Salute

Ticino pigro? «Dire di non avere tempo è solo una scusa»

Il medico dello sport Marco Marano fa il punto sui dati UFSPO: infrastrutture, costi e cultura frenano i ticinesi, ma bastano 45 minuti al giorno per stare bene
Ticino: un Cantone sul divano.
Marco Ortelli
04.10.2026 13:34

Lo studio «Sport Svizzera 2026» dell’UFSPO evidenzia che quasi un ticinese su tre non pratica mai sport, il doppio rispetto alla Svizzera tedesca. Marco Marano, direttore medico del Centro Swiss Olympic di Manno, analizza le cause e spiega l’importanza del movimento nella prevenzione.

Dottor Marano, i dati sulla quota di inattivi in Ticino mostrano un quadro preoccupante.

«Non sono rimasto del tutto sorpreso. Frequentando il mondo dello sport e della medicina dello sport, mi rendo conto che in Ticino non c’è una grandissima cultura dell’attività fisica e questi numeri ne sono una manifestazione. Rispetto alla Svizzera tedesca, la quota di inattivi è praticamente doppia. Il 28% per il Ticino (29% per la Svizzera italiana) significa che quasi una persona su tre non pratica mai attività fisica». (Vedi grafica a lato).

Un dato che va oltre la statistica

«Non è solo un discorso numerico: è una questione sociale che va affrontata anche a livelli più alti. Perché sappiamo bene che un inattivo oggi è un malato domani».

Quali sono le conseguenze sulla salute?

«Chi non pratica mai attività fisica può avere un rischio di sviluppare patologie croniche fino a tre volte superiore rispetto a chi è attivo. Questo significa più pazienti, più spese sanitarie, più problemi sociali e più assenze dal lavoro».

E quanto pesa sul sistema sanitario?

«Risulta che il 21% degli inattivi viene ospedalizzato. L’ultima statistica che avevo visto parlava, tra spese indirette e assenze dal lavoro, di cifre fino a 3 miliardi di franchi all’anno. È tantissimo. Pensiamo a quanto potremmo risparmiare rendendo queste persone più attive».

Come spiega una sedentarietà così marcata?

«Con tre fattori: sociali, economici e culturali. Tra quelli sociali ci sono le infrastrutture: rispetto ad altri cantoni non siamo allo stesso livello. A questo si aggiungono traffico e posteggi. Non è sempre facile per una famiglia, e parlo anche da genitore, portare un figlio a fare sport. Se già non ho una grande motivazione, sono ulteriori disincentivi».

E gli altri fattori?

«C’è quello economico: non tutte le famiglie possono permettersi un’iscrizione e, se mancano infrastrutture gratuite, l’alternativa è a pagamento. Pensionati e persone con redditi più bassi possono avere difficoltà. Infine, c’è il fattore culturale: il Ticino è un cantone latino e nei Paesi latini il tasso di attività fisica è più basso rispetto ai Paesi nordici».

Lei dice «fare sport è una medicina». Perché il messaggio fatica ad affermarsi?

«Noi medici dello sport dobbiamo fare un esame di coscienza, perché forse non siamo abbastanza bravi a trasmetterlo. Fare sport è una medicina: ci consente di vivere più a lungo, ridurre l’assunzione di farmaci e diminuire il rischio di patologie gravi. È un importante fattore di prevenzione per le patologie cardiovascolari ed endocrinologiche e può contribuire a ridurre il rischio di diversi tumori».

Molti, però, associano lo sport a sforzi estremi.

«Non dobbiamo pensare subito all’agonismo o ad allenamenti estremi come l’HYROX o altre attività che ci spingono sempre al limite. Attività fisica è anche camminare, è tutto ciò che ci porta ad alzarci dal divano. L’OMS raccomanda quei famosi 300 minuti di attività fisica leggera alla settimana».

Alcune discipline tradizionali sembrano perdere terreno a favore di attività individuali o del padel.

«Credo ci sia anche un effetto post-Covid. Durante le restrizioni la gente si è allontanata dagli sport di contatto, dedicandosi maggiormente a discipline individuali come yoga o pilates. Alcuni sport soffrono inoltre per la paura degli infortuni. Studi della Suva indicano il calcio come primo sport in Svizzera per numero di infortuni e questo può spaventare».

