Walter De Vecchi: «Senza oratori si perde il nostro DNA»

Marzo 1979. Formazione delle squadre. Inter: Bordon; Giuseppe Baresi, Oriali, Pasinato, Fontolan, Bini (dal 68’ Tricella), Scanziani, Marini, Altobelli, Beccalossi, Muraro. Allenatore: Bersellini. Milan: Albertosi, Morini, Maldera, De Vecchi, Bet (dal 38’ Boldini), Franco Baresi, Buriani, Bigon, Novellino, Capello, Chiodi. Allenatore: Liedholm. 24 giocatori italiani in campo. Ottobre 2026. Inter: Martínez (Spagna), Bisseck (Germania), Akanji (Svizzera), Bastoni (Italia), Henrique (Brasile), Barella (Italia), Zieliñski (Polonia), Sučić (Croazia), Dimarco (Italia), Thuram (Francia), Esposito (Italia). Allenatore: Chivu. Milan: Maignan (Francia), Tomori (Inghilterra), De Winter (Belgio), Pavlović (Serbia), Diawara (Guinea); Hutchinson (Canada), Modrić (Croazia), Jashari (Svizzera), Bartesaghi (Italia), Pulisic (Stati Uniti); Gonçalo Ramos (Portogallo). Allenatore: Amorim. In totale, 5 giocatori italiani in campo.
Radici italiane
Derby del 1979. Ventidue titolari italiani in campo, ventiquattro considerando anche i cambi. Derby di stasera. Potrebbero essere appena cinque. La fotografia racconta un cambiamento epocale. Un’evoluzione che, secondo Walter De Vecchi, ha lasciato il segno non solo sui club, ma sull’intero movimento calcistico nazionale. «Era un calcio diverso come regole, nel senso che c’erano tutti italiani, cosa che mi fa sorridere al giorno d’oggi perché vedo undici undicesimi di formazioni totalmente straniere», riflette De Vecchi, mettendo a confronto il Milan dello scudetto della stella con il calcio globalizzato di oggi. Per l’ex centrocampista, la massiccia presenza di stranieri nelle rose dei club italiani ha avuto conseguenze anche sulla Nazionale: «Alla luce di questo, posso ben capire la difficoltà nel formare una squadra nazionale». De Vecchi resta convinto che «per fare una squadra forte in Italia devi ricorrere a un gruppo di italiani». Un principio che lega anche al ruolo dei vivai. «Nel Milan del 1979 tantissimi provenivano dal settore giovanile», ricorda, evidenziando come allora esistessero «un’attenzione al settore giovanile, un amore, un senso di appartenenza, un DNA diversi da adesso». Lo stesso vale per il Milan dei campionissimi, degli invincibili: «Maldini, Baresi, Costacurta, Filippo Galli, Albertini erano tutti del settore giovanile del Milan. Oggi in prima squadra ci sono Gabbia e Bartesaghi, prodotti del nostro vivaio».

I ragazzi e il pallone: l’importanza degli oratori
Se oggi trovare italiani di alto livello è diventato più difficile, per De Vecchi una spiegazione va cercata anche lontano dai campi della Serie A. «Una volta c’erano gli oratori. Adesso la crisi delle istituzioni, della scuola, della chiesa e della famiglia fa sì che i ragazzi giochino a calcio pochissimo. Una volta si cominciava il pomeriggio alle due e si finiva la sera alle otto. La mamma era disperata perché consumavo un paio di scarpe al mese». Eppure, aggiunge, «ancora oggi i giocatori più bravi li trovi all’oratorio, in centri dove c’è aggregazione, dove ci sono tanti ragazzi». Per venticinque anni nel settore giovanile del Milan, De Vecchi ha osservato da vicino il cambiamento delle nuove generazioni. «Quelli del 1994, penso ad esempio a De Zerbi (oggi allenatore del Tottenham, ndr), erano giovani che vivevano di calcio, volevano imparare, erano assetati di calcio. Oggi, invece, il mondo offre tanti diversivi che catturano la loro attenzione. Adesso i ragazzi la soglia di attenzione ce l’hanno bassa». Per questo, sostiene, «serve un sistema che crei un ponte verso di loro». Senza rinunciare alla tecnica: «Il grande Johan Cruijff diceva che la tecnica non è fare mille palleggi, è passare la palla in velocità, sul piede giusto, al compagno giusto, nel momento giusto». Per De Vecchi, però, il compito di chi insegna non è cambiato. «Ai ragazzi ho sempre voluto trasmettere una cosa: farli innamorare del calcio. Il risultato può essere che uno diventa giocatore di Serie A, di Serie C oppure non gioca proprio a calcio, però si deve provare, e tutte queste cose vanno fatte con una certa serietà e nel rispetto delle regole».
