Focus economia

USA, quel deficit che non scende

Disavanzo commerciale in aumento nonostante i dazi e il dollaro debole
©MICHAEL REYNOLDS
Lino Terlizzi
22.03.2026 06:00

Nonostante i dazi sull’import e nonostante la debolezza del dollaro, che almeno in parte facilita l’export USA, il deficit commerciale annuo degli Stati Uniti non è sceso. Il largo disavanzo americano nei commerci, cioè il fatto che per gli USA le importazioni sono nettamente superiori alle esportazioni, è anzi ancora aumentato, secondo i dati rivisti di fine 2025. Prendendo le cifre degli uffici governativi USA e considerando il totale di merci e servizi, l’anno scorso il deficit è stato di 911 miliardi di dollari (circa 715 miliardi di franchi), contro i 903 miliardi del 2024. In una prima stima Washington aveva indicato 901 miliardi per il 2025, dato che avrebbe segnato una sostanziale stabilità. Ma la revisione ha portato l’aumento.

Le cifre articolate

Ancora una volta, sono le merci ad aver originato l’ampio disavanzo nei commerci degli Stati Uniti. Nei servizi infatti gli USA hanno un avanzo commerciale, che è stato di 329 miliardi nel 2025. Nelle merci invece il deficit è stato l’anno scorso di 1.240 miliardi, in aumento rispetto al 2024. È chiaro che senza il comparto dei servizi, nel quale convergono anche molti rilevanti capitoli delle nuove tecnologie, il già ampio deficit commerciale americano sarebbe ancora più consistente. Gli Stati Uniti si sono abituati nel tempo a grandi deficit determinati dal comparto delle merci. È d’altronde una storia lunga quella del disavanzo americano, che dura da decenni.

Rimanendo all’ultimo decennio, si può vedere come al termine del secondo mandato presidenziale di Obama, a fine 2016, il deficit commerciale fosse di 504 miliardi, in aumento rispetto agli anni precedenti. Nei quattro anni del primo mandato di Trump il disavanzo è poi cresciuto ulteriormente, nonostante la prima ondata di dazi sull’import, sino ai 676 miliardi di fine 2020. Con il mandato di Biden, che ha mantenuto gran parte delle misure protezionistiche di Trump, il deficit è salito sino ai citati 903 miliardi di fine 2024. Nel primo anno del secondo mandato di Trump, il 2025, caratterizzato da un’ondata di nuovi dazi sull’import, come detto il disavanzo è arrivato a 911 miliardi.

Posizioni in contrasto

Nel gennaio di quest’anno il deficit mensile è stato di 54 miliardi, in discesa in rapporto al mese precedente. Ma un mese non fa una tendenza, perché le oscillazioni mensili, all’insù o all’ingiù, sono frequenti. Molti sostenitori della linea di Trump utilizzano gli aumenti dell’import a scopo scorte nel primo trimestre del 2025, prima dell’annuncio dei nuovi dazi, per dire che l’anno è stato falsato e che la riduzione del deficit si comincerà a vedere da quest’anno. Vedremo se sarà così o no, intanto una diminuzione a livello annuo sin qui non c’è stata. Bisognerà anche vedere a quale livello si attesteranno i dazi, dopo il pronunciamento della Corte Suprema USA contro una parte di questi.

Secondo molti esperti la riduzione del deficit commerciale non è necessariamente una priorità, specie per un’economia come quella americana, che ha comunque molti punti di forza. Anche volendo porsi l’obiettivo della riduzione del disavanzo, la via dei dazi e del protezionismo non sembra in ogni caso quella giusta. Il rischio concreto è infatti quello di suscitare inflazione e al tempo stesso di frenare gli scambi commerciali e la crescita economica.

Ma una riduzione del deficit ottenuta attraverso una caduta della crescita economica non è un successo. Se invece scambi e crescita restano a livelli soddisfacenti, i dazi rimangono un fardello in più per imprese e consumatori e il disavanzo non scende. Questa seconda cosa si è verificata per gli USA nel 2025. Nelle merci, Il disavanzo con una parte dei partner (tra i quali Cina, Giappone, Germania) è diminuito, ma è aumentato quello con altri Paesi (tra i quali Messico, Taiwan, Vietnam, India). Il risultato è stato un incremento del deficit.

