Tiriamo fuori le idee senza paura di sbagliare: storie e passioni dallo Startup Garage della SUPSI

Al 367 di Addison Avenue a Palo Alto, California, c’è il garage dove Hewlett & Packard, nel 1939, gettarono le basi della loro azienda, poi diventata un colosso mondiale della tecnologia. Per convenzione, si dice che lì sia nata la Silicon Valley. Oggi quel garage è nella lista degli historic places d’America.
C’è poi il garage al 2066 di Crist Drive, Los Altos, dove Jobs & Wozniak assemblarono, nel 1976, i primi modelli dell’Apple I. Sappiamo com’è andata. Per non parlare di quello al 232 di Santa Margarita Avenue a Menlo Park, dove Brin & Page hanno inventato Google. Una piattaforma che tutti noi usiamo ogni giorno, a tutte le latitudini.
Chi dice che queste son leggende yankee, puro american dream propalato a scopo motivazionale e di marketing, non ha capito che le idee fioriscono innanzitutto dove c’è un entusiasmo a mille e una sovrana libertà di pensiero, e che soltanto dopo, se sono buone idee, arrivano i capitali, e il successo. I semi del genio e il terreno di coltura sono indispensabili, più della pioggia, pur necessaria.
Questa premessa è per dire che quanto sta accadendo allo Startup Garage, dentro la SUPSI di Lugano, ha del miracoloso.
«Team building» in purezza
Di incubatori di startup, negli ultimi due decenni, sull’onda della cosiddetta New Economy, ne sono nati ovunque nel mondo. La maggior parte di essi è caratterizzata dal voler orientare fin da subito i giovani aspiranti imprenditori verso le esigenze (buone o cattive, più spesso banali o conservative) del mercato, così da ottenere facilmente l’appoggio dei finanziatori e un inserimento nell’industria.
Lo Startup Garage, invece, agisce in una dimensione più controintuitiva: prima di tutto vengono le idee, quanto più possibile originali, innovative, addirittura eccentriche, soltanto dopo si insegna a svilupparle e, nel caso, a renderle feconde economicamente.
Lo spiega bene Mauro Citraro, docente al Dipartimento tecnologie innovative SUPSI e Responsabile dello Startup Garage: «Non siamo un corso obbligatorio, non siamo un incubatore classico, non siamo un ufficio di ‘trasferimento di competenze tecnologiche dall’alto al basso’. Siamo uno spazio informale dove gli studenti possono trasformare una semplice intuizione in un progetto concreto. Senza - e questo è importantissimo - paura di sbagliare. Noi partiamo dallo studente e non dall’azienda: a un certo punto sarà lui a portare, per così dire, l’accademia dentro l’impresa. Siamo un vivaio-laboratorio dove giovani dallo spirito imprenditoriale possono coltivare le proprie idee, accompagnati da mentori e, se vogliono, da altri studenti-collaboratori che posseggono le skills adeguate a realizzare il loro progetto. Team building in purezza. Non bastasse, le idee che ci arrivano sono tutelate legalmente sotto il profilo della proprietà intellettuale, perché mettiamo a disposizione una blockchain su cui viene registrata ogni tappa nello sviluppo di un progetto. In una sola parola, siamo una entreprenursery». Di fatto, uno dei cuori pulsanti dello Startup Garage è l’ecosistema Pingel@p, sviluppato da un altro professore della SUPSI, Lorenzo Sommaruga.
Capacità certificate
Con questo software si possono fare molte cose: lanciare una call for ideas agli studenti, gestire le candidature e la raccolta delle idee, nonché (attività tra le più importanti e delicate) associare lo studente-inventore a mentori che lo seguiranno. Si può immettere, alla fine, anche una valutazione conclusiva e la certificazione dell’impegno profuso (che può essere inserita dallo studente anche nel proprio curriculum). «Da questo settembre integriamo la profilazione dei mentori con l’IA che va a cercare le competenze sul web - spiega Sommaruga. Riguardo le capacità di uno studente - qualità come il pensiero analitico, quello creativo o la self-efficacy - possono diventare, in quanto verificate, delle voci sul proprio profilo LinkedIn».
Un «diario di bordo» su blockchain
Il processo di una call for ideas è lineare: gli studenti sottopongono una loro idea (testo, immagini, motivazione, differenziazione dall’esistente, competenze richieste). Tutto viene «fotografato» con snapshot che certificheranno per sempre chi ha avuto quell’idea e come l’ha pensata. Nessun rischio di furti o scopiazzamenti. Poi, se l’idea viene accettata, lo studente diventa uno «skipper», gli vengono assegnati dei mentori (più di uno per idea) e si invitano altri studenti a collaborare. Anche lo sviluppo di un progetto viene registrato fino alla fine in un «diario di bordo» blindato su blockchain.
