L'intervista

«Vendo tutto, per pagare le bollette»

Giampiero Mughini ha deciso di separarsi dalla sua preziosissima biblioteca, perché non ha «più niente da dire» e l'umanesimo paga poco - Ma il catalogo delle sue prime edizioni, intanto, è già andato a ruba
Giampiero Mughini nella sua casa a Roma
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
18.01.2026 09:33

«Oggi non c’è più un rapporto tra i costi del vivere e quanto viene pagato quel poco lavoro che ha un umanista. Con due bollette dell’elettricità va via un Antonio Pizzuto». È un azzurro primo pomeriggio di gennaio e così, con tono fermo soffuso d’una malinconia quasi serena, comunque combattiva, e con sintassi geometrica e colloquiale al tempo stesso, Giampiero Mughini commenta, al telefono da Roma, le ragioni di fondo che l’hanno portato a mettere in vendita la sua straordinaria collezione di libri del Novecento.

Si tratta di scaffali massimamente evocativi, in cui vi è ogni preziosità che un bibliofilo possa desiderare e sognare riguardo un secolo librario che per l’Italia, nonostante i drammi bellici e civili, resta tra i migliori, intessuto di chiare lontananze, quasi l’anima dei poeti volesse coriacemente o nascostamente opporsi al disastro storico, quale che fosse la loro posizione politica.

Certo, mettere in vendita una simile biblioteca, dove ogni volume è una fibra dello spirito del proprietario, non dev’essere stata una decisione facile sotto il profilo culturale e sentimentale. «Anzi, è stata piuttosto impegnativa - mi dice Mughini. Ma dopo cinquant’anni, la collezione era giunta a un punto di arrivo. Di libri che mi mancassero e che valesse la pena inseguire ne erano rimasti pochissimi. Nell’ultimo decennio ho scritto un libro all’anno: ne finivo uno e ne iniziavo subito un altro. Almeno tre o quattro titoli sono stati generati da questa mia biblioteca. Ora non ho più niente da dire. E così ho venduto la cosa più importante della mia vita».

Penso e poi gli dico, sapendo di solleticare il suo non preponderante ma persistente culto dell’erotismo: è un po’ come dover salutare tutte insieme le donne con cui si è stati... «Quelle - ironizza Mughini - se ne sono già andate per i fatti loro e già da tempo. No, questa è stata una perdita organizzata a mente fredda. Senza lacrime agli occhi. Una scelta giusta». Dunque non le mancherà la sua biblioteca? «Non esageriamo».

Porto a galla un’ipotesi che, essendo pure io bibliofilo conoscitore di bibliofili, non mi sembra poi così peregrina: dica la verità, Mughini, qualcosa si sarà tenuto... Nessuno di noi cede o vende mai tutta la propria biblioteca, ne conserviamo sempre un nucleo ristrettissimo e imperdibile, sperando di portarcelo in Purgatorio... «Confesso una cinquantina. Svevo, Dossi, di cui sono appassionato, e Munari. Questa cinquantina non esce!». Gli altri, tuttavia, verranno dispersi e sono oltre milleduecento. «C’è questo fatto, però: la spettacolarità del catalogo realizzato dalla libreria antiquaria Pontremoli. La sua forza rappresentativa e simbolica. Lì si ritroveranno per sempre insieme». E con quel tono fermo e lucido, mai sofferente, mai triste, e nemmeno compiaciuto: «È il mio ultimo libro».

Inevitabile, a chiusura di telefonata, il paragone «sbagliato», ma che ritengo interessante, con un’altra memorabile biblioteca privata, anch’essa romana, di un maestro del Novecento: non ha mai pensato a una sorte diversa per i suoi libri? Ho in mente Mario Praz... «Ma la sua non era solo una biblioteca: era una casa. Che poi era il suo alter ego. Qui ormai arrivano delle bollette... Un umanista oggi ha poco lavoro. Io poi sono una figura fuori dal mondo presente, in cui mi sento un estraneo. Ma non voglio parlare di questo».

