Cooperazione

Trent’anni di solidarietà

Intervista con Daniela Abruzzi Tami, fondatrice di «ABBA-Abbastanza per tutti», sui trent'anni dell'associazione e sull'inaugurazione di una scuola in Kenya
Il complesso scolastico St. Cecilia, a Dundori, in Kenya, è stato inaugurato in giugno e attualmente accoglie 500 allievi, distribuiti fra l’asilo nido e la scuola media. Offre anche corsi per la formazione professionale.
Roberto Giannetti
19.09.2026 15:57

Il tema dell’aiuto ai Paesi del Sud Globale è complesso, ma nel contempo importante e appassionante. Anche in Ticino sono molte le associazioni impegnate su questo fronte, e una delle principali è «Abba - Abbastanza per tutti», che quest’anno festeggia i 30 anni di esistenza. Dalla sua nascita, ABBA ha sviluppato moltissimi progetti, praticamente in tutto il mondo. Che bilancio trarre, proprio in una ricorrenza così importante. Ne abbiamo parlato con Daniela Abruzzi Tami, fondatrice dell’associazione.

Signora Abruzzi Tami, dopo una esperienza così lunga e intensa, quale bilancio può trarre dalla vostra attività?
«L’associazione è stata fondata nel 1996. Allora c’erano poche risorse e molti bisogni. Nel nostro cesto c’erano solo alcuni pani e pesci, ma lungo la strada persone conosciute e sconosciute - ognuna, a modo suo - ha messo nel cesto ciò che poteva. Così le ceste pian piano si sono riempite, dando forza a quello slogan un po’ idealista che accompagna il logo di "ABBA: Abbastanza per Tutti!"».

Quali sono i motivi che vi spingono a lavorare nel campo umanitario?
«La motivazione è diversa per ciascuno. La mia nasce negli anni dell’infanzia, durante le giornate missionarie in parrocchia, quando arrivava Padre Lorenzetti, che aveva dedicato la vita alla missione. È in una di quelle giornate che il «mal d’Africa» mi ha contagiato. Da quel momento per me fu chiaro cosa avrei fatto da grande: diventare infermiera e poi seguire il suo esempio. Anche mio fratello più piccolo Piergiorgio, è stato colpito dai racconti del missionario, e anni dopo è partito, ma invece dell’Africa ha scelto l’Asia».

Voi avete portato avanti molti progetti in numerosi Paesi del Sud Globale. Ce ne può parlare?
«La storia di ABBA è fatta di incontri, di crescita, di momenti di luce e altri di buio. Abbiamo vissuto l’entusiasmo degli inizi, affrontato burrasche, e superato i momenti in cui ci si chiede se abbia ancora senso continuare. In Cambogia, dove abbiamo iniziato il nostro cammino, poi in India, in America Latina e in alcuni Paesi dell’Africa, abbiamo portato acqua dove mancava, costruito scuole dove non c’erano, sostenuto istruzione e formazione, accompagnato comunità nel loro cammino verso autonomia e dignità».

E con quali criteri avete operato?
«Da nessuna parte abbiamo messo targhe con il nome di ABBA; una scelta che rispecchia la filosofia dell’associazione: le infrastrutture devono appartenere alle comunità che le vivono, non a chi le ha finanziate. Così, anno dopo anno, ne sono passati 30, e non sapremo mai quante persone hanno potuto dare una svolta a un destino avverso grazie agli aiuti che sono transitati sui ponti di solidarietà che ci hanno collegato all’altra parte de mondo».

Daniela Abruzzi Tami, fondatrice di «ABBA-Abbastanza per tutti» e co-fondatrice della FOSIT, una federazione composta da una sessantina di ONG attive nella cooperazione e nell’aiuto umanitario.
Daniela Abruzzi Tami, fondatrice di «ABBA-Abbastanza per tutti» e co-fondatrice della FOSIT, una federazione composta da una sessantina di ONG attive nella cooperazione e nell’aiuto umanitario.

