Una resilienza sotto sforzo

Nel suo Outlook d’autunno, pubblicato nei giorni scorsi, il Fondo monetario internazionale (FMI) conferma il rallentamento economico ma indica anche la resilienza dell’economia mondiale. Questa resilienza peraltro, pur essendo ancora di buon livello, per l’FMI è sotto sforzo e potrebbe esser messa ulteriormente alla prova. Il riorientamento degli approvvigionamenti energetici e l’espansione degli investimenti collegati all’intelligenza artificiale hanno contribuito in modo non secondario al contenimento degli effetti di fattori negativi come le guerre, le tensioni geopolitiche, i dazi USA e i freni agli scambi. Una parte delle economie ha potuto resistere meglio ai fattori negativi, un’altra meno e ciò ha creato secondo l’FMI una sorta di mondo a due velocità. Il risultato comunque è stato sin qui una sostanziale, seppur faticosa, tenuta complessiva.
L’andamento del PIL
Sulla definizione delle prospettive giocano naturalmente da una parte l’attenuarsi o l’aggravarsi dei principali fattori negativi e dall’altra parte il mantenimento o meno dei maggiori fattori positivi. Bisognerà vedere, ad esempio, se le scorte energetiche, che stanno diminuendo, saranno o no sottoposte a ulteriori shock geopolitici; e occorrerà vedere, altro esempio, se gli investimenti collegati al ciclo tecnologico - soprattutto per l’intelligenza artificiale - avranno ancora livelli molto elevati. L’FMI segnala poi ancora una volta il fatto che le banche centrali devono concentrarsi sulla stabilità dei prezzi, ancor più considerando il rialzo dell’inflazione, che porta anche ad aumenti dei tassi di interesse. L’alto livello del debito inoltre limita gli spazi di manovra fiscale di molti Stati e rischia di alimentare per la sua parte le tensioni sui mercati delle obbligazioni.
Nel suo scenario di base, ritenuto non certo ma come il più probabile dall’FMI, c’è in sostanza un parziale contenimento dei fattori negativi (con, tra l’altro, la riapertura dello Stretto di Hormuz nel 2027) e un mantenimento di alcuni rilevanti fattori positivi (anche con un comparto intelligenza artificiale non deludente). Consistenti miglioramenti o peggioramenti porterebbero naturalmente a cifre rispettivamente più positive e più negative. Nello scenario di base l’FMI prevede variazioni del Prodotto interno lordo (PIL) mondiale del 3,1% nel 2026 e del 3,4% nel 2027; c’è quindi un chiaro rallentamento rispetto al 3,5% del 2025, con una parziale ripresa però l’anno prossimo. Nel luglio scorso l’FMI prevedeva 3% per quest’anno e la stessa cifra ora indicata per il prossimo.
Gli Stati Uniti per l’FMI dovrebbero rimanere allo stesso livello di crescita economica in tutti e tre gli anni considerati: dopo il 2,3% del 2025, identica percentuale sia per il 2026 sia per il 2027. La Cina dovrebbe rallentare, dopo il 5% dell’anno scorso dovrebbe infatti registrare un 4,5% quest’anno e un 4% il prossimo. Dopo l’1,2% del 2025, l’Eurozona dovrebbe attestarsi all’1,1% nel 2026 per poi tornare all’1,2% nel 2027. Da segnalare, all’interno dell’area euro, il miglioramento delle previsioni per la Germania, che dopo il basso 0,2% dell’anno scorso dovrebbe registrare un 1,3% quest’anno e un 1,1% il prossimo. Il Regno Unito dopo l’1,2% del 2025 dovrebbe registrare un 1,3% nel 2026 e nuovamente un 1,2% nel 2027. La Svizzera dal canto suo secondo l’FMI dopo l’1,6% dell’anno scorso dovrebbe salire all’1,9% quest’anno, per poi attestarsi all’1,2% l’anno prossimo.
Il livello dell’inflazione
Per quel che riguarda l’Inflazione, per l’FMI a livello mondiale la media dopo il 4,1% del 2025 dovrebbe salire nel 2026 al 4,7%, per poi tornare al 4,1% nel 2027. Gli Stati Uniti dovrebbero passare dal 2,7% dell’anno scorso al 3,6% di quest’anno e al 2,8% del prossimo. La Cina dopo lo 0% del 2025 dovrebbe essere all’1% nel 2026 e all’1,4% nel 2027. L’Eurozona dopo il 2,1% dell’anno scorso dovrebbe passare al 3,1% di quest’anno e al 2,8% del prossimo. Il Regno Unito dopo il 3,4% del 2025 dovrebbe attestarsi al 3,3% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. La Svizzera nell’ambito delle economie avanzate mantiene una delle inflazioni più basse, anche grazie alla forza del franco: 0,2% l’anno scorso, 0,7% quest’anno, 0,8% il prossimo (quindi sempre dentro la fascia-obiettivo 0%-2% fissata dalla Banca nazionale svizzera). Geopolitica, guerre, dazi e tensioni nei commerci internazionali hanno spinto all’insù i prezzi di petrolio, gas, alimentari, metalli e di altri beni. USA, Eurozona, Regno Unito e altre aree sono come si vede ben sopra quel 2% di inflazione media annua che è l’obiettivo delle maggiori banche centrali. Per queste ultime resta dunque la sfida rilevante del contenimento di un’inflazione che quando è sopra la soglia frena lo sviluppo dei consumi e crea incertezze anche per gli investimenti.
