Il reportage

Tutti ai piedi di Granit Xhaka

Viaggio a Sunderland, città in crisi di identità che grazie al capitano svizzero sta tornando a sognare
(MI News/NurPhoto)
Andrea Stern
Andrea Stern
11.01.2026 06:00

È appena scoccata la mezzanotte a Sunderland, alcuni giovani piuttosto allegri passeggiano tra i pub e cantano a squarciagola: «Granit Xhaka… we’ve got Granit Xhaka… we’ve got Granit Xhaka». Non festeggiano una qualche vittoria bensì il Capodanno. E chi meglio del capitano della squadra locale e della Nazionale elvetica può rappresentare l’anno della riscossa di una città che sembrava destinata a languire nell’anonimato ma che ora veleggia in preda all’euforia?

«La nostra squadra di calcio determina le sorti della città - spiega un tifoso dei Black Cats -. Quando la squadra vince, spuntano mille nuove iniziative tra i cittadini e l’economia cresce . Quando perde, invece, tornano a regnare la malinconia e la nostalgia per un passato in cui Sunderland era una potenza industriale».

L’era d’oro, le bombe, la Brexit

Per oltre seicento anni la città situata sull’estuario del fiume Wear è stata un importante centro di costruzione navale. Le prime tracce risalgono al 1346 ma è principalmente a cavallo tra il XIX e il XX secolo che Sunderland diventò «the largest shipbuilding town in the world», il più grande centro mondiale di costruzioni navali. Migliaia e migliaia di imbarcazioni presero il largo dalle coste inglesi verso i mari di tutto il mondo. Comprese molte navi militari, ciò che fece di Sunderland una delle città più bombardate dalla Germania di Adolf Hitler. In particolare si ricordano i raid tedeschi del maggio 1943, che uccisero 273 persone, distrussero buona parte dei cantieri navali e anche parecchie strutture civili, come i rinomati Winter Gardens. Ad assestare il colpo finale all’industria navale ci pensò poi la concorrenza asiatica. L’ultima nave costruita a Sunderland, un traghetto «Superflex», salpò il 9 dicembre 1988. Da allora la città sta ancora cercando una nuova identità. Certo, c’è la Nissan, che nei suoi stabilimenti di Sunderland impiega oggi circa 6’000 persone. Ma i «Mackem», come vengono chiamati gli abitanti della città inglese, faticano a trovare il loro posto nel mondo globalizzato. L’hanno mostrato nel 2016, quando sono diventati un simbolo della Brexit, non tanto per la percentuale di approvazione (il 61,3% è stato superato in altre città) ma perché le autorità locali furono le prime a divulgare i risultati del referendum e quindi a far impallidire gli osservatori che non avevano percepito il malcontento popolare verso le politiche di Londra e Bruxelles.

«La squadra è il valore più prezioso che ci rimane», sentenzia ancora lo stesso tifoso.

Poco fascino, tanta passione

Per dargli ragione, basta fare un giro per le strade del centro. Qui non si respira la vivacità di Londra, il fascino medievale di York, il fervore culturale di Liverpool. Di primo acchito Sunderland appare come una città piuttosto scialba, spartana, banale. Ma poi si notano le bandiere biancorosse alle finestre, i memorabilia nei pub, le decorazioni ai lampioni, le discussioni alla cassa del supermercato. La città è la squadra, la squadra è la città. Su questo non ci sono divisioni, distinguo o sfumature. Gli abitanti sono tutti uniti nel sostegno per i propri colori (e nell’avversione per la squadra dei vicini, quella in cui gioca Fabian Schär, di cui non faremo il nome poiché loro non lo fanno mai, limitandosi a definirli «visitors» sul maxischermo dello stadio).