Quali criteri guidano le vostre scelte?
«Ogni progetto nasce da un appello: andiamo sul posto e valutiamo come intervenire. Operiamo in collaborazione con partner locali per progetti che favoriscano la crescita di persone in difficoltà e l’autosviluppo delle comunità, promuovendo istruzione e formazione per bambini e giovani svantaggiati affinché diventino protagonisti del proprio futuro.Tutta la storia di ABBA con i suoi principi, è ripercorsa nel nuovo libro “Una Storia tra Tante” tra testimonianze, progetti e visioni che hanno segnato un cammino condiviso».

ABBA quest’anno ha inaugurato una scuola con 500 allievi in Kenya. Come mai questa scelta?
«L’istruzione e la formazione sono un diritto imprescindibile, e ABBA ha fatto di questo diritto una priorità. La storia del centro scolastico St. Cecilia comincia molto prima dei muri che si vedono oggi. Nel 2018, dopo un sopralluogo a Dundori, un bisogno si è trasformato in visione. Nel 2019 quella visione ha preso forma in uno schizzo a matita, e nel 2020 la posa della prima pietra ha segnato l’inizio di un cammino che avrebbe cambiato il volto della regione. Pietra su pietra, la scuola si è trasformata in un Centro comunitario di apprendimento, aperto anche alla popolazione. All’inaugurazione ha preso parte anche l’ambasciatore svizzero, il ticinese Mirko Giulietti, testimone diretto di un momento significativo».

Quali sono a suo modo di vedere i bisogni più urgenti oggi nei Paesi in via di sviluppo?
«Disuguaglianza, discriminazioni, povertà, carenza di servizi. E poi ci sono i frequenti sconvolgimenti naturali e le devastanti guerre che generano sofferenze, distruzione, gravi crisi economiche e ambientali. Ogni Paese ha la sua storia, ferite e risorse invisibili, e le risposte devono nascere dal contesto».

Qual è l’atteggiamento che bisogna avere in questi Paesi?
«Anche se i problemi sembrano simili, avviare un progetto richiede ascolto, comprensione dei bisogni, condivisione delle scelte con i partner locali e rispetto della cultura ospitante. Non si portano soluzioni preconfezionate, si costruiscono percorsi comuni, passo dopo passo».

In generale, quale bilancio è possibile fare dall’aiuto allo sviluppo? Riesce ancora ad essere efficace in un mondo sempre più complesso e digitalizzato?
«Molto è cambiato rispetto al passato: l’aiuto allo sviluppo non è più un gesto unilaterale, ma un processo di scambio e responsabilità condivisa. Parlare di cooperazione non è solo raccontare progetti: è educare alla giustizia, alla dignità, alla responsabilità globale. Crediamo che ogni persona abbia diritto a dignità, giustizia e futuro. Crediamo in una solidarietà che nasce dalla consapevolezza, dove il «dare» non è semplice carità, ma un atto di responsabilità e condivisione».

Quanto contano le competenze locali?
«L’aiuto allo sviluppo è ancora efficace solo quando diventa un investimento in competenze e capacità locali. La trasformazione digitale rende indispensabili nuove competenze. Ma a questa domanda risponde meglio chi ha beneficiato della nostra collaborazione. Don Onesimo Kamau, keniota, con un’esperienza decennale in Europa, oggi direttore del St. Cecilia Community Learning Centre, lo sintetizza così: «Credo profondamente che l’aiuto allo sviluppo sia ancora efficace, ma oggi deve saper cambiare forma. Stiamo raccogliendo i risultati, grazie alla collaborazione con ABBA: abbiamo trasformato l’aiuto ricevuto in educazione, formazione professionale, accesso alla tecnologia e nuove opportunità per tanti giovani e famiglie. In un mondo sempre più complesso e digitalizzato, il vero sviluppo non consiste nel creare dipendenza, ma nel dare alle persone gli strumenti per diventare protagoniste del proprio futuro».

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