Sui maestri e sul decimo scudetto
«Il calcio è uno sport meraviglioso, che vale la pena di essere vissuto e di essere praticato», afferma De Vecchi. «Ho avuto la fortuna di avere dei grandissimi allenatori che mi hanno insegnato l’ordine, il rigore, la disciplina e il piacere di giocare a calcio». Da Alfredo Magni a Monza a Carletto Mazzone, da Pippo Marchioro a Reggio Emilia, dove ha chiuso la carriera, fino a Nils Liedholm. «Liedholm era un maestro di calcio, un maestro di vita, con un senso dello humour fantastico. Ti faceva divertire, con lui era veramente uno spettacolo, ti coinvolgeva in una maniera straordinaria». Il successo dello scudetto nacque dall’equilibrio del gruppo. «Era una squadra costruita con discernimento e soprattutto all’insegna della spensieratezza e dello star bene assieme. Un mix giusto tra vecchi (come il 40enne portiere Ricky Albertosi, ndr) e giovani». Tra i ‘veterani’ spiccava anche il trentaduenne Fabio Capello, titolare per la prima volta in campionato proprio nel derby: «Era un insegnante formidabile. Guardarlo in campo era un esempio di professionista fantastico». Nel ricordare quella stagione, De Vecchi si sofferma su Franco Baresi. «Fu l’anno della consacrazione ufficiale di un campionissimo. Partimmo in ritiro che non doveva giocare e dopo le prime amichevoli capimmo tutti che non si poteva prescindere da lui. Aveva 18 anni ma era un fenomeno, e una persona meravigliosa. Sul campo era di una grandezza difficile da spiegare se non lo si è visto in diretta». Nello stesso spogliatoio c’era anche Gianni Rivera. «Fu il nostro capitano, ma come nella Davis: più capitano che giocatore, per via degli acciacchi, eppure era sempre in prima fila a tirare il gruppo. Un campione di una grandezza tecnica inspiegabile, un genio del calcio».
La partita della svolta
Fra tutti i ricordi, però, ce n’è uno che continua a riaffiorare più degli altri. Il derby del 18 marzo 1979, terminato 2-2 grazie alle reti nerazzurre di Oriali (50’) e Altobelli (78’) e alla doppietta rossonera firmata da De Vecchi negli ultimi dieci minuti (80’ e 89’). «C’è ancora gente per cui sono quello dei due gol», sorride. «Al momento non ti rendi conto dell’importanza, se non di quella che fu per noi. Una partita chiave in un girone di ritorno tribolato dagli infortuni. Se avessimo perso, probabilmente l’Inter ci avrebbe raggiunto in classifica. Quel risultato fu una vittoria e ci consentì poi di prendere l’abbrivo per il traguardo finale». Stasera, nuovo capitolo della sfida ‘infinita’.