È ora arrivato il momento di dire qualcosa riguardo la collezione Mughini. Basterebbe appunto il solo imponente catalogo dalla copertina dorata a definirla un punto fisso nel mondo della bibliofilia di questo primo quarto d’un secolo che, col precedente, ha ben poco da spartire, essendo state sterminate, anche se ancora non v’è piena contezza, dall’internet, dalla politica e dall’università, e dal femminismo, le ultime residue «forme» di civiltà europea. E quindi la capacità di comprenderle e di riviverle. È rimasta la pigrizia della filologia, sempre più ipertrofica e sterile, o la saccenza dei social media.

Parliamo di una collezione di 1.260 titoli (1.350 con i lotti di riviste o di collane) percorrendo i quali ciascuno può tracciare il «suo» Novecento italiano che poi, pars pro toto, arriva a comprendere dolcemente o rudemente pure gli esclusi. Con quale sorpresa ad esempio vi ho trovato una dozzina di volumi di Antonio Pizzuto, il questore più geniale della nostra lingua, prontamente citato a Mughini, riscuotendo entusiasmo, durante il nostro breve dialogo. Pizzuto è altra casta rispetto ai siciliani saliti in penose classifiche negli ultimi decenni: la casta della metafisica. O della musica, se volete. Così come, genialmente delirante nelle sue mille lingue tutte antiche e tutte nuove, Emilio Villa, maestro di poesia e di critica d’arte. Di lui, nella biblioteca di Mughini, ventotto libri, molti «di artista», con litografie, serigrafie, tempere. Il punto più sperimentale e vertiginoso raggiunto, nel secolo scorso, nel connubio fra arte visiva e parola. Quel mondo, quelle gallerie, quell’editoria artigianale ma fierissima e provocatoria, quelle plaquettes battagliere, non esistono più. Ci si affretti ad acquistarli e ammirarli, i libri di Villa, oppure si muoia, senza problemi, su Instagram.

Sono solo due esempi. Nella collezione di Mughini v’è buona parte del secolo, con i grandi e con il «sottobosco», talvolta, quest’ultimo, con cime d’altrettanta grandezza. Vincessi all’Euromillions, io trasceglierei: Giorgio Bassani, Roberto Bazlen, Carlo Belli (presente il suo Kn, 1935, il manifesto dell’astrattismo. Di lui suggerisco, extra collezione Mughini, Altare deserto. Breve storia di un grande sfacelo, 1983, riflessione critica sulle riforme del Concilio Vaticano II), Luciano Bianciardi, Dino Buzzati, il gran comasco Aldo Buzzi, Dino Campana, Caproni e Cardarelli, Guido Ceronetti (notevole la Storia d’amore del 1812 ritrovata nella memoria, 1987, con litografie di Mimmo Paladino), naturalmente D’annunzio, Rodolfo de Mattei (il cui Polvere di Roma mi ha subito richiamato alla mente quel Profumo di Roma dell’ultramontano Louis Veuillot), certamente Gadda (Gli anni, 1943, in «carta della Cina», con una suite fuori testo di disegni di De Pisis), Tommaso Landolfi, Leo Longanesi (vi sono le annate complete in sei volumi de L’italiano. Foglio mensile della rivoluzione fascista, dal 1931 al 1942). E ancora: molto di Mino Maccari (Orgia, del 1918; Linoleum, raccolta di incisioni del 1931; la collezione completa, dal 1926 al ‘43, del notevolissimo periodico Il selvaggio) e molto, va da sé, di Malaparte, tra cui un La pelle del 1949.

Per proseguire, come non citare Biagio Marin (Fiuri de tapo, 1912), Indro Montanelli (Commiato dal tempo di pace, 1935, bel titolo anche per l’oggi), Pascoli con le Myricae nella prima edizione del 1891, Pasolini con I pianti (1946, pubblicato dall’Academiuta de lenga furlana), Enrico Pea con Fole del 1910 ma anche con un bel Moscardino del 1922 (Ezra Pound lo tradusse in inglese nel 1955). E che dire delle 9 liriche (1954) di Lucio Piccolo, altro gran siciliano dimenticato?

