The New Yorker: ossia essere snob ma non antiquati

Nella stagione della Grande Fretta, delle notizie bruciate in pochi secondi, della rincorsa al click su Internet, delle informazioni telegrafiche, c’è un castello che resiste. I suoi bastioni sono il rigore, la curiosità, la profondità, l’attenzione ai dettagli, il graffio dell’umorismo e, se vogliamo, una «lentezza» che non è noia ma tempo per riflettere e leggerlo. Stiamo parlando del New Yorker.
Fondato nel febbraio del 1925 da Harold Ross e dalla moglie, Jane Grant, ha vissuto mille stagioni accompagnando la trasformazione dell’America ma anche dell’informazione. Sono partiti con la satira, le news di un certo ambiente di Manhattan, per poi diventare un osservatorio speciale, occupandosi di questioni interne e di grandi crisi internazionali, nessuna esclusa. Cinema, teatro, medicina, viaggi, crimine, personaggi, arte, nulla è rimasto fuori. Articoli lunghissimi, con il testo intervallato da vignette ricche di battute: alcune nette, chiare, altre che costringono il lettore a pensare per un attimo. Eppure, non perdono di efficacia.
Il buio del terrorismo
Celebri le copertine, studiate non solo per dare un titolo ma anche diventare un quadro da appendere. Inconfondibili, uniche, di gran classe, a volte snob, però quasi sempre sul punto. Famosa quella per l’11 settembre 2001, il giorno che ha cambiato il mondo: nera, con le due torri scure a ricordare il buio del terrorismo, la sfida nel cuore della Grande Mela. E come non ricordare l’articolo «The Falling man», dedicato ad una delle vittime che si lanciò nel vuoto da uno dei grattacieli del World Trade Center quando si rese conto di non avere più alcuna speranza di salvezza. Una vittima probabilmente rimasta senza un nome certo, una fine documentata dallo scatto di Richard Drew, fotografo dell’Associated Press.
Il racconto su Hiroshima
Nella sua storia il magazine ha svolto un fantastico lavoro investigativo, cercando la verità, provocando a raccontare l’altra faccia della Luna. Tutti ricordano il numero speciale di 68 pagine dedicato alle conseguenze dell’attacco atomico su Hiroshima, in Giappone, l’ultimo atto di un conflitto devastante. All’epoca il Pentagono aveva proibito la diffusione di foto, non si dovevano vedere gli effetti del bombardamento sul bersaglio nemico. Ed ecco che ci pensa l’inviato John Hersey a spazzare via tutto con un incredibile reportage dalla città devastata: al centro i racconti di sei sopravvissuti. Una cronaca di quei momenti. Una narrazione dal grande impatto, senza vignette.
Cambiamenti all’orizzonte
Magari può sembrare qualcosa di lontano perchè oggi, grazie alla rete, seguiamo questi «incendi» in diretta, abbiamo i video dopo pochi istanti, siamo testimoni e a volte protagonisti impugnando un telefonino. Ma il racconto di Hersey è la prova di cosa possa fare un reporter, un giornale, una redazione convinta del proprio lavoro. Ed è anche il segnale, all’epoca, di un progressivo cambiamento della rivista che allarga sempre di più l’orizzonte trattando di tutto, uscendo da certi confini e modi di essere. Altrettanto formidabile sarà l’inchiesta sul pericolo dei pesticidi per l’acqua e l’agricoltura, un’idea portata avanti con coraggio da William Shawn, detto «coniglio di ferro», direttore dal 1951 all’87.
Valanghe di vignette
Come è stato detto in molte interviste anche alla tv l’anima del New Yorker è racchiusa nella volontà di raccontare l’altro mondo con eleganza, precisione, passione ma senza apparire antiquati. Non è facile, richiede un grande sforzo, come mi ha confessato una delle loro giornaliste impegnata sui temi della sicurezza, dell’intelligence, degli apparati coinvolti in grandi e piccole operazioni. Eccezionale l’articolo dedicato, poche settimane fa, ai sabotaggi pilotati dalla Russia in Europa occidentale, una trama da romanzo ma tutta reale, con dettagli infiniti, dove resta fuori ben poco. Quando sei arrivato alla conclusione hai in mano un dossier. Affascinante il sistema che gestisce illustrazioni e vignette. Ne ricevono valanghe dall’esterno ogni giorno e alla fine ne acquistano una decina: c’è una riunione di desk dove il direttore David Remnick, affiancato dai suoi collaboratori, fa la scelta finale. A questo proposito vi segnalo, se non lo avete già visto, il documentario uscito su Netflix.
Ossessione e attendibilità
«Loro», sanno di essere il New Yorker, possono apparire elitari - e lo sono -, però scarpinano davvero per inseguire un lead, una traccia, un’indicazione che si trasforma, giorno dopo giorno, in un quadro composito. Con milioni di lettori, il magazine tiene il mercato in un’epoca tempestosa, dove quotidiani celebri come il Washington Post rinunciano alle sedi estere e tagliano e quello locali scompaiono lasciando intere contee degli Stati Uniti senza media affidabili. I giornalisti della rivista si vantano di due aspetti: l’ossessione (positiva) che deve avere ogni giornalista e quella - non meno rilevante - dell’attendibilità.
Il giornalismo di qualità
Ci sono quasi 30 persone che controllano ogni singola virgola di ogni singolo «pezzo», verificano direttamente con le fonti citate, setacciano in modo pignolo ciò che c’è scritto nell’articolo. Sono come dei guardiani, a difesa del giornalismo di qualità. Una risorsa ancora più importante in una fase dove le frottole volano con la velocità della luce, si imbastiscono «esclusive» su frammenti non sempre corroborati da prove. Conta il titolo, conta l’effetto mentre l’intelligenza artificiale in mano a sconsiderati può riservare brutte sorprese. Ovviamente nessun media è immune da errori, lo stesso New Yorker ne è consapevole, non lo nasconde ma cerca di impedire, nei limiti del possibile, che lo sbaglio si ripeta. Loro, almeno, possono dire di averci provato.
