Il racconto

Tintarella con vista sulle guerre (altrui)

Schiacciata tra conflitti, povertà e turismo sessuale, la società egiziana è il simbolo della schizofrenia mediorientale - E in nessun posto lo si vede come a Hurghada
Una veduta di Hurghada, sul Mar Rosso
Marco Alloni
Marco Alloni
01.02.2026 14:50

Il corpo di Ahmed è filiforme, asciutto, muscoloso: è il suo capitale, insieme alla giovane età, per conquistare le donne. Le sfida con uno sguardo addestrato, osservandole quando sulla via principale di Hurghada contemplano le vetrine o passeggiano.

Alle giovani pensa con bramosia, alle anziane figurandosi la loro carta di credito: alterna il desiderio fisico a quello bancario, ma predilige molto più il secondo. È il suo metodo: si finge innamorato della vecchierella di turno e nel volgere di pochi mesi ne ha conquistato la fiducia. Da lì a farsi regalare un’auto, un appartamento o una carta di credito è un passo.

A Hurghada il proliferare di «coppie improbabili» disegna così lo scenario di una moltitudine di copie di Amore e Psiche che si aggirano per le strade per regalarci il patetico spettacolo della svendita dell’Occidente ai pruriti levantini.

Il mare sbagliato

Eppure Ahmed non né un single né solo un gigolo: sposato con Habiba, padre di tre figli ancora piccoli, viene dalla piccola città di Qena, a tre ore da Hurghada, a sud dell’Egitto. E sua moglie sa perfettamente che gran parte del denaro che le recapita ogni mese proviene da questi maneggi con le donne straniere. Un accordo tacito affinché la famiglia lasciata al villaggio (al balad) abbia di che campare e lui di che dare mostra della propria intraprendenza senza essere ostacolato dalla moglie, le cui ambasce economiche rendono accettabile la subordinazione della fedeltà al denaro e l’accoglienza del minore dei mali in favore della crescita e dell’educazione dei figli: i quali, a ben vedere, sono assai più sacri, in Egitto, di quanto lo siano i mariti.

Un paese di forti contrasti 
Un paese di forti contrasti 

Certo, non è questo l’Egitto, Hurghada non è l’Egitto. Ne è semmai la degenerazione, se vogliamo considerare questo mesto accordo tra ricchezza e povertà. Eppure la dice lunga su un dato: per la gran parte degli egiziani, soprattutto se indigenti, l’europeo è un privilegiato da mungere, una carta di credito ambulante a cui estorcere, in forma riparatoria, quello che la storia ha loro negato: essere nati dalla parte fortunata del mondo.

Da Tutankhamon alla pax americana

Dunque ecco che Hurghada diventa il simbolo vivente di un intero paese, il precipitato degenerato di una cultura secondo la quale il destino è ingiusto, l’Occidente è stato baciato dagli dèi mentre la terra di Tutankhamon e Cleopatra solo dalla consolazione di Allah.

Un pregiudizio? Un luogo comune? L’idea distorta di un Occidente che i soldi e il progresso li vede piovere dal cielo? Oppure un retaggio di tre secoli di colonialismo, che pregiudicano la possibilità di vedere l’Occidente altrimenti che come predatore? Sia come sia, Hurghada sembra evidenziare questo clash of civilizations nei modi più grotteschi. E non solo per queste pleiadi di ragazzini in cerca di facoltose donne attempate, ma perché l’Occidente sembra in effetti dare di sé l’immagine di un continente ridotto a cercare nel Terzo Mondo soltanto l’esotismo, bypassandone culture, tradizioni e ricchezze spirituali, come se appunto fossimo ancora alla logica della Roma augustea caput mundi o alla tracotanza atlantica della Pax americana per tutti.

Schizofrenia collettiva

Basta osservare come la cittadina affacciata sul Mar Rosso è organizzata, come si relazionano i forestieri residenti e i turisti ai suoi abitanti, «prostituti» o semplici lavoratori che siano. A parte qualche amante del folclore, a parte pochissimi curiosi che ne visitano il Museo o l’Aquarium, chi vive qui o chi vi viene in visita ha tre soli interessi: l’immersione subacquea, l’alcol e il sesso. A cui si può aggiungere, volendo essere generosi, la tintarella e lo shopping.

Quindi a rigore una città al servizio di occidentali in larga parte «alla canna del gas», le cui giornate si dividono tra l’edonismo balneare di giorno e le bisbocce etiliche di notte. E a cui la cittadinanza autoctona assiste con un misto di delizia e riprovazione.

Un sentimento che potremmo chiamare, se esistesse una psicoanalisi sociale, «schizofrenia collettiva». Da una parte questi giovani egiziani, provenienti in larga misura dal Sud del paese - il cosiddetto Said - che partecipano estasiati all’afflusso di ricchezze provenienti dal Nord, godono dei nostri costumi «liberali», contemplano le nostre donne e scivolano nelle ebbrezze della droga e dell’alcol. Dall’altra, memori della loro tradizioni e culture, che vivono l’oltraggio del tradimento, la vergogna di prestarsi alla dissolutezza occidentale.

Laboratorio edonista

O come sposare, senza cadere nel più sofferto conflitto interiore, castità, astemia e puritanesimo con le suggestioni di denaro facile in odor di «meretricio», di furberie nei confronti della grullaggine straniera, di una sessualità peccaminosa (haram), contraria ai precetti del Corano, di una disponibilità alle sbornie altrettanto haram e persino di pensieri e desideri che, agli occhi dell’Altissimo, a tutto lasciano pensare tranne alla rettitudine morale o alla morigeratezza?

Hurghada si presenta pertanto, fuori dalla sua patina superficiale - per come è osservata e vissuta dai turisti - come un desolante laboratorio a cielo aperto della mercificazione del mondo e degli uomini. Un laboratorio vestito, o addirittura agghindato, di divertimento, balli, spensieratezza, brindisi, allegria ed edonismo, ma al fondo del quale alita una miserrima immagine dell’umano, quella che ormai, travalicando ben oltre i confini di Hurghada, sembra divorare di sé il pianeta intero: compratori da una parte, comprati dall’altra e nessuno spazio in mezzo per poter gridare a gran voce che l’Occidente è altro, il Terzo Mondo è altro e tra Galileo e Avicenna non ci sono solo pinne, boccagli e calici di birra ma mondi che chiedono di tornare a dialogare.

Le guerre degli altri

Un grido che dovrebbe naturalmente risuonare assai al di là del clima festaiolo di Hurghada e delle contraddizio ni in cui vivono i suoi abitanti, egiziani o stranieri che siano. Un grido che dovrebbe ricordarci - pensando a quanto sta accadendo in Medio Oriente - che le priorità sono sempre quelle dell’apertura e dell’ascolto. Poiché se non ascoltiamo l’urlo di dolore dei palestinesi, le tragedie immani del popolo sudanese, i terribili e laceranti lamenti che provengono dallo Yemen, le tribolazioni a cui sono sottoposti libanesi e siriani, rischiamo di lasciare questa terra in balìa del disincanto e della disperazione. Una responsabilità che non è solo degli autoctoni ma, come sappiamo, in questo contesto di feroce globalizzazione, anche e soprattutto nostra.

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