Ma fermiamoci qui, alla P, a costo di tralasciare un Savinio, un Leonardo Sinisgalli, un Soffici, e decine d’altri. Ho voluto proporre una linea personale solo per mostrare, a precipizio, come la biblioteca di un singolo uomo possa costituire non solo il suo ritratto intellettuale e spirituale, ma pure, se ben pensata e realizzata, quello d’un intero secolo di una letteratura nazionale. Anche nelle sue inevitabili mancanze.

Per dire: Mughini è l’autore, tra diversi titoli da leggere, di In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il «caso Svevo» (Bompiani, 2011). Ho dunque cercato lungo tutto il catalogo della sua collezione se vi fosse qualche titolo di Carolus L. Cergoly, poeta sommamente legato alla città, alla musica delle parole, a un eros mitteleuropeo à la Schnitzler, a eredità spirituali definitivamente perdute (oggi restano i musei, cioè il «negativo» di una cultura vivente). E niente, Cergoly non c’è. Eppure, ringrazio Mughini e la sua biblioteca che mi hanno subito ricordato di lui, poeta d’alto livello (basterebbe Latitudine nord, 1980, a definirlo tale) sconosciuto ai più e che si porta appresso, in leggerezza mozartiana, tutto l’aereo Novecento italiano colmo di sospese marine tracciate a pastello in mattinate miracolose. In una biblioteca ben fatta, tutto parla d’altro, compreso degli assenti.

«E poi, nella collezione di Mughini, ci sono preziosi e rari lotti di riviste - spiega Raffaella Colombo, della libreria Pontremoli. Le riviste, forse più che il singolo libro, che è individuale, danno una fotografia imperdibile di una parte della storia culturale e politica d’Italia. Non di rado pensate e stampate sotto il regime fascista, solo a sfogliarle si entra in contatto con un mondo di libertà e di creatività inattese». Un paio di esempi:la collezione completa (1941-1943) dell’eccezionale Documento. Periodico di attualità politica letteraria artistica diretto da Federigo Valli, all’apparenza strumento di propaganda dell’industria bellica e delle imprese militari dell’epoca, in realtà memorabile e omogeneo contenitore di rubriche artistiche, racconti, ritratti, con firme che andavano da Mario Missiroli a Vasco Pratolini. E poi, la collezione completa (1918-1922) della raffinatissima Valori plastici. Rassegna d’arte, con nomi e opere che vanno da Carlo Carrà a De Chirico. Fu la rivista dell’immaginario classicistico della pittura metafisica. Chi non vorrebbe possedere questi lotti, magari dentro una villa nelle silenziose campagne marchigiane, da sfogliare negli impalpabili pomeriggi d’inizio primavera, in attesa del profumo del mare e dell’estate?

«Ma questi due lotti sono già stati acquistati». Con tali parole Raffaella Colombo ha deciso di spezzare il cuore mio e quello dei miei fratelli bibliofili. Chi saranno i fortunati compratori? Stando ad alcune testimonianze, già alla sera della presentazione del catalogo presso la Pontremoli, Mughini presente, a novembre scorso, non pochi collezionisti fra il pubblico si osservavano con torva competizione. Ma restano ancora, a quanto pare, i lotti de Il selvaggio di cui ho già detto, la mia preferita, e poi di Lacerba (completa, 1913-1915), di quasi tutta Omnibus (1937-1939), la leggendaria creazione di Leo Longanesi, e di Officina (1955-1959).

Anche il catalogo della biblioteca Mughini rischia di diventare una rarità. È già stata approntata una seconda ristampa, dopo la prima di 350 copie, andate a ruba. «Ma è possibile scaricarlo in PDF dal nostro sito - dice Raffaella Colombo. Gli interessati possono farci visita qui a Milano o contattarci via telefono o per email. Sono libri che non vendiamo on line e per scelta non li abbiamo nemmeno inseriti su grandi portali come Maremagnum o AbeBooks». Infine chiedo a Raffaella un’indiscrezione:quanto della collezione è stato venduto finora? «Un buon 35%». Una percentuale che conforta, contando che sì, i bibliofili sono individui ostinati, ossessivi, capaci d’indebitarsi o d’andare fino in Agarttha per un volume, ma sono pure alle prese, come Mughini, come alcuni di noi, con un’epoca francamente gretta ed esosa. La precisa negazione del libro.

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