Vacanze lariane al profumo di Vip

C’è qualcosa di talmente perfetto, sul lago di Como, da sembrare finto. Le ville signorili affacciate sull’acqua, i giardini impeccabili, i motoscafi che disegnano lunghe code bianche. A tratti sembra di essere finiti dentro una lunghissima e favolosa pubblicità di profumi. Manca soltanto una voce fuori campo, possibilmente francese, che pronuncia il nome della fragranza.
Questa storia, il racconto di tre giorni, facendo finta d’essere turisti arrivati da lontano, inizia qui, da questa immagine.
Inizia mentre la stagione turistica sta volgendo al termine, ma a Como, in un tranquillo martedì di ottobre, le strade del centro sono ancora affollate. Americani, europei, turisti da ogni angolo del mondo. Il lago attira, seduce e, soprattutto, fattura.
Non c’è solo il «fattore Hollywood»
Tra i momenti simbolo di questa svolta, l’arrivo di George Clooney. L’acquisto della villa Oleandra a Laglio ha contribuito ad accendere i riflettori internazionali sul Lario, poi l’Expo milanese del 2015, il turismo di lusso, gli investimenti alberghieri e, più recentemente, persino le fortune calcistiche del Como di Cesc Fàbregas. Oggi si parla di nuovi cinque stelle, di un progetto Marriott a Bellagio e di un possibile collegamento ferroviario diretto con Malpensa. Beh, sarebbe una manna anche per il Ticino.
Il rovescio della medaglia? Le problematiche sono note: prezzi in aumento e un equilibrio sempre più delicato tra quantità dei flussi e qualità dell’esperienza turistica. Per capire basta passeggiare per il centro, dove il viavai ricorda quasi quello di Lugano il sabato mattina. Già, ma la nostra «prova» cade di martedì.
Tra le vie cittadine troviamo però un piccolo rifugio: la Galleria Lopez. Gioielli, abiti firmati, dettagli ricercati e un’atmosfera d’altri tempi. Un posto dove concedersi anche un tè, un cocktail o una cena romantica senza sentirsi parte di una processione turistica.
Lasciata Como, si risale il lago verso nord, tra dimore storiche, scorci sull’acqua e infrastrutture attese da anni. Vi dice qualcosa l’autostrada A9, Lainate-Como-Chiasso? Ecco, è un esempio.
Nord contro sud
Superata Tremezzo, il paesaggio cambia lentamente ritmo. Meno folla, meno frenesia. Fino a Villa Camilla, la nostra «base» per i tre giorni.
Costruita intorno al 1800, è la più antica dimora di famiglia e prende il nome da Camilla Bonacossa, prima proprietaria della residenza. Restaurata intorno al 1950 nel rispetto del suo carattere originario, la villa conserva l’atmosfera dei grandi film ambientati nelle ville italiane. Pavimenti in legno che scricchiolano appena, lenzuola candide, arredi raffinati e un giardino botanico popolato da piante provenienti da mezzo mondo.
Non manca praticamente nulla: una piscina riscaldata, un campo da tennis e tutto il personale di servizio, pronto a soddisfare ogni esigenza degli ospiti. Al tramonto il lago si colora di rosa. Viene spontaneo domandarsi: cosa potrebbe mai andare storto, qui?
Il proprietario di Villa Camilla e Presidente della Fondazione Museo Barca Lariana, ci accompagna nel parco storico che si estende per quattro ettari e vi si trovano sequoie, magnolie, cedri, querce e rare specie esotiche accompagnano i sentieri e gli ampi prati. Indica alcuni alberi monumentali: furono piantati da un suo antenato, alla fine dell’Ottocento, quando erano poco più che giovani piante.
Chi li mise a dimora sapeva perfettamente che non li avrebbe mai visti raggiungere quelle dimensioni. Lo fece ugualmente, affinché un giorno i suoi discendenti potessero godere della loro bellezza.
Quel gesto lo ha profondamente colpito. Tanto da averlo ripetuto recentemente, piantando altri alberi destinati a crescere molto lentamente. Probabilmente non li vedrà mai diventare grandi. Ma la tradizione, un concetto che tornerà più e più volte, verrà mantenuta.
Tradizione, leggenda, mito. La prima sera, a Cremia, frazione di San Vito, è dedicata ai sapori del territorio, risotto con pesce persico, e a una delle sue leggende: il Lariosauro, una sorta di mostro di Loch Ness, creatura descritta come un serpentone d’acqua lungo tra i 10 e i 12 metri, con squame rossastre e testa simile a un coccodrillo.
