Terza Età

Una caduta cambia la vita

Un evento mai banale, dalle conseguenze anche devastanti – Medico di famiglia, geriatra e fisioterapista fanno il punto
© CdT/Gabriele Putzu
Marco Ortelli
12.09.2026 12:50

Preservare l’autonomia e muoversi in sicurezza: sono questi i temi al centro dell’incontro «Anziani e il rischio di cadere», in programma martedì 15 settembre alle 18:30 a Sorengo per il ciclo VIVA la prevenzione promosso da Rete Sant’Anna (Swiss Medical Network). Abbiamo intervistato tre relatori della serata: il geriatra Dr. Florenc Kola, il medico di famiglia Dr.ssa Katerina Efstathopoulou e la fisioterapista Cinzia Ferrari (vedi sotto, n.d.r.).

Caduta, quinta causa di decesso in geriatria

Per comprendere la portata del problema, il Dr. Florenc Kola parte dalla definizione clinica e dai dati di diffusione: «Definiamo in genere la caduta come un evento inaspettato in cui una persona si ritrova a terra o a un livello inferiore rispetto alla posizione iniziale. Sappiamo che le cadute sono quasi la quinta causa di morte tra gli over 65. Oggi il paziente anziano vero e proprio viene generalmente definito sopra i 75».

Le conseguenze possono essere importanti. «Si stima che il 5-10% delle cadute porti a un ricovero ospedaliero, sia per trauma cranico sia per fratture vere e proprie». A esserne maggiormente colpite sono le persone più fragili: «Quasi il 50% degli over 80 che vivono in casa anziani cade almeno una volta nell’arco di un anno. Gli anziani ancora in forma tendono invece a rimanere al proprio domicilio».

Ma la caduta può lasciare segni che vanno oltre il trauma iniziale. «Chi cade, spesso, per paura che l’episodio si ripeta, riduce notevolmente l’attività sociale e il movimento». Una dinamica che può avere conseguenze durature: «Dopo una caduta aumenta in maniera esponenziale il rischio di ingresso in una casa anziani, la cosiddetta istituzionalizzazione».

Dr. Florenc Kola, specialista in Geriatria e Medicina interna generale.
Dr. Florenc Kola, specialista in Geriatria e Medicina interna generale.

Chi sono i soggetti a rischio

Non tutti presentano lo stesso livello di rischio. «Oltre alle persone più anziane, sono particolarmente esposti coloro che hanno già una bassa massa muscolare, per esempio le persone molto magre, oppure chi presenta problemi di equilibrio o di deambulazione».

L’età, però, non è l’unico elemento da considerare. «Un’altra categoria importante è rappresentata dalle persone che convivono con malattie croniche, come artrosi, dolore persistente, incontinenza, depressione, diabete o problemi di vista».

Particolare attenzione va riservata anche ai farmaci. «Chi assume molti farmaci, soprattutto ansiolitici, antidepressivi o neurolettici, è maggiormente esposto al rischio di caduta. Basta pensare a quanti anziani fanno uso di ansiolitici per gestire l’ansia».

I diversi elementi tendono inoltre a sommarsi. «Più fattori di rischio ho, più farmaci assumo e più patologie presento, maggiore sarà il rischio di cadere e di andare incontro a nuove cadute. Le due cose procedono quasi di pari passo».

L’invecchiamento fisiologico

Per capire perché il rischio aumenti con l’età bisogna guardare ai cambiamenti che interessano progressivamente l’organismo. «Con l’invecchiamento, come in ogni altro ambito della vita, il nostro corpo cambia in modo fisiologico. Se osserviamo il corpo dalla testa ai piedi, vediamo che già a livello della vista si verificano una riduzione dell’acuità visiva, una minore capacità di adattamento al buio e una compromissione della percezione della profondità».

I cambiamenti non riguardano soltanto la vista. «Se consideriamo il sistema vestibolare, la percezione del movimento cambia e diminuisce anche la capacità di mantenere l’equilibrio. A livello del sistema nervoso perdiamo neuroni e neurotrasmettitori; tra quelli che tendono a ridursi con l’età vi è la dopamina, che è coinvolta anche nella malattia di Parkinson».