Le altre vie

Se non si vuole compromettere il tasso di crescita economica, occorre trovare altre vie per la riduzione del deficit nei commerci. L’aumento consistente dell’export, senza mettere dazi sull’import, è una strada. La debolezza della moneta facilita però solo in parte le esportazioni, è sbagliato puntare principalmente sul dollaro basso in questo caso; bisogna soprattutto che la qualità e la competitività delle merci siano alte e se non lo sono occorre lavorare per i miglioramenti. Per gli Stati Uniti esiste poi un’altra via concreta, quella di un incremento del già esistente avanzo nei servizi (con ulteriore potenziamento dell’export su questo versante), un terreno su cui gli USA vantano una maggiore competitività e su cui possono continuare a puntare con forza. Sono vie lontane dai dazi che, come si è visto molte volte nella storia delle economie, colpiscono chi li subisce ma alla lunga anche chi li attua.

Le mani estere e i titoli pubblici americani

Per sostenere il loro enorme debito pubblico, gli Stati Uniti devono continuare ad attrarre una grande quantità di capitali, provenienti dal fronte interno ma per una parte anche dall’estero. Riuscire a piazzare presso gli investitori i propri titoli pubblici diventa evidentemente ancora più importante quando l’ammontare, come in questo caso, è più che ingente. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (FMI), l’indebitamento pubblico degli USA l’anno scorso è arrivato a circa il 125% del Prodotto interno lordo (PIL). In cifre assolute, ciò significa che il debito pubblico USA è attualmente vicino ai 38 mila miliardi di dollari (circa 29.700 miliardi di franchi). È interessante vedere quale peso abbia l’estero sul debito pubblico americano, in altre parole quale sia il valore dei titoli pubblici USA che sono nelle mani di investitori stranieri e a quali Paesi questi principalmente appartengano. La fonte sono i dati ufficiali forniti dallo stesso Tesoro americano. Guardando a fine dicembre 2025, la cifra totale di titoli pubblici USA detenuti da investitori esteri è di 9.270 miliardi di dollari, cioè quasi un quarto del valore complessivo del debito pubblico statunitense. Non è poco, né come valore assoluto né come quota. I dati di Washington consentono appunto anche di vedere quali siano i Paesi in cui hanno sede gli investitori che sono i maggiori detentori stranieri di titoli pubblici USA. Questi sono i primi dieci Paesi, nell’ordine: Giappone con 1.185 miliardi di dollari, Regno Unito con 866 miliardi, Cina con 683 miliardi, Belgio con 477 miliardi, Canada con 468 miliardi, Lussemburgo con 435 miliardi, Cayman Islands con 421 miliardi, Francia con 368 miliardi, Irlanda con 340 miliardi, Taiwan con 310 miliardi. Subito dopo, con 294 miliardi, c’è la Svizzera, all’undicesimo posto. Guardando all’Europa, si può aggiungere che la Norvegia è quattordicesima con 208 miliardi e la Germania ventesima con 103 miliardi. Sono cifre che si prestano soprattutto a tre osservazioni. La prima riguarda il Giappone, che mantiene con tenacia il ruolo di maggior investitore estero in titoli pubblici americani; l’Amministrazione Trump è entrata per alcuni aspetti (vedi dazi) in rotta di collisione anche con Tokyo, ma ciò non ha sin qui modificato la posizione del Sol Levante, che continua a guidare la classifica dei detentori esteri. La seconda osservazione tocca la Cina, che al contrario del Giappone negli ultimi anni ha molto ridotto la sua presenza nei titoli pubblici USA, sull’onda dei forti contrasti geopolitici ed economici con Washington; Pechino aveva anche insidiato Tokyo come maggior detentore, ma ha poi venduto gradualmente una parte dei titoli USA e continua a farlo. La terza osservazione riguarda l’Europa, che sta aumentando la sua presenza sulversante dei titoli pubblici americani. Il secondo posto del Regno Unito, il quarto del Belgio e il sesto del Lussemburgo sono in particolare significativi. Nei venti Paesi indicati dal Tesoro USA (il resto è nella voce Altri), l’Europa nel complesso, Svizzera inclusa, conta in valore per 3.091 miliardi di dollari, cioè per circa un terzo del valore estero e anche questo non è poco. Anche l’Europa, come il Giappone, pare quindi non far pesare su questo versante i contrasti politici ed economici con gli USA formato Trump. Considerando le massicce iniziative protezionistiche dell’attuale Amministrazione americana e i duri negoziati sui dazi imposti da Washington, c’è da chiedersi se qualcuno in Giappone e in Europa ha almeno fatto presente agli interlocutori statunitensi l’importanza degli investimenti fatti in titoli pubblici a stelle e strisce.
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