In positivo

Una madre sul palco con l'omicida «perdonato»

Joan Scourfield gira i teatri assieme a Jacob Dunne, che nel 2011 uccise suo figlio con un pugno – Una lezione di giustizia riparativa
Joan Scourfield assieme a Jacob Dunne, sul palco
Prisca Dindo
07.06.2026 15:00

Era una normale serata di sabato a Nottingham, il tipo di sera che si ripete migliaia di volte ogni settimana nelle città britanniche. James Scourfield, ventotto anni, volontario con l’ambizione di diventare paramedico, era uscito con gli amici. Poi qualcuno sferrò un pugno. Una lite banale, scaturita dal furto di un paio di occhiali da sole. James cadde battendo la testa a terra. Nove giorni dopo, nel 2011, i medici comunicarono il terribile verdetto a Joan, sua madre: per James non c’era più nulla da fare. Il giovane si spense lo stesso giorno. 

Joan Scourfield rimase con un dolore infinito e un’infinità di domande che solo una madre confrontata con una morte così assurda si può fare. Conosceva solo un nome - Jacob Dunne - e una foto segnaletica. Quando arrivò il processo, non sentì neppure la versione di Jacob. «Finisci per essere ancora più arrabbiata e amara», ha raccontato Joan al magazine britannico Positive News, «perché nel processo non avevamo ottenuto nessuna risposta alle nostre domande». Oggi Joan condivide un palcoscenico con Jacob, l’uomo che ha ucciso suo figlio. Insieme parlano ai giovani di cosa può accadere in una frazione di secondo, di come la violenza distrugge non una ma più vite, di come sia possibile trovare una via per vincere la rabbia.

Il percorso che ha portato Joan a questo punto passa attraverso la giustizia riparativa, un approccio al crimine e alle sue conseguenze che non si accontenta della pena detentiva ma tenta di ricucire, almeno in parte, ciò che è stato lacerato. Joan e il suo ex marito contattarono Jacob quando lui uscì dal carcere, dove aveva scontato quattordici mesi dei trenta previsti per omicidio colposo. All’inizio si scambiarono solo messaggi scritti. Poi arrivarono le sessioni mediate, faccia a faccia, organizzate da The Forgiveness Project, un’associazione britannica che facilita l’incontro tra vittime e responsabili di reati gravi.

«La prima volta che entrò in quella stanza, davanti a me c’era un giovane vulnerabile, non quell’immagine da criminale che avevamo visto», ricorda Joan. «Era calmo, tranquillo, e voleva risponderci, voleva parlarci». Quell’incontro non restituì James, ma provocò qualcosa in Joan. Il perdono arrivò nel corso di anni. Lei lo descrive a Positivenews come un processo con tappe precise, non come un’illuminazione improvvisa. Una delle condizioni che si era prefissata era vedere Jacob cambiare davvero. Ciò che successe: l’ex componente di una gang, dopo il carcere, aveva scelto di studiare criminologia. Oggi si batte per la riforma della giustizia penale. La sua storia è diventata un libro, e dal libro è nata una pièce teatrale - intitolata semplicemente Punch - che ha calcato i palchi di Broadway e del West End londinese.

L’altra condizione, però, era tutta interiore. Joan si era accorta che la sua rabbia rischiava di trasformarsi in qualcosa di più corrosivo: un’amarezza permanente, rivolta non solo verso Jacob ma verso un sistema giudiziario che l’aveva delusa. Tenere in vita quella rabbia, si disse, «non avrebbe portato a niente di buono». Non è stata una strada liscia. Online, Joan è stata attaccata da chi la accusa di tradire la memoria del figlio. Sono critiche che l’hanno colpita, che ha dovuto elaborare. Ma ha tenuto la rotta. E poi c’era James, lui che aveva dedicato il poco tempo della sua vita breve ad aiutare bambini in difficoltà. Se collaborare con Jacob poteva prolungare in qualche modo quel gesto, allora valeva la pena provare. Oggi Joan racconta a Positivenews che il perdono «continua a dare frutti». Non solo Jacob ha abbandonato la violenza, ma pure uno dei suoi ex compagni di gang ha fatto lo stesso. «Quindi due vite cambiate in meglio, James ne sarebbe felice».

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