimento di pessimismo che permea, in una storia senza soluzioni, il Medio Oriente da un estremo all’altro.
Eppure un fragile orizzonte di speranza esiste e molti intellettuali e politici arabi cercano di credervi. E, pur distinguendosi al proprio interno tra «moderati» e «radicali», considerano questa tornata elettorale l’ennesima occasione per non abbandonare la Palestina al suo destino.
Strategia pragmatica o boicottaggio
Quanto accomuna i due fronti del dibattito all’interno del mondo arabo, in particolare nei territori palestinesi, è l’auspicio che Netanyahu abbandoni definitivamente il campo. Ma se per i «moderati» è tempo di sospendere la strategia del boicottaggio, per i «radicali» bisogna viceversa rafforzarla e sostenerla.
Le due posizioni ritrovano sul terreno politico i propri rispettivi leader. Yusef Jabareen (a capo del Fronte Unificato) ha per esempio annunciato che il suo blocco si propone di fare da «cordone di sicurezza» per favorire quanto più possibile l’opposizione ebraica centrista nell’intento di creare una coalizione anti-Netanyahu. Mentre Mansur Abbas (leader del partito Ra’am) non perde occasione di ribadire che la comunità araba israeliana deve convergere in massa nel «campo della partecipazione», sola condizione prospettabile, a suo avviso, per sperare nella fine del governo Bibi.
A questa che viene chiamata «strategia pragmatica» si affianca la cosiddetta «alleanza ebraico-araba», il cui obbiettivo principale è quello di rafforzare, se possibile normalizzando, il partenariato tra arabi ed ebrei nel quadro delle istituzioni israeliane. Figura di spicco, in questo scenario che potremmo chiamare di «compromesso storico», è l’ex ministro Yoav Segalovitz, che nell’aderire alle liste di Ra’am ha di fatto stigmatizzato il principio che senza una coesione tra arabi ed ebrei nessuna inversione di rotta sarà mai praticabile.
Ma appunto esiste anche un consistente «campo del rifiuto», il quale, nel collocare il confronto tra sionisti e palestinesi su un piano radicalmente ideologico, rigetta in toto ogni forma di compromesso. È un arco che raccoglie al proprio interno tanto gli attivisti politici di estrema sinistra quanto gli intellettuali nazionalisti. E al cui interno la cosiddetta «opzione democratica», ovvero il cambiamento della politica israeliana per mezzo di elezioni, viene rigettata alla radice come irrealistica.
Ne sono protagonisti figure di diversa origine, come Sami Abu Shehada, leader del partito nazionalista Balad, che oltre a denunciare il sistematico tentativo israeliano di censurare e perseguitare le correnti dissidenti, stigmatizza come il sistema statuale di Tel Aviv sia de facto «coloniale e razzista», ragione per cui individua nel boicottaggio la sola forma di delegittimazione possibile del governo ebraico.
Tale fronte ritiene che il sostegno arabo all’opposizione contro Netanyahu sia del tutto irrilevante o persino dannoso. E che figure come Gadi Eisenkot o Yair Golan (tra i massimi esponenti di tale schieramento) si collochino sostanzialmente sulla stessa linea di intransigenza del premier, tanto nel voler escludere la presenza di ministri arabi all’interno dello Stato quanto nel mantenere un livello di repressione securitaria, contro la resistenza palestinese, del tutto affine a quello del Likud.
Voto di protesta o boicottaggio sono pertanto le due uniche e opposte prospettive che questo cosiddetto «campo del rifiuto» suggerisce agli elettori del 27 ottobre. E il disperato tentativo di osare un’alleanza strategica tra opposizioni (vale a dire tra ebrei e arabi) appartiene al solo controcanto progressista e moderato.
Le ceneri del piano di pace per Gaza
Giunto il piano di pace in venti punti di Trump a un punto morto dopo il rilascio degli ostaggi di circa un anno fa, il mondo arabo riconosce dunque in questo spartiacque elettorale assai più un evento simbolico che un evento realmente rigeneratore. E laddove Hamas reclama che Israele interrompa le proprie azioni militari ritirandosi dal 60% della Striscia di Gaza, e Israele che Hamas si disarmi integralmente dei suoi arsenali, nessuno compie davvero il primo passo. Né sul piano militare né su quello politico.
Così la strategia israeliana del «pugno duro» rivela il suo doppio volto: da una parte giunge a rafforzare l’immagine di uno Stato ebraico imbattibile, dall’altra estende il seme dell’instabilità sull’intero tavolato mediorientale. E come afferma il politologo egiziano Hisham Murad: «La potenza militare di Israele non basta da sola a produrre un nuovo ordine regionale conforme ai suoi interessi». Ovvero, nessuna elezione potrà mai sottrarre il conflitto arabo-israeliano all’influenza delle potenze internazionali. Le quali, tra Cina, Russia, Turchia, Iran e monarchie del Golfo, probabilmente decideranno dei suoi destini - e dei destini dei palestinesi - più di qualsiasi scheda elettorale o schieramento politico interni allo Stato ebraico.