«Dopo il 2020 - spiega Cristina Carcano, responsabile della comunicazione in Startup Garage - abbiamo avuto un boom di candidature, grazie al passaparola degli studenti e alla spinta della direzione. L’obiettivo è tirare fuori il loro spirito imprenditoriale. Il percorso allo Startup Garage dura tre anni e spesso finisce con lo stimolare i ragazzi anche nelle materie curricolari. Per esempio, una studentessa con una idea sul recupero di animali domestici ha avuto due skipper di elettronica che, nella loro tesi, hanno poi sviluppato un pezzo migliorativo dell’idea iniziale. Il ‘committente’ è diventato così anche un relatore alla pari. Qui allo Startup Garage accadono cose che in un’università di stampo tradizionale sarebbero incredibili».
In mezzo alle altre aule
Ma non è tutto solo «digitale». Lo spazio fisico, allo Startup Garage, ha un’importanza centrale. «Lo chiamiamo ‘garage accademico’ - dice Citraro - perché sta tra le aule e non in un edificio separato. La fisicità crea relazioni. Gli studenti, qui, incontrano gli imprenditori senza troppi formalismi, senza suonare campanelli. E le aziende possono incontrare ragazzi già selezionati per la loro indole intraprendente. È una logica win-win». E forse è questo il vero senso dello Startup Garage: se ti lanci in un’impresa, alla fine vinci comunque.
L’intervista 1 / Michelle Chicherio
Michelle Chicherio, 22 anni, è all’inizio del terzo anno in Comunicazione visiva alla SUPSI, dopo quattro anni di grafica alla CSIA. È appena tornata da uno study tour alla Silicon Valley, conquistato nell’ambito dell’esperienza allo Startup Garage.
Come è nata la possibilità di questo viaggio negli Stati Uniti?
«Lo scorso marzo la docente SUPSI e mentor dello Startup Garage Alessandra Dal Ben mi ha segnalato il lancio di una Call for Needs-Resolution nel settore della moda, ovvero una challenge, una sfida tra studenti, per inventare, lo dico semplificando molto, quello che potrebbe essere lo show room del futuro. Una call di questo tipo parte dal desiderio delle aziende di avere idee molto fresche e innovative. Ho quindi deciso di partecipare e mi sono trovata subito allo Startup Garage. Alla fine eravamo in sei, ciascuno con le proprie idee. Qui ho potuto sviluppare il mio progetto, che alla fine, a maggio scorso, ha vinto la call. E il viaggio di studio».
Cosa ti ha dato nel concreto Startup Garage?
«Innanzitutto la self confidence, il sentirmi a mio agio nell’esprimere le mie idee e nel parlare con altre persone alla mia pari e con i professionisti del settore, dai project manager ai coach per il team building, cosa che non avevo mai fatto. Ma ancora di più mi ha insegnato cosa significa e cosa è davvero l’imprenditorialità. Ho letteralmente cambiato approccio ai miei progetti. Questo mi ha fatto maturare parecchio a livello professionale».
E riguardo lo sviluppo delle idee?
«I tempi erano davvero stretti, ma allo Startup Garage la collaborazione è elevata, perché puoi coinvolgere anche altri studenti come te nel tuo progetto, se hanno le skills che ti servono. Ho sviluppato le mie idee inserendole passo dopo passo nel software pingel@p: descrizioni accurate, immagini, video. È stato tutto molto coinvolgente e veloce e ho sentito di essere tutelata anche sotto il profilo della proprietà intellettuale».
Come è andata in America?
«Ero un po’ preoccupata perché ero l’unica che studiava design in un contesto fatto perlopiù da ingegneri. Ma poi ho imparato un sacco di cose, soprattutto l’utilizzo dell’IA. Qui da noi siamo in una specie di bolla e crediamo che l’IA sia tutto sommato qualcosa di temporaneo, che verrà integrato nelle professioni senza sconvolgerle. Negli Stati Uniti ho toccato con mano che invece è tutto il contrario: lì vivi immerso nell’IA e nell’energia che genera. Questo ha cambiato molto il mio modo di pensare il futuro».
Vale a dire?
«Parlando con noi, i dirigenti di Apple, Meta, Google, cioè aziende enormi, non si sono comportati come ci si potrebbe immaginare. Non hanno fatto una promozione levigata e rassicurante delle loro attività. Ci hanno invece mostrato quali erano stati i lati negativi del loro percorso tech, quali sbagli avevano commesso e i risultati positivi ottenuti. Ci hanno motivato ad affrontare i prossimi anni senza nascondere nulla. L’ho trovato molto incoraggiante, un cambio di dimensione intellettuale notevole. Ho visto anche enormi possibilità di networking. Cioè, vai al bar e parli tranquillamente con una persona che poco dopo si rivela essere il CEO di una grande azienda. Ed è lì, che parla con te. C’è davvero un’iperconessione incredibile».
Come immagini il tuo futuro dopo questa esperienza?
«Prima di partire pensavo sempre ‘l’America è bellissima’. Sai, il classico american dream che si coltiva qui in Europa. Ora so che è anche un Paese estremamente concreto, dove ti insegnano i metodi per realizzare questo sogno, anche se poi tutto dipende da te e dalla fortuna».
