Il motore degli Stati Uniti tra luci e ombre della fase

Ma come va realmente l’economia americana? A sentire il presidente Trump tutto va per il meglio e la strada verso la nuova «età dell’oro» degli USA è in sostanza spianata. Dati e fatti mostrano però che questa valutazione è estrema, priva di equilibrio. Accanto a punti di forza che permangono, gli Stati Uniti hanno infatti anche alcuni problemi non catalogabili come secondari. Luci e ombre d’oltreoceano si sovrappongono molto in questa fase, le prime vanno naturalmente riconosciute ma le seconde non possono essere cancellate con un tratto di penna o con dichiarazioni eclatanti.
Il PIL e i prezzi
Quello che resta il maggior motore economico mondiale ha una crescita ancora buona nel raffronto tra le aree sviluppate, ma non è esente per la sua parte da un certo rallentamento. Tensioni geopolitiche, guerre, dazi USA e contrasti nei commerci si fanno sentire ovunque, seppur in quantità diverse, dunque anche negli Stati Uniti. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), gli USA dovrebbero crescere del 2% quest’anno e dell’1,8% il prossimo; nel 2024 la crescita era stata del 2,8% e nel 2025 del 2,1%. A Berna la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) è un po’ più ottimista sugli USA, ma vede anch’essa l’emergere del rallentamento: 2,2% nel 2026 e 2% nel 2027. Da un lato è vero che la crescita americana resta più alta della media europea, dall’altro è altrettanto vero che pure il Prodotto interno lordo (PIL) statunitense sta perdendo velocità.
Un punto delicato, per gli USA più che per altri, è quello dell’inflazione. La Federal Reserve (Fed) americana, la Banca centrale europea (BCE), altri importanti istituti di emissione hanno come obiettivo un’inflazione media annua del 2%. La Banca nazionale svizzera (BNS) dal canto suo ha come obiettivo la fascia 0-2%. In maggio l’inflazione statunitense era al 4,2%; un livello certo non basso, che ha messo in imbarazzo la Fed, che nella sua ultima riunione avrebbe in teoria anche potuto alzare i tassi contro questo rincaro, ma che in realtà non si è mossa, sia per evitare di frenare la crescita economica sia, probabilmente, per non entrare in rotta di collisione con il presidente Trump, che da tempo richiede non solo un non aumento bensì un taglio dei tassi. La BCE d’altronde ha aumentato i suoi tassi (più bassi di quelli USA), con un’inflazione dell’area euro che era al 3,2% in maggio. La BNS non si è mossa, ma ha dalla sua un tasso di riferimento che è già a zero e un’inflazione ancora bassa, allo 0,6% in maggio.
Disoccupazione e indebitamento
I dazi varati dall’Amministra-zione Trump nei confronti del resto del mondo sono in parte rientrati dopo una decisione contraria della Corte Suprema americana, ma appunto non sono interamente spariti e Washington sta cercando di metterne altri. Ciò spinge i prezzi negli USA. Inoltre, i rincari di petrolio, gas e altri beni - intervenuti con la guerra di USA-Israele contro l’Iran e con i blocchi dello Stretto di Hormuz - si sono fatti sentire in molte parti del globo e anche negli Stati Uniti. Sul versante delle luci, è vero che per quel che riguarda la disoccupazione gli USA sono riusciti sin qui a mantenere un tasso per loro abbastanza basso (4,3% da marzo a maggio di quest’anno). Ma, tornando alle ombre, c’è l’elevato indebitamento pubblico; il rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo è ormai attorno al 125%, una percentuale che mette gli Stati Uniti tra i Paesi sviluppati più indebitati. Secondo una parte degli analisti, c’è anche questo nodo dell’indebitamento dietro il livello tendenzialmente non alto del dollaro USA e dietro alcuni dubbi di una fetta degli investitori sull’andamento futuro dei titoli pubblici americani.
