Un apprendista su tre è allo sbaraglio

Le statistiche non si possono prendere sottogamba. Uno studio del 2023 aveva rivelato un dato allarmante: il 36% degli apprendisti ticinesi abbandona il proprio percorso formativo già al primo anno, anche se non tutte le scissioni di contratto erano necessariamente volute dai giovani. Un numero non soltanto preoccupante, ma che supera di gran lunga la media svizzera, che tre anni fa si attestava attorno al 23%. A livello nazionale, il nostro Cantone si posizionava tra le regioni più critiche, secondo soltanto a Ginevra, con il tasso degli abbandoni più alto del Paese. Un trend negativo che non migliora, malgrado i recenti sforzi delle autorità.
Ci vuole di più
Negli ultimi anni, le Istituzioni ticinesi hanno messo in campo diverse iniziative nel tentativo di contrastare il preoccupante andamento. Dall’introduzione della formazione obbligatoria fino ai 18 anni al pre tirocinio di orientamento, dall’introduzione della figura del mediatore scolastico alla nuova Città dei Mestieri, dal progetto Go95, al varo della nuova Legge giovani e colonie, per citarne solo alcune. Ma gli sforzi, purtroppo, non sembrano sufficienti. Questa almeno è la convinzione di Roberta Wullschleger e Giacomo Petrucelli, i due responsabili di Programma di Pro Juventute Svizzera italiana.

Un prezzo troppo alto da pagare
Li incontriamo nella loro sede di Paradiso, da dove coordinano alcuni progetti ticinesi della fondazione svizzera a sostegno dei diritti dei bambini e dei giovani. Dal loro osservatorio speciale, guardano preoccupati quanto succede nel campo formativo tra gli apprendisti e non vogliono restare con le mani in mano. Anche perché spesso le motivazioni che portano alla scissione dei contratti di lavoro già al primo anno di apprendistato, non sono legate ad una scelta errata della professione, bensì a difficoltà relazionali. «Gli adolescenti di oggi - ricordano rivolgendosi soprattutto alla politica ticinese - saranno gli uomini di domani e se non riescono a trovare motivazione nel lavoro, il prezzo dei loro fallimenti che la società sarà costretta a pagare in un futuro non tanto lontano sarà molto alto. Ecco perché bisogna intervenire al più presto».
Le competenze non bastano
Per i due esperti del settore, la soluzione c’è e passa da una migliore collaborazione tra tutti gli attori coinvolti.
«La nostra esperienza ci dice che non basta seguire la formazione dei giovani apprendisti soltanto dal profilo delle competenze, ma anche dal profilo pedagogico ed educativo. Malgrado negli ultimi anni lo Stato abbia cercato di dare delle risposte concrete al disagio in questo settore, il passaggio dal mondo della scuola al mondo del lavoro resta tutt’ora problematico, e non sempre i giovani sono sufficientemente accompagnati in questa fase», spiega Giacomo Petrucelli, sulla cui scrivania piovono sempre più richieste di aiuto che giungono da ogni dove. L’adolescenza è un periodo difficile, ci siamo passati tutti, «e il valore aggiunto di un accompagnamento di ordine pedagogico garantisce un supporto continuo anche nei momenti di difficoltà personali».
Giovani fragili e aziende poco preparate
Contesti famigliari complessi, situazioni finanziarie precarie, disturbi dell’apprendimento forse nemmeno diagnosticati, questioni aperte con la magistratura, mancate licenze della scuola dell’obbligo. I problemi individuali sono tanti e si ripercuotono inevitabilmente anche sulla situazione collettiva nella quale il ragazzo è inserito. Se non si dispone di tempo per conoscere il suo vissuto, difficilmente si riuscirà a creare con lui un rapporto di fiducia e di dedizione. Alla prima difficoltà che incontrerà sul lavoro, getterà la spugna senza troppe fisime. «Se da un lato arrivano con non sufficiente solidità ad affrontare il delicato momento di entrata nel mondo della formazione duale, d’altro canto emerge sempre più chiaramente che non poche aziende non sono sufficientemente preparate e supportate per accogliere e accompagnare un giovane nel proprio percorso di crescita personale, malgrado lo sforzo profuso dagli ispettori di tirocinio».
Una necessità riconosciuta
Ora la sfida più grande riguarda la ricerca di equilibrio tra la fragilità delle nuove generazioni e le esigenze dei datori di lavoro, i quali dovrebbero essere maggiormente sensibilizzati e formati all’accoglienza dell’apprendista. «Gli stessi datori di lavoro, per altro, testimoniano regolarmente che un sostegno educativo, di natura pedagogica, sia ormai urgente» spiega Roberta Wullschleger.
Finora lo Stato ha introdotto soltanto misure per migliorare l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro, «senza però pensare agli strumenti necessari per rimanerci. Per portare a termine i percorsi formativi, ci vorrebbe lo stesso investimento, anche finanziario, per l’accompagnamento pedagogico-formativo. Ecco perché auspichiamo una visione di insieme che dia un impulso allo sviluppo di una collaborazione con tutti gli attori coinvolti» concludono.