Le trasformazioni proseguono lungo tutto il corpo. «Dopo i 30 anni la massa muscolare diminuisce fisiologicamente: ogni decade perdiamo circa l’8% della muscolatura, fino al 40% in un ottantenne. La capacità di contrazione non è più la stessa, i movimenti diventano meno fluidi e si perde elasticità articolare. Anche l’osso diventa più fragile con l’osteoporosi e possono comparire problemi nutrizionali, soprattutto nell’anziano fragile. Sul piano cardiologico osserviamo una minore efficienza dei barocettori. Si riscontra anche una ridotta capacità di adattamento ai cambiamenti di postura, dal clinostatismo (posizione sdraiata o orizzontale) all’ortostatismo (posizione eretta o in piedi)».

La presa in carico in geriatria

Quando le cadute si ripetono, è necessario risalire alle possibili cause. «Quando il medico di famiglia mi invia anziani che sono caduti più di una volta, cerco sempre di fare il punto: capire le patologie presenti e la terapia in corso, intervenire sulle malattie croniche e, se necessario, rimodulare la terapia farmacologica».

Le possibilità di intervento sono diverse. «Valutiamo se sia opportuno introdurre un ausilio, come un bastone o un girello, oppure coinvolgere fisioterapista ed ergoterapista. Verifichiamo anche che l’ambiente domestico sia adeguato, per esempio controllando la presenza di tappeti o ostacoli che possano favorire gli inciampi, e valutiamo eventuali carenze di vitamina D».

Anche la valutazione si basa su strumenti dedicati. «Utilizziamo scale specifiche, come la Morse Fall Scale, per identificare le persone più a rischio. Da geriatra calibro poi gli approfondimenti diagnostici in base al caso: se il problema è neurologico indago quell’aspetto, se è cardiologico eseguo accertamenti specifici e, sul piano farmacologico, adeguo la terapia».

Le conseguenze più gravi

Le conseguenze di una caduta possono essere molto diverse. «Esistono cadute con conseguenze minori ed eventi maggiori. Tra le conseguenze minori rientrano, per esempio, una contusione all’anca o alla spalla senza fratture, oppure un trauma cranico senza complicazioni». Nei casi peggiori, gli esiti possono essere molto seri. «Gli eventi maggiori sono soprattutto le fratture, in particolare quelle del femore e dell’anca. Una caduta con un forte impatto alla testa, per esempio in bagno dopo aver urinato o defecato, può provocare anche sanguinamenti intracerebrali. Tutto dipende dalla dinamica dell’evento, dal punto di impatto e dalla violenza con cui avviene».

Il medico di famiglia/ Katerina Efstathopoulou

«Una ‘quasi caduta’ è un campanello d’allarme: mai ignorarlo»

Perché una caduta non è mai banale?

«Perché spesso è il primo segnale di una fragilità che sta emergendo. Non bisogna pensare soltanto alle possibili fratture: una caduta può innescare un effetto domino fatto di paura, perdita di fiducia nei propri mezzi, riduzione dell’attività fisica e progressiva perdita di autonomia. In alcuni casi può persino accelerare l’ingresso in una struttura assistenziale. Per questo anche una «quasi caduta» merita attenzione: è un campanello d’allarme che non va ignorato».

Il medico di famiglia può accorgersi in anticipo che una persona è a rischio?

«Spesso sì. Molto si capisce già osservando il paziente mentre entra nello studio: come cammina, quanto è stabile, se utilizza un bastone o un altro ausilio, se appare insicuro nei movimenti. A queste osservazioni si aggiungono la visita, la misurazione della pressione, la valutazione dello stato neurologico e il colloquio con il paziente. Anche sintomi apparentemente banali, come capogiri o episodi di disorientamento, possono fornire indicazioni importanti».

Qual è il ruolo del medico di famiglia nella prevenzione?

