Traduzioni AI «made in TI»

Il 18 marzo il Canton Ticino è diventato il primo ente pubblico in Svizzera a utilizzare operativamente Apertus, il modello di intelligenza artificiale nazionale sviluppato da ETH, EPFL e Centro svizzero di supercalcolo (CSCS) di Lugano. La soluzione - un sistema di traduzione per l’amministrazione cantonale - è stata realizzata dall’azienda ticinese Artificialy, che ha adattato il modello alle esigenze del servizio pubblico. La notizia, riportata dal Corriere del Ticino, potrebbe sembrare un fatto tecnico tra i tanti. Per Pietro Veragouth, che nel suo libro «Il futuro non aspetta» ha analizzato le implicazioni strategiche dell’intelligenza artificiale, è invece un segnale che merita una riflessione più ampia.
Il Ticino usa Apertus per le traduzioni interne: un impiego utile, certo, ma circoscritto. Perché dovremmo vederci qualcosa di più?
«Perché la traduzione è la porta d’ingresso di qualcosa di molto più grande. Il merito di Artificialy è stato dimostrare concretamente che si può fare: prendere un modello svizzero, adattarlo a un’esigenza reale e farlo funzionare dentro l’infrastruttura pubblica, senza che un solo dato esca dai confini cantonali. Ora proiettiamo questa logica su scala più ampia. L’intelligenza artificiale diventerà, nel giro di pochissimi anni, il sistema operativo delle nazioni. Dall’AI passeranno tutte le informazioni critiche di un Paese: cartelle cliniche, brevetti industriali, strategie di politica estera, dati fiscali, analisi di sicurezza. I governi si avvarranno dell’AI per simulare scenari economici, prevedere crisi, supportare decisioni di difesa. Sta già accadendo».
La Svizzera, come tutta l’Europa, utilizza già massicciamente questi sistemi. La questione della protezione dei dati è nota, ma lei sembra suggerire che il problema sia più profondo.
«La protezione dei dati è importante ma è solo la superficie. Un foglio di calcolo è uno strumento. Un’intelligenza artificiale che analizza, interpreta e in prospettiva consiglia o prende decisioni è un consigliere. E di un consigliere bisogna chiedersi: da che parte sta quando ragiona? Quali presupposti culturali, quali interessi geopolitici, quale quadro giuridico sono incorporati nella sua architettura? Sistemi come ChatGPT o Grok sono americani; DeepSeek è cinese. Un’AI addestrata con dati prevalentemente americani, da ricercatori americani, dentro un sistema normativo americano, tenderà inevitabilmente a ragionare secondo quei parametri. Anche quando risponde in italiano. Non è un difetto, è la sua natura».
La dipendenza energetica dall’estero ci ha già insegnato qualcosa in Europa. Sta tracciando un parallelo simile?
«Vale la pena seguire il ragionamento fino in fondo. Pensiamo a un’escalation internazionale grave. Gli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza nazionale, assumono il controllo delle proprie infrastrutture AI - è previsto nei loro protocolli. La Svizzera, proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno dell’AI per analizzare scenari con migliaia di variabili in movimento, si ritroverebbe senza il suo alleato più potente. O peggio: con uno strumento che, con una semplicità disarmante, potrebbe essere riconfigurato per servire gli interessi di chi lo controlla. Non servirebbe un atto deliberato: basterebbe un aggiornamento con priorità diverse. Proprio quello che è successo con il gas russo: un giorno lo avevamo, il giorno dopo non più».
Di fatto sta ridefinendo l’AI come una questione di sicurezza nazionale.
«Credo sia necessario cominciare a parlarne in questi termini. Il parallelo più calzante è con la politica monetaria. Nessuno proporrebbe di adottare il dollaro e delegare le decisioni alla Federal Reserve. Sarebbe un’abdicazione di sovranità impensabile. Eppure con l’intelligenza artificiale è ciò che stiamo facendo: ogni volta che un ospedale, un tribunale, un’amministrazione pubblica affida dati sensibili a un modello straniero, esternalizza una porzione della propria sovranità cognitiva. Apertus è il primo passo per invertire questa tendenza. Se vogliamo una metafora: è il franco digitale».
I critici però fanno notare che Apertus è meno potente dei modelli americani. E che venti milioni di franchi, a fronte dei miliardi investiti altrove, sono poca cosa.
«Obiezioni comprensibili ma che mancano il bersaglio. Apertus non deve competere con ChatGPT, così come il franco non compete con il dollaro: esiste per garantire la nostra indipendenza. È un’infrastruttura su cui costruire applicazioni specializzate, calibrate sulle nostre leggi. Artificialy lo ha dimostrato con le traduzioni; in campo medico si sviluppa Meditron per la clinica ospedaliera; domani seguiranno giustizia, finanza, pubblica amministrazione. E c’è un fatto che i ticinesi dovrebbero avere ben chiaro: il CSCS, il supercalcolatore su cui Apertus è stato addestrato, è a Lugano. Abbiamo un vantaggio posizionale che pochi cantoni possono vantare».
Una riflessione finale?
«La neutralità svizzera non è mai stata un dato di fatto: è sempre stata una costruzione attiva. Abbiamo costruito un esercito, una diplomazia, un sistema finanziario indipendente. Nell’era digitale, la neutralità richiede anche un’infrastruttura AI propria. Senza, rischiamo di essere un Paese che ha costruito la propria indipendenza in ogni ambito ma che, nell’era in cui le decisioni più importanti passeranno dall’intelligenza artificiale, ne affida il controllo ad altri. Il Canton Ticino ha fatto un primo passo concreto. Ora serve che politica, economia e società civile riconoscano la portata di ciò che sta accadendo. La finestra per agire non resterà aperta a lungo».
(Nota: potete scaricare gratuitamente l'ebook di Pietro Veragouth al seguente link: www.idi.international/ebook)
