Una centenaria «giovanissima» e i ricordi della St. Moritz da bere

Dalla porta socchiusa della stanza duecentotre, i titoli del telegiornale delle quattordici rimbombano nel corridoio del piano terra della casa di riposo Caccia - Rusca a Morcote. La tragedia dei sub italiani alle Maldive, i fatti di Modena, la situazione in Iran. Carla, figlia unica, ci aveva già messo sulla strada giusta: «Mia mamma è una che sa cosa succede nel mondo, in qualsiasi momento della giornata». Non serviva altro per trovarla. «Prego, entrate», dice Jolanda Mina quando bussiamo. È seduta sulla poltrona di fronte alla tv. Voce ferma, sguardo acuto, nessuna esitazione. Cento anni, lo scorso 6 maggio.
Quando i cieli ticinesi bruciavano
«I venti di guerra che soffiano un po’ ovunque mi spaventano molto», dice subito preoccupata. «Non per me, ma per il futuro dei miei nipoti. Certe mattine mi sveglio e temo di sentire di nuovo le sirene e le campane delle chiese» aggiunge abbassando il volume della tv, mentre sullo schermo passano le navi di guerra di fronte allo stretto di Hormuz. Le campane e le sirene alle quali Jolanda fa riferimento, sono quelle che nel settembre 1939 risuonarono all’improvviso in tutta la Svizzera per annunciare l’inizio dell’emergenza nazionale. Con l’invasione della Polonia, Hitler aveva dato il via alla seconda guerra mondiale.

Jolanda, nata nel 1926, aveva tredici anni e un conflitto mondiale era qualcosa che sfuggiva alla comprensione di un’adolescente. «A parte il cibo misurato - ricorda - il tran tran ci sembrava sempre lo stesso».
Quando negli anni successivi gli aerei inglesi sganciarono tonnellate di bombe su Milano e Torino, lei e i suoi fratelli correvano sui prati più alti di Rovio per godersi lo spettacolo notturno dei cieli ticinesi che si tingevano di rosso fuoco. «Cosa volete, eravamo un po’ ignoranti a quell’età». Solo quando finì la guerra si rese conto che la gente era più felice.
Matrimonio o lavoro in casa
Seconda di quattro figli, Jolanda viveva a Rovio ma era nata a Sion, nel canton Vallese. La sua infanzia fu costellata da tragedie che segnarono nel profondo la sua famiglia: a quattro anni perse il padre, a otto la madre. I due lutti costrinsero i quattro fratelli ad andare a vivere con i nonni paterni e la zia a Rovio, nella loro grande casa-fattoria. A quei tempi, il destino delle ragazze di valle era semplice e senza appello. O ci si sposava oppure ci si dedicava alla casa. «Mi occupavo di tutto, pulizie, campi, animali». I nonni la iscrissero ad una scuola di economia domestica delle suore a Neggio. «Severissima - racconta - ma in sei mesi imparai tutto ciò che c’era da imparare».
Le sue giornate pesavano quanto le gerle colme di prodotti della natura che doveva trasportare dai campi fino in cantina. Alla sei di sera cadeva stremata sul letto e dormiva fino all’alba. Finché, stufa di questa vita dura, si iscrisse a due corsi di Pronto Soccorso che le permisero di insegnare nelle scuole e, in seguito, di diventare aiuto medico. «Seguii in qualche modo le orme della zia, che era stata una grande infermiera durante la prima guerra mondiale». Un giorno dovette persino andare a vegliare una paziente ricoverata a Milano. Scese a piedi da Rovio fino alla stazione di Maroggia, prese il treno e raggiunse l’ospedale da sola. Non aveva mai visto Milano. «Me la cavai alla perfezione!» Poi si trasferì a Lugano, trovò lavoro in un negozio di coloniali, e lì conobbe Gianni, il suo futuro marito.

Tra Gianni Agnelli e Farah Diba
Allora Gianni era un semplice cameriere, ma poi divenne uno dei capi barman più ricercati di Saint Moritz. Capi di Stato e della finanza facevano l’alba al suo bancone e lui, discreto e preciso, li serviva fino a quando lasciavano il locale.
Dopo il loro viaggio di nozze lui partì per i Grigioni, lei iniziò ad allestire il loro appartamento a Massagno. Con la nascita di Carla, Jolanda divenne una pendolare. Prese la patente - «ero una delle prime donne a guidare in Ticino» - e con la sua Simca 1000 macinava chilometri per accompagnare la figlia dal suo papà, il quale nel frattempo faceva carriera. Anche d’inverno, con la neve che cadeva fitta e i meccanici dell’ultimo garage prima del passo della Maloja che l’aiutavano con le catene.
A Saint Moritz incrociò Gianni Agnelli, vide Farah Diba passeggiare coi figli nei boschi, senza guardie del corpo. I coniugi Mina conobbero la «Saint Moritz da bere», l’epicentro mondiale del jet set e dell’alta società. «Diversi personaggi importanti scrissero a mio marito ringraziandolo della sua professionalità, da qualche parte conservo ancora le loro lettere».

Furono però anni duri per la coppia. Spesso Gianni terminava di lavorare quando Jolanda si svegliava. «Eppure è stato un matrimonio molto felice. Un grande amore, durato una vita. Stavamo davvero bene insieme». Gianni sarebbe diventato centenario pure lui, quest’anno, se la malattia non lo avesse portato via nel 2010. «Lo stesso anno in cui morì mio fratello più piccolo», racconta senza sbagliare una data.
Lo sguardo verso il futuro
Oggi le giornate di Jolanda iniziano alle sei del mattino: doccia senza farsi aiutare dal personale, primo telegiornale, lavoro a maglia e, se la giornata è bella, giardino. «Naturalmente dopo aver messo in ordine la stanza». Non abbassa mai le tapparelle quando c’è la luna piena, perché ha una passione per l’astronomia e fatica a capire chi si porta al ricovero i mobili di casa. «Qui da me non c’è nulla che mi riporta indietro».
Il suo sguardo è rivolto altrove, sul futuro dei nipoti, sulla tombola del giorno dopo, su quelle navi che presidiano minacciose lo stretto di Hormuz. Prima di lasciarla, la osserviamo di nuovo. Due orecchini tondi e un paio di occhiali dalla montatura fine ornano il viso minuto. È una donna molto curata. Dice che è stata la sua capacità di essere indipendente a farla arrivare a quest’età così lucida, e che le piange il cuore quando vede lo sguardo spento degli anziani meno fortunati di lei. «Quel che è certo è che a me - dice congedandoci - non lo dice nessuno che sono vecchia».