Il taxi veneziano
Il mattino seguente ci svegliamo con la luce che filtra dalle finestre. Colazione senza fretta, uova strapazzate e vista sul giardino. Poi, attraversata la strada, saliamo a bordo di un elegante taxi veneziano per esplorare il nord del Lario. Chi ci accompagna predilige decisamente questa parte del lago. «Meno traffico nautico, meno confusione, più spazio per respirare». Se il sud, attorno a Como, richiama soprattutto il turismo internazionale del lusso, da Tremezzo in poi il turista ha anche un’identità sportiva: tedeschi e olandesi arrivano numerosi per praticare kitesurf, sfruttando i venti della zona.
Costeggiamo Bellagio, celebre in tutto il mondo, ma il consiglio è di guardare poco più in là, verso Pescallo. Un piccolo borgo raccolto, romantico e decisamente meno affollato.
Il business dell’amore
Ecco, romanticismo significa inevitabilmente matrimonio. Sul lago di Como è diventato un vero e proprio business. E non serve nemmeno sposarsi davvero. Il paesaggio è una scenografia perfetta anche per le fotografie delle nozze: abito bianco, smoking e naturalmente il lago sullo sfondo. Il matrimonio può essere già stato celebrato altrove, ma vuoi mettere avere le fotografie sul Lario?
Altre coppie, invece, scelgono di celebrare qui il grande giorno affidandosi ad agenzie che pensano a tutto, come accade in Why Did I Get Married Again?, diretto da Tyler Perry per Netflix. Famiglie americane, per esempio, utilizzano Villa Camilla per i festeggiamenti. O meglio, lo facevano: oggi le grandi feste nella dimora sono sempre più rare. Il proprietario osserva: «I matrimoni coinvolgono persone giovani, con tanta energia e voglia di divertirsi. Musica, balli, festeggiamenti fino a tarda notte». Tutto molto bello, naturalmente. Meno per una villa storica: pavimenti, mobili e oggetti antichi non sono esattamente pensati per sopportare certe feste. Alla lunga, la casa ne risentiva. «Meglio preservarla, rinunciando a qualche matrimonio», chiosa il proprietario.
Il Museo della Barca Lariana: identità e tradizione pure se si sfreccia a 200 all’ora
C’è stato un tempo in cui le barche di legno non le voleva più nessuno.
L’arrivo della vetroresina aveva cambiato il mondo della nautica: più pratica, più moderna, più economica. I vecchi scafi in legno finivano dimenticati, abbandonati o distrutti.
Il fondatore del Museo, invece, aveva intuito che quelle imbarcazioni raccontavano una storia che rischiava di scomparire. E cominciò a raccoglierne quante più poteva.
Quando il giardino di casa non fu più sufficiente ad accogliere la collezione, fondò con alcuni amici l’Associazione Raccolta Barca Lariana e trasferì le imbarcazioni nell’antica filanda di Pianello del Lario, divenuta nel 1982 il Museo Barca Lariana: circa 2.500 metri quadrati di spazi espositivi, articolati in 13 sale e 19 aree tematiche. Nella collezione, che comprende oltre 400 imbarcazioni storiche; un archivio fotografico e documentale e una biblioteca con oltre 2.500 pubblicazioni, ci sono barche a remi, gondole, scafi da competizione, imbarcazioni da pesca e persino da contrabbando.
Il percorso attraversa due millenni di storia della navigazione, dall’età romana alla contemporaneità. Più che una successione di scafi, è un racconto del rapporto tra l’uomo e il lago: lavoro, commercio, innovazione, sport e saperi artigianali.
Nel 2000 il Museo avvia una pausa temporanea, necessaria per rinnovare gli spazi e prepararlo a una nuova fase della sua storia.
Nel 2018, il Museo riapre al pubblico con ambienti rinnovati e una raccolta ampliata. Le barche tornano a incontrare visitatori, scuole e appassionati, restituendo nuova energia a un patrimonio nautico di grande valore.
Qualche esempio? La Gondola di Villa Balbianello, considerata la più antica gondola veneziana al mondo ancora completa del tradizionale felze; il Laura I Abbate, prima imbarcazione a superare i 200 chilometri orari e Merope, barca a vela vincitrice di un oro alle Olimpiadi del 1952 a Helsinki, trovata quasi per caso nel piazzale di una fabbrica in Brianza: «Alla fine, lo scopo di un museo è anche questo - racconta il nipote del fondatore e addetto alla promozione del museo- dare una seconda vita a oggetti che hanno segnato la storia, nel nostro caso del mondo nautico».
A guidarci attraverso questa storia è il Presidente della Fondazione Museo Barca Lariana: «Oggi il museo è un corpo vivo e dinamico: cambiamo le barche esposte proprio come i musei d’arte cambiano i quadri. Ogni imbarcazione che conserviamo ritrova il suo significato pieno solo quando torna, prima o poi, a raccontare o a navigare. Per questo le sale e i laghi non sono mondi distinti, ma due dimensioni della stessa missione: proteggere la memoria nautica del territorio e, allo stesso tempo, restituirla viva a chi ancora non la conosce».