Il problema è lo sport o il modo in cui lo si pratica?

«Il problema è come ci si approccia: spesso mancano preparazione e riscaldamento. Pensiamo al padel: su 50 persone che giocano, forse due fanno un minimo di riscaldamento e le altre 48 no. È la cosa peggiore che si possa fare».

Che cosa consiglierebbe a un sedentario che volesse cominciare dopo aver letto l’articolo?

«Di iniziare con gradualità. È bene fare una valutazione medica per conoscere la propria condizione. Poi è fondamentale non porsi obiettivi da super atleta, ma traguardi raggiungibili, facendosi seguire all’inizio da un professionista».

Qual è la trappola principale?

«Voler fare troppo e subito. Vedo persone che iniziano a correre con l’obiettivo di fare la Maratona di New York dopo quattro mesi: finiscono per farsi male e rinunciare. Superata la prima fase, invece, l’effetto delle endorfine e delle altre sostanze del benessere ci spingono a continuare».

Quali dovrebbero essere le priorità della politica?

«Comprendere la funzione sociale ed economica dello sport e rendere le infrastrutture accessibili: gratuite o a costi contenuti, ben collegate e con parcheggi. Bisogna inoltre incentivare fasce come la terza età con orari e costi agevolati».

E a chi sostiene di non avere tempo?

«Rispondo che il tempo è soltanto una scusa: manca la volontà. Su 24 ore, 45 minuti per muoverci possiamo trovarli tutti. Io lavoro molto e ho quattro figli, ma riesco ad allenarmi la mattina presto e questo mi rende più energico. Il messaggio chiave rimane questo: ogni inattivo oggi è un potenziale paziente domani».

Marco Marano, direttore del Centro Swiss Olympic di Manno, specialista in Chirurgia ortopedica e Traumatologia dell'apparato locomotore. (Foto CdT - Putzu)
Marco Marano, direttore del Centro Swiss Olympic di Manno, specialista in Chirurgia ortopedica e Traumatologia dell'apparato locomotore. (Foto CdT - Putzu)

Addio orari fissi: così il fitness ha superato le società sportive

Dai dati federali sul movimento al panorama ticinese: viaggio nel mondo delle palestre con Paride Oggioni, tra tecnologia e cura di sé.  

Paride Oggioni, direttore del centro fitness Free Time Club a Lugano. (Foto CdT - Zocchetti)
Paride Oggioni, direttore del centro fitness Free Time Club a Lugano. (Foto CdT - Zocchetti)

Dalla prima palestra luganese alla diffusione dei centri fitness di ogni genere: da oltre trent’anni Paride Oggioni osserva l’evoluzione del settore. «Le tecnologie cambiano, ma il vero motore resta sempre il bisogno di stare bene», osserva in entrata.

Ci troviamo al Free Time Club di Lugano-Cassarate, fondato - tra i primi in Ticino - nel 1980 da Yves Russbach e oggi diretto da Oggioni. Dall’ultima volta che vi avevamo messo piede, proprio negli anni Ottanta, il cambiamento è sorprendente. Sono cresciuti gli spazi, si sono moltiplicate le attrezzature e l’offerta si è ampliata. Non è proprio come passare dall’era dei Flintstones a 2001: Odissea nello spazio, ma poco ci manca.

Lo spunto per questo incontro arriva dallo studio Sport Svizzera 2026 che fotografa le abitudini e le tendenze di movimento della popolazione svizzera, pubblicato dall’Ufficio federale dello sport (UFSPO): nella Svizzera italiana gli adulti abbonati a un centro fitness (17%) superano i membri attivi di una società sportiva (12%).

Flessibilità

Come se lo spiega Paride Oggioni? «Credo soprattutto per una questione di flessibilità. Le società sportive impongono giorni e orari precisi. Oggi, con ritmi di lavoro sempre più impegnativi, non è sempre facile rispettarli. C’è poi un problema logistico: spostarsi da una parte all’altra della città a orari fissi può diventare complicato. La palestra permette invece di liberarsi da molti di questi vincoli. Quando ho iniziato io, nel 1991, si apriva alle 9 o alle 10 del mattino. Oggi apriamo alle 6.30. Molte persone vengono ad allenarsi prima di andare al lavoro, proprio per iniziare la giornata in maniera diversa».