«È un ruolo centrale. Il medico di famiglia conosce la storia clinica del paziente, segue l’evoluzione delle sue patologie e ha una visione d’insieme della situazione. Il nostro compito non è limitarci a curare le conseguenze di una caduta, ma cercarne le cause e prevenire che si ripeta. Quando necessario coordiniamo gli approfondimenti specialistici, coinvolgiamo fisioterapisti, ergoterapisti o servizi di assistenza domiciliare e costruiamo un percorso su misura per la persona».

Quanto conta il confronto con familiari e cure domiciliari?

«Moltissimo. I familiari e gli operatori che assistono la persona a domicilio sono spesso i primi ad accorgersi di cambiamenti nell’equilibrio, nella memoria o nell’autonomia quotidiana. Queste informazioni completano quanto osserviamo in ambulatorio e ci permettono di avere una fotografia più realistica della situazione. La prevenzione delle cadute è sempre un lavoro di squadra».

I farmaci possono aumentare il rischio di caduta?

«Sì, ed è un aspetto che non va trascurato. Alcuni farmaci possono favorire capogiri, sonnolenza, confusione o cali di pressione. Per questo la revisione periodica della terapia è uno degli strumenti più efficaci di prevenzione. Talvolta è possibile ridurre, sostituire o sospendere trattamenti che non sono più indispensabili o che comportano più rischi che benefici». 

La fisioterapista/ Cinzia Ferrari

I segreti per muoversi in sicurezza: allenare il corpo, vincere la paura

Un piccolo inciampo o una perdita di equilibrio possono cambiare la vita di un anziano, ma con le giuste strategie si può proteggere la propria autonomia e tornare a muoversi con serenità.

Quali saranno i punti chiave della conferenza?

«Con la collega Valeria Trivellato punteremo tutto sulla pratica. Spiegheremo come allenare forza ed equilibrio e soprattutto come superare un nemico invisibile: la paura di cadere. Spesso, per timore di scivolare, ci si muove meno, finendo paradossalmente per aumentare il rischio. Mostreremo come rialzarsi in sicurezza e come rendere la casa a prova di inciampo. Un dettaglio a cui pochi pensano? Attenzione ai punti di appoggio: alzarsi facendo leva su un carrello con le ruote è pericoloso, meglio affidarsi a un mobile fisso e stabile».

«Prevenire è meglio che curare»: come si costruisce un percorso su misura?

«Non esistono ricette universali, si parte sempre da una diagnosi individuale. Valutiamo cosa serve davvero alla persona: più stabilità, più forza muscolare o migliore coordinazione? Teniamo conto anche di piccoli disturbi collaterali: una forte rigidità al collo, ad esempio, può alterare l’equilibrio. In quel caso, abbineremo al lavoro sulla stabilità anche esercizi specifici di mobilità cervicale».

Se la caduta è già avvenuta, come cambia l’approccio?

«Una volta superata la fase acuta del trauma, la prima domanda è: com’è successo? Per una fatalità o un ostacolo imprevisto: lavoriamo subito per recuperare la mobilità perduta. Per un passo incerto o patologie (come il Parkinson): impostiamo una vera rieducazione del cammino e della gestione degli ostacoli quotidiani, come le scale. Ricordiamo che con gli anni il rischio aumenta per tutti: i riflessi rallentano e i centri dell’equilibrio invecchiano naturalmente». 

Quali sono gli infortuni che vedete più spesso sul campo?

«Senza dubbio le fratture a femore, polso e spalla. Cadendo di lato l’impatto si scarica sul femore, un osso che con l’età tende a diventare più fragile. Se invece si cade in avanti, l’istinto di mettere le mani per proteggersi finisce per caricare tutto il peso su polsi e spalle».

Un «elisir» per ridurre al minimo i rischi?

«La ricetta è semplice: mantenersi attivi! 1. Con il movimento quotidiano: mantiene il corpo reattivo e scaccia il timore di muoversi. 2. Con esercizi di forza: più si invecchia, più diventa fondamentale allenare i muscoli, anche con piccoli pesi o resistenze».

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