Una taglia da 10 milioni sui due figli di El Chapo

Non c’è mai pace sul Rio Grande, il fiume che divide gli Stati Uniti dal Messico. E come potrebbe. I narcos spediscono droga verso Nord mentre non si ferma in direzione sud il fiume di ferro, le armi acquistate dai banditi sul mercato americano attraverso gli intermediari.
Il presidente americano Donald Trump ha ordinato ai suoi di intensificare la lotta contro i cartelli e i politici messicani che sono collusi. Nelle scorse settimane Washington ha rilanciato la taglia di 10 milioni di dollari su Ivan Archivaldo Guzman e suo fratello Jesus Alfredo, figli ed eredi de el Chapo (il boss catturato nel 2016 e che sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo nell’ADX Florence, il penitenziario federale di massima sicurezza in Colorado conosciuto come Supermax), esponenti della componente principale di Sinaloa. I Los Chapitos, come sono noti oltre confine, sono alla testa della loro organizzazione, continuano a gestire gli affari, muovono tonnellate di stupefacenti, coordinano le incursioni dei loro pistoleri.
La coppia deve affrontare un’epoca turbolenta. Innanzitutto, c’è la faida con l’altra ala del network, quella dei seguaci del Ismael el Mayo Zambada, il fondatore dell’organizzazione. Una volta erano alleati, poi sono nati i contrasti armati, diventati ancora più duri dopo che il vecchio boss è finito nelle mani degli americani perché tradito proprio dal clan dei Chapitos. E lunedì Zambada, 76 anni, è stato condannato all’ergastolo. Il giudice di New York, però, ha consigliato che sia detenuto in una prigione adatta alle sue cattive condizioni di salute, disposizione che gli evita il penitenziario di massima sicurezza Supermax, la «tomba» che «ospita» già El Chapo. Da qui il sospetto di qualche accordo sottobanco negato dai suoi legali.
Più complessa la seconda sfida. Gli Usa hanno intensificato le pressioni sulla presidente messicana Claudia Sheibaum perché vogliono che il governo consegni una serie di funzionari accusati di essere troppo vicini ai gangster. Tra questi c’è il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha Moya: per gli americani c’è un patto silenzioso con i Chapitos. Da Città del Messico replicano con durezza. Le fonti ufficiali hanno precisato che le accuse sarebbero troppo generiche, invocano prove solide, sollecitano dati concreti. Posizione che ne segue altre analoghe. Trump, infatti, non ha escluso un intervento delle forze speciali in Messico, un’azione ancora più ampia rispetto al supporto dato dalla Cia e dalla Dea alle autorità locali. Facile comprendere l’irritazione dei messicani: va bene l’aiuto, fondamentale la cooperazione di intelligence, però nessun cedimento sulla sovranità. Una disputa ricorrente tra i due vicini, resa torrida dalle sortite di The Donald, convinto che tutti debbano obbedire come dei soldatini.
Nella vicenda dei Chapitos è poi emerso uno scenario intrigante. Qualche esperto non ha escluso che possa nascere una trattativa parallela con la Giustizia statunitense, con i due che si consegnano in cambio di una prigionia meno dura. Due loro fratelli, Ovidio e Joaquin, sono da tempo in una cella negli Usa, mentre il padre ogni tanto lancia appelli per avere un trattamento più morbido. Differente lo stato d’animo di Emma Coronel, la moglie de El Chapo. Di recente ha partecipato in diretta ad un evento musicale del gruppo Los Alegres del Barranco cantando il pezzo preferito dal padrino. Grande la commozione della ex miss per il ricordo. Suona strano ma va da certe parti va così.