Quanto sono aumentati i centri fitness rispetto al passato? «Sono letteralmente esplosi. Non soltanto in Ticino o a Lugano, ma in tutta la Svizzera. Un tempo pensavamo alla palestra classica, con la sala pesi e magari una sala corsi. Oggi abbiamo piccoli centri «boutique», palestre all’interno dei condomini, strutture legate a centri di fisioterapia».

Evoluzione

Come è cambiato il modo di intendere la palestra? «All’inizio c’erano fondamentalmente due grandi mondi: il bodybuilding e l’aerobica. Oggi troviamo molti più attrezzi cardiovascolari, aree dedicate allo stretching e all’allungamento e corsi come il Pilates. Non è stato un cambiamento improvviso. È stata un’evoluzione progressiva delle attrezzature, delle metodologie e della tecnologia».

Anche la tecnologia ha cambiato il modo di allenarsi? «Sì, ma non bisogna pensare soltanto alla tecnologia digitale. Nel frattempo, sono arrivati sistemi come eGym o Technogym, che combinano elettronica e intelligenza artificiale con l’allenamento della forza, ma alla base rimane comunque il lavoro fisico».

Benessere

La vostra parola chiave, quindi, è benessere? «Esattamente: salute e benessere. Tant’è vero che all’interno della nostra struttura ospitiamo anche un centro di fisioterapia».

Che cosa cerca chi decide di iscriversi in palestra? «Le motivazioni sono molto diverse a seconda dell’età. I giovani, soprattutto i ragazzi, vengono spesso per mettere massa muscolare, mentre le ragazze sono molto attente alla forma e alla modellazione della figura. Poi ci sono le persone adulte o anziane. Ricordo, per esempio, un socio che era venuto da noi anni fa per un programma specifico, il Fitness Metabolico. È ancora nostro cliente e oggi ha quasi 80 anni».

Clientela

Qual è invece il cliente «tipo»? «Direi che il nostro core target è rappresentato dalle persone attorno ai 40 anni, indicativamente tra i 35 e i 50. C’è il desiderio di fare movimento, naturalmente, ma anche quello di ritagliarsi uno spazio personale, di staccare dal lavoro e dai suoi ritmi stressanti. Persino una semplice camminata, se praticata con regolarità, può assumere quasi un aspetto «zen»».

Quante volte alla settimana viene mediamente un cliente? «La frequenza media annuale è di poco inferiore alle due volte alla settimana. Per noi l’ideale sarebbe tre volte alla settimana, ma considerando gli impegni di lavoro e famiglia, due volte rappresentano già un ottimo equilibrio».

Il Ticino è arrivato tardi al fitness rispetto al resto della Svizzera? «Il Ticino è arrivato effettivamente per ultimo, soprattutto per una questione di mercato. Poi, però, c’è stata un’esplosione. Oggi abbiamo una marea di centri di tutti i tipi e credo che siamo perfettamente in pari, se non addirittura al di sopra di altri cantoni».

Che cosa distingue il vostro centro? «Prima di tutto la comodità. Il 95 per cento dei nostri clienti vive o lavora a dieci-quindici minuti da qui. La palestra deve essere facile da raggiungere, un po’ come il supermercato di zona. Infine, c’è il rapporto umano. Noi conosciamo i nostri clienti per nome. Non vendiamo soltanto l’accesso a una sala piena di attrezzi».

Come immagina la palestra del futuro? «Credo che la palestra continuerà a essere sempre meno soltanto il luogo dove si costruiscono muscoli e sempre più uno spazio dedicato alla salute, alla prevenzione, al movimento e all’equilibrio personale. Le tecnologie cambieranno, le modalità di allenamento continueranno a evolversi e nasceranno nuove formule. Ma il bisogno di stare bene e di prendersi cura di sé rimarrà il vero motore del fitness».

Il fitness, questo conosciuto, continua a cambiare pelle. In oltre 45 anni, al Free Time Club, attrezzi, tecnologie e formule si sono rincorse, mentre un’unica esigenza sembra aver accomunato le diverse generazioni: ritagliarsi tempo e spazio per stare meglio.

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