In postivo

Un reddito di cittadinanza per gli artisti

In Irlanda un progetto sperimentale su 2 mila creativi è diventato permanente – Potrebbe essere replicato altrove?
©Chiara Zocchetti
Prisca Dindo
15.03.2026 17:47

È difficile che l’arte ti dia da mangiare, soprattutto a inizio carriera. Pittori, musicisti, scrittori e attori si barcamenano tra mille lavori, sperando che la gloria prima o poi arrivi. È il destino di quasi tutti i liberi professionisti creativi, costretti a conciliare la loro attività artistica con diverse fonti di reddito per arrivare a fine mese. «Sono sempre sul lastrico» dichiara alla BBC una pittrice ventinovenne scozzese, la quale si mantiene grazie ad alcuni lavoretti in un atelier artistico e nel campo dell’ospitalità.

Nelle scorse settimane il canale televisivo inglese ha puntato i suoi riflettori sulla Scozia, perché lì molti artisti sono confrontati con grandi difficoltà, tra salari striminziti, un mercato del lavoro instabile e un costo della vita che non accenna a diminuire. Il problema è serio e tra le varie ipotesi al vaglio per evitare il deserto culturale, figura la possibilità che il governo paghi direttamente gli artisti, attraverso un cosiddetto «reddito di base per le arti». L’idea arriva dall’Irlanda, dove è stato introdotto subito dopo la pandemia un programma senza vincoli che prevedeva il pagamento di 1.300 franchi al mese ad alcuni creativi che vivevano nel paese. In cambio, non era richiesto nulla: né ore di lavoro, né rendiconti né tantomeno percorsi obbligatori. L’artista era riconosciuto come professionista e come tale poteva dedicare tutto il tempo che voleva sulla sua attività, senza doverla sacrificare per lavori esterni non coerenti con il proprio percorso artistico. Il processo ha coinvolto duemila creativi, tra cui musicisti, pittori, comici, poeti e altri, estratti a sorte per partecipare al programma sperimentale di finanziamento delle arti. Brían Ó Súilleabháin, 29 anni, era uno di loro. Il giovane racconta che quando scoprì di essere tra i fortunati, abbandonò il suo grembiule da venditore di vini e liquori per lanciarsi a tempo pieno nella recitazione.

«Quella somma mi ha cambiato la vita, perché mi ha permesso di intraprendere la carriera d’attore in modo serio - afferma oggi il 29enne - senza il reddito di base, avrei dovuto tornare a vendere whisky invece che calcare i palcoscenici dei teatri per imparare il mestiere dei miei sogni». Per Ó Súilleabháin, affidare agli artisti pagamenti diretti è una scelta importante, che impedirà ai giovani e ai meno abbienti di rinunciare al lavoro artistico. «Cosa piace fare a un artista? Fare arte. Se dai soldi a un artista, lui farà arte, non scialacquerà il denaro». Da gennaio il reddito di base per le arti è diventato una realtà duratura in Irlanda. Il progetto pilota è stato talmente di successo che il governo ha deciso di renderlo permanente. Una prima mondiale che viene guardata con grande attenzione dagli altri paesi.

Gli artisti che hanno partecipato al programma hanno dichiarato di essere più felici, di dedicare più tempo all’arte e meno tempo a lavori non artistici. Le fonti ufficiali irlandesi dicono inoltre che ogni euro investito ne ha generati 1,39 tra entrate fiscali, benessere e riduzione della spesa sociale. Tra i risultati positivi, spiccano ventisette milioni di franchi di benefici monetizzati in benessere psicologico e quasi quindici milioni di rientro tra tasse e risparmi welfare. Il ministro della cultura irlandese Patrick O’Donovan ha definito il progetto «l’invidia del mondo». Difficile dargli torto.

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