Il 247esimo derby Milan-Inter visto da Walter De Vecchi
Stasera, 31 ottobre, alle 20:45, sfida numero 247 del derby di Milano. Walter De Vecchi lo seguirà «in compagnia di amici, a casa, tranquillamente. Speriamo di gustarci un bello spettacolo». Le due milanesi arrivano da un mercoledì nero per il Milan, azzurro per l’Inter. «L’Inter è sicuramente la favorita numero uno per la conquista, per la riconquista dello scudetto - osserva De Vecchi - alle spalle vedo Roma e Como. I lariani sono una splendida realtà, l’unica società in Italia dove si intravede ed esiste un progetto tecnico e societario». Il derby? «È la rivalità cittadina per eccellenza. Negli ultimi anni ha rivestito un’importanza relativa perché spesso l’Inter era avanti (come oggi, ndr), in genere, però, è sempre una partita foriera di grandi emozioni».
Formazione ASF: Addio bandierina grazie al programma Footeco
Chi ha una certa età e ha giocato negli «allievi» ricorda che il timore maggiore, in occasione delle partite, era quello di venire scelto per fare il… segnalinee. Oggi, grazie al progetto Footeco, la prospettiva per i giovani calciatori è cambiata radicalmente. Creato nel 2012 dall'Associazione Svizzera di Football, il programma unisce nel nome tre pilastri: FOOTball, TEcnica e COordinazione. Rivolto alla fascia 11-14 anni, mette al centro la crescita e il piacere del gioco, abolendo il risultato a tutti i costi. Le partite si disputano su campi ridotti e con regole speciali che garantiscono a ogni convocato lo stesso minutaggio, eliminando per sempre le lunghe ore passate in panchina o a sventolare una bandierina a bordo campo. Non ci sono classifiche ufficiali, ma solo un ambiente sereno che valorizza il potenziale di tutti.

Dal vivaio sotto casa ai cinque continenti in campo
C’era un tempo in cui una squadra di calcio rappresentava il proprio territorio quasi come una bandiera. Quando l’AC Milan conquistò il suo decimo scudetto nel 1979 (vedi l’intervista a lato), schierò una formazione titolare composta interamente da giocatori italiani. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, una scena del genere appare quasi impensabile ai massimi livelli. Dalla metà degli anni Novanta, con la Sentenza Bosman e la progressiva globalizzazione del mercato, le frontiere del pallone si sono dissolte. Il calcio europeo è passato dai campanili alle reti globali di scouting, dalla ricerca del talento sotto casa a una caccia senza confini. Là dove un tempo gli osservatori percorrevano centinaia di chilometri per visionare un giovane promettente, oggi i club monitorano in tempo reale migliaia di giocatori sparsi nei cinque continenti. Le rose sono diventate crocevia di lingue, culture e percorsi diversi, riflesso di uno sport sempre più globale.
La mappa europea degli stranieri. I dati più recenti di Transfermarkt mostrano con chiarezza questa trasformazione. La Premier League (67,4%) e la Serie A (63,7%) figurano tra i campionati più internazionali del continente. In molte squadre i giocatori stranieri rappresentano ormai la maggioranza e il talento conta molto più del passaporto (vedi grafico sopra).
Svizzera: tra scouting e vivai. In questo panorama la Super League occupa una posizione intermedia. Con il 53,8% di giocatori stranieri nelle proprie rose, il massimo campionato svizzero segue le stesse dinamiche dei principali tornei europei, senza però rinunciare al ruolo dei talenti formati in casa. Gli «Eigengewächse», i giocatori cresciuti nei vivai dei club, continuano infatti a rappresentare una componente importante dell’identità delle società (vedi grafico sopra).
Il paradosso del calcio moderno. Le ragioni di questa apertura sono molteplici: la liberalizzazione del mercato europeo, l’espansione delle reti di scouting, l’utilizzo sempre più sofisticato dei data analytics e la possibilità di individuare giovani profili da valorizzare e rivendere. Per molti club, la ricerca del talento si è trasformata in una vera strategia economica. Eppure il calcio moderno nasconde un paradosso. Più le società diventano globali, più cresce il valore simbolico del giocatore cresciuto nel vivaio locale. In un calcio che parla ogni lingua e attraversa ogni frontiera, il ragazzo del territorio non è più la norma. È diventato un’eccezione preziosa, capace di incarnare l’identità e il senso di appartenenza che i tifosi continuano a cercare nella propria squadra.