E la Svizzera?
«Io sono nata qui. Sono una svizzera di origini brasiliane. Mi piace tantissimo la Confederazione, è ottima per molte cose, a partire dalla formazione e dalle opportunità professionali. Voglio continuare a vivere qui. Certo, il viaggio negli States mi ha, per così dire, ‘ingolosita’. Ho constatato dal vivo quanto possono essere colossali le aziende - dimensioni che qui da noi non conosciamo - e quanto il design è importante nella vita di tutti i giorni. Chi lo sa, in futuro potrei tentare di lavorare sia qui che negli Stati Uniti».
L’intervista 2 / Gioele Cavallo
Gioele Cavallo, 22 anni, da pochissimi giorni è laureato ingegnere gestionale SUPSI, dopo aver studiato alla SAM di Trevano. Anche lui ha partecipato allo study tour nella Silicon Valley ed è un grande habitué dello Startup Garage, dove sforna idee a raffica.
Come è iniziato tutto?
«Ho conosciuto lo Startup Garage presentando un progetto sulla fotografia, di cui sono appassionato. L’idea era di aiutare i fotografi professionisti a ottimizzare lo scambio delle immagini con i clienti. Venendo da un background di informatica, mi son messo lì a fare il codice per una piattaforma. L’ho proposta allo Startup Garage, dove mi hanno insegnato a fare ricerca di mercato prima di sviluppare un’idea. Ho così scoperto che di piattaforme di questo tipo ce n’erano già molte. Io non avevo questa forma mentis, mi ero semplicemente detto: so programmare, faccio quello che so fare. Qui mi hanno insegnato che l’imprenditoria consiste anche in tante altre dimensioni».
Non ti sei dato per vinto, però!
«Ho accantonato il progetto fotografico e sono entrato allo Startup Garage inserendomi da informatico nel tema di Arianna Casamatta per il suo progetto di medagliette rintracciabili per cani e altri animali domestici».
In cosa si differenzia da progetti simili?
«Al posto di usare semplicemente un GPS o un AirTag, vogliamo costruire intorno alla nostra soluzione una specifica community. Ma non è l’unico progetto in corso. Adesso sto lavorando a un’applicazione per aiutare chi sta prendendo la licenza di condurre tramite un’app dedicata a coloro che fanno lezioni di guida in proprio».
Cioè?!
«Un’app per evitare discussioni tra me e mio padre! Scherzo. È un’app su cui puoi impostare una partenza e un arrivo per un percorso di 40 minuti, non necessariamente il più lineare. Funziona un po’ come un navigatore, ma ti dà anche consigli utili a superare l’esame e dirime le vertenze tra te e il tuo supervisore».
Anche tu sei andato nella Silicon Valley. In che modo?
«Tutto è partito dalla challenge di Red Bull. Io e Nicola Anghileri, che lavora all’idea con me, ci siamo detti: proviamo. Stressante. Dopo che ti hanno selezionato, i tempi sono stretti, in tre giorni devi presentare molto materiale. Gareggiavamo in più di mille da tutta la Svizzera. Siamo andati a Lucerna a presentare il nostro progetto, che poi è arrivato terzo su otto vincitori, anche se non c’era esattamente una classifica. I primi due posti sono stati comunque meritati. Abbiamo visto un ambiente pieno di belle persone, molto motivate. C’era chi collaborava già con Supercell, per esempio, l’azienda che fa videogiochi tipo Clash of Clans o Clash Royale, o altri inventori di dispositivi per salvare la vita a persone disperse».
Startup Garage ti è servito?
«Non ce l’avrei fatta senza tutto quello che mi hanno insegnato, da come fare un business model al marketing. Ero un informatico che si buttava nelle cose istintivamente, adesso ho imparato ad avere una visione di insieme e a presentare un’idea meritevole di sviluppo, e a realizzare dei prototipi».
Cosa hai trovato negli States?
«È stata una bella scossa, perché non ti aspetti di vedere tutta quella innovazione. Io non avevo idee molto IA-centriche. Pensavo che alcuni progetti si potessero realizzare in modo più efficace con algoritmi diversi. Tuttavia in California mi sono in parte ricreduto. Riguardo le automobili a guida autonoma sono rimasto stupefatto: qui ci raccontano che non sanno gestire i cantieri o altri imprevisti, lì ho visto veicoli della Waymo salire le strade sterrate di montagna. Nella Silicon Valley il futuro è davvero più vicino, qui temiamo ancora che possa essere una bolla. Certo, hanno tempi di lavoro e salari ben diversi. Qui da noi si usa dire: ‘tra un anno vediamo i risultati’. Lì dicono: ‘tra una settimana li vediamo’».
Vedi tutto questo come il tuo futuro?
«Non so. C’è un rovescio della medaglia. Diciamo che qui da noi conserviamo ancora un rapporto accettabile tra lavoro e vita sociale».
