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«Vi racconto il mio Garibaldi, un visionario molto umano»

Intervista al giornalista e scrittore Virman Cusenza, già direttore del Mattino di Napoli e del Messaggero di Roma
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05.04.2026 06:00

Condottiero eroico con la camicia rossa o agricoltore bravo con la vanga come lo era con la spada? Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 - Caprera 2 giugno 1882), l’uomo che aveva vissuto «da nomade, un po’ corsaro, un po’ alla testa di flottiglie guerresche, molto a cavallo tra praterie e montagne», fu entrambe le cose quando dopo tante guerre si fermò in una piccola isola, Caprera, nell’arcipelago di La Maddalena: «A 48 anni ho sentito il bisogno di mettere le radici». Il suo Eden è una piccola isola «nell’isola di Sardegna, un’isola al quadrato», della quale nel 1855 acquistò la metà; l’altra metà nel 1865 fu acquistata da alcuni ammiratori inglesi e la ricevette in dono. La parabola dell’eroe dei due mondi è ricostruita dal giornalista (è stato direttore dei quotidiani il Mattino di Napoli e del Messaggero di Roma) e scrittore Virman Cusenza in un ampio e appassionato saggio biografico che documenta «L’altro Garibaldi» attraverso i «Diari di Caprera» (Mondadori, 216 pagine).

Direttore, che Garibaldi racconta nel suo saggio?
«Un Garibaldi che non ha niente dell’icona contesa e spesso strumentalizzata da ideologie opposte. È un uomo capace di passioni, errori, desideri, amicizie femminili profonde, un cosmopolita visionario, con la testa già rivolta al secolo successivo».

Che cosa l’affascina di più: il Garibaldi contadino o il Garibaldi condottiero?
«Li apprezzo entrambi, anche perché non c’è l’uno senza l’altro. L’immagine più fedele di Garibaldi è comunque quella della sua vita a Caprera, per la semplice ragione che nell’isola lui ritrova sé stesso, e non solo per riposarsi. Diventa un agricoltore, un agronomo, imprenditore e allevatore, importa macchinari all’avanguardia in campo agricolo e costruisce addirittura un mulino che all’epoca sbalordì tutti. Lavorava intensivamente nei campi che strappava alla pietraia utilizzando anche la dinamite, piantò alberi di vario tipo, ulivi e ogni genere di frutta, 14.000 ceppi di vitigni, e arrivò ad allevare centinaia e centinaia di capi di bestiame tra bovini, ovini, cavalli e asini, oltre ai quaranta alveari che accudiva con enorme passione».

Faceva tutto da solo?
«Non da solo, come da solo non fece le imprese belliche che lo hanno reso famoso. Realizzare l’impresa di Caprera, renderla godibile, vivibile e fruttuosa, fu quasi una sfida, e anche in quello che poteva sembrare un semplice buen retiro, volle dar vita a qualcosa di unico».

Ma chi è veramente l’altro Garibaldi?
«L’altro Garibaldi è l’ombra di ciò che proietta la sua statua equestre. Ma quando visitai la sua casa a Caprera, capii che l’uomo che aveva un’ambizione forte anche quando coltivava una proprietà agricola come quella dell’isola, era lo stesso uomo che aveva saputo realizzare l’impresa unitaria: le due facce della stessa medaglia. Un uomo che quando si dedica alle sue passioni, cerca di ottenere il massimo per sé e per gli altri come ha sempre fatto sui campi di battaglia sui quali a volte tornava lasciando Caprera a malincuore ma con un rinnovato ardore, spento bruscamente dalla sconfitta di Mentana. L’altro Garibaldi, eroe di tre mondi, è forse il più autentico».

Era circondato da una piccola corte?
«Garibaldi aveva un atteggiamento molto democratico e alla mano con tutti coloro che aveva attorno, si trattasse di figli di primo, secondo e terzo letto, o di collaboratori come i molti garibaldini che lo seguirono nell’isola. In tanti, poi, andavano a trovarlo a Caprera. Ci andò anche l’anarchico Michail Bakunin per convincerlo a mobilitarsi per la Polonia e l’Ungheria e scatenare un moto rivoluzionario che mettesse in difficoltà l’impero russo e quello austriaco. Lui era l’uomo che aveva inventato il modulo della guerriglia ottenendo con ridotti drappelli di uomini rispetto al numero di soldati che affrontava, risultati incredibili e straordinari. Ed è l’invenzione di quel modulo che gli garantì molti successi militari». 

I suoi contrasti con Cavour e con Vittorio Emanuele II sono noti, quanto la politica lo ha ostacolato?
«Garibaldi aveva avversari dentro e fuori dalla politica. Il fronte politico, a cominciare da Cavour per quanto in una certa fase detentore di un disegno affine a quello di Garibaldi, ovvero l’Unità d’Italia, spesso divergeva dai suoi modi di intendere e valutare per metodi, mezzi e obiettivi».

Ma chi erano i «nemici» più pericolosi?
«Erano i repubblicani mazziniani con i quali Garibaldi, benché repubblicano sino al midollo, non andava molto d’accordo perché Mazzini era convinto che soltanto un gesto rivoluzionario che prescindesse dall’aiuto dei Savoia potesse fare dell’Italia una Repubblica moderna. Su questo Garibaldi la pensa diversamente, e ritiene che i Savoia siano l’unico soggetto in grado di realizzare l’unità d’Italia: per questo li asseconda e si mette a loro disposizione tutte le volte che lo chiamano. Aveva capacità di leadership, di coinvolgimento delle masse, ma non di governo, non era il suo mestiere».

Tre mogli, otto figli e tante compagne occasionali, ma il guerriero stagionato come cadde nella rete di Giuseppina Raimondi, che lo sposò perché già incinta a sua insaputa e che lui la notte stessa delle nozze ripudiò?
«Garibaldi aveva un debole per le donne che, grazie al fascino che esercitava, si gettavano fra le sue braccia. È stato un seduttore e un conquistatore seriale ma a 52 anni fu sedotto da una diciottenne, Giuseppina Raimondi, che aveva sposato infiammato dalla sua bellezza. La sera stessa del matrimonio, informato da un biglietto anonimo che la ragazza era già incinta di un altro uomo, un giovane che amava e con il quale aveva da tempo una relazione, l’abbandonò - si dice - senza consumare il matrimonio. Da quando a quarantadue anni rimase vedovo dopo la morte di Anita, la donna che amò profondamente e madre dei suoi primi quattro figli, non si faceva mancare nessun tipo di scappatella: nella scala sociale femminile spaziava fra nobildonne e gentildonne fino alle donne del popolo e le balie. Da due balie ebbe altri figli. L’ultima Francesca Armosino (tre figli) la sposò dopo che riuscì a sciogliere il matrimonio con la Raimondi».

Nel testamento lasciò scritto che il suo corpo venisse bruciato su una pira. Perché il suo desiderio non fu esaudito?
«Le ragioni sono diverse, e si preferì imbalsamarlo e seppellirlo a Caprera nel piccolo cimitero di famiglia con la testa rivolta a Nizza. Il masso di granito che lo ricopre è l’abbraccio della gente che non lo dimentica e, come scrive D’Annunzio, Garibaldi continua a vivere a Caprera come «un leone che dorme in sepoltura/ con un respiro che solleva l’onda».

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