La serie Netflix e i due svizzeri

Il fatto però è che negli ultimi anni la squadra non ha sempre brillato. Anzi, alla retrocessione in Championship (seconda divisione) del 2017 ne è seguita una clamorosa in League One (terza divisione) già l’anno successivo, per cui il documentario di Netflix «Sunderland Til I Die», che in teoria era stato pensato per raccontare l’immediato ritorno in Premier League, si è ritrovato a riprendere la disperazione dei tifosi per il tracollo della squadra. Ultima per due campionati consecutivi.

Per fortuna la storia del Sunderland e la serie di Netflix non finiscono lì. Per fortuna nel 2021 sulle rive del fiume Wear arriva un giovinotto nato a Zurigo, Kyril Louis-Dreyfus, che acquista un’importante partecipazione diventando con i suoi 23 anni il più giovane presidente di una squadra inglese. Figlio d’arte (suo padre è Robert Louis-Dreyfus, già presidente del Marsiglia, sua madre Margarita Louis-Dreyfus, anche lei già presidente del Marsiglia oltre che partner dell’ex presidente della BNS Philipp Hildebrand), il nuovo uomo forte del Sunderland può festeggiare il ritorno in Championship già nella stagione del suo arrivo. Poi, con una serie di decisioni mirate e oculate, Kyril Louis-Dreyfus costruisce il ritorno nella massima serie, avvenuto nel maggio scorso dopo un insperato spareggio a Wembley.

Ed ecco il difficile. Nonostante l’acquisto di quindici nuovi giocatori per la cifra record di 165 milioni di sterline, a inizio stagione il Sunderland viene indicato tra i principali candidati alla retrocessione. I nuovi arrivati, quasi tutti giovani provenienti da campionati esteri, sembrano troppo inesperti per garantire un posto stabile in Premier League. Mentre il nome più noto, Granit Xhaka, viene sospettato di aver accettato l’offerta del connazionale Kyril Louis-Dreyfus solo per incrementare la propria cassa pensione.

Un miracolo, un leader

Quelle impressioni si rivelano sbagliate. Al giro di boa del campionato, il Sunderland è a quattro punti dalla zona Champions. Merito anche di Xhaka, il veterano che ha saputo amalgamare e trascinare giovani talenti provenienti da realtà molto diverse.

«È lui che unisce tutti, è un leader dentro e fuori dal campo - dice il portiere Robin Roefs al Daily Telegraph -. È lui che ci motiva nello spogliatoio. In allenamento, se ci sono discussioni, è lui che interviene e si assicura che i problemi vengano risolti. È lui a pretendere il massimo. Se siamo un po’ imprecisi in allenamento, o non andiamo troppo bene, lui fa in modo che non accada più. È un grande esempio per la squadra, ma anche come persona».

Un pareggio che sa di vittoria

Il 1° gennaio la città di Sunderland è in fermento. Nemmeno il tempo di archiviare i festeggiamenti per il nuovo anno, dalla tarda mattinata le strade e i pub si riempono di giovani e meno giovani, tutti di bianco e rosso vestiti, che si preparano alla partita serale contro il Manchester City. La città è una grande festa, che si sposta gradualmente dall’altra parte del fiume, allo Stadium of Light, un catino da 48’707 posti quasi sempre pieno, anche quando la squadra militava in terza divisione.

Il primo a entrare in campo è lui, Granit Xhaka. Alza le braccia, aizza la folla, che risponde estasiata. Poi tutti si fermano per un minuto, prendono in mano la foto di un proprio caro scomparso e l’intero stadio applaude coloro che se ne sono andati l’anno scorso. Inizia la partita. È sempre lui, Granit Xhaka, a costruire, difendere, incitare i compagni. Finisce zero a zero, il Sunderland conserva l’imbattibilità casalinga, per i tifosi è come una vittoria. Alla fine non è la curva bensì l’intero stadio a intonare quel coro che già la sera precedente si udiva tra i pub della città: «Granit Xhaka… we’ve got Granit Xhaka… we’ve got Granit Xhaka». Da brividi.

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