L'analisi

Cosa significa l'uccisione di Nasrallah?

Il Medio Oriente è in fiamme, scosso da svolte repentine, fendenti che si susseguono con ritmi inediti. Una crisi che rischia seriamente di allargarsi e che ruota attorno a personaggi che hanno indossato con forme e modi diversi, i panni dei guerrieri. Spesso vicini al punto di non ritorno.
©ABEDIN TAHERKENAREH
Guido Olimpio
29.09.2024 06:00

Il Medio Oriente è in fiamme, scosso da svolte repentine, fendenti che si susseguono con ritmi inediti. Una crisi che rischia seriamente di allargarsi e che ruota attorno a personaggi che hanno indossato con forme e modi diversi, i panni dei guerrieri. Spesso vicini al punto di non ritorno. Le bombe hanno raggiunto il comando sotterraneo di Beirut che doveva ospitare una riunione e hanno ucciso Hassan Nasrallah e alcuni suoi collaboratori. La conferma è arrivata attraverso la tv al Manar di Hezbollah: «Il sayyid Hasan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, si è unito alla fila dei nostri martiri degli ultimi 30 anni». Nasrallah ha osato - o è stato costretto - a indire la riunione nonostante fosse consapevole della caccia scatenata da Israele. In poche settimane ha visto spazzare via collaboratori importanti, dirigenti che da anni erano parte del braccio armato. Neutralizzati è saltata la rete di protezione, travolta dall’infiltrazione del Mossad ma anche dalla volontà di Tel Aviv di spianare qualsiasi cosa, compresi i civili che rappresentavano gli scudi umani. Lo sheikh, costantemente braccato, ha dovuto mettere insieme le sue esigenze. Il piano dell’Hezbollah è sempre stato quello di continuare ad appoggiare i palestinesi con un fuoco limitato evitando di essere ingoiato in una guerra totale. Si è fidato dei suoi ed ha pensato che il quartiere di Dahieh fosse ancora sicuro. Anche se sapeva di essere inseguito da un’intelligence che evidentemente ha «talpe» di alto livello, in grado di fornire l’indicazione giusta al momento giusto.

La fazione e lo sponsor iraniano adesso hanno poche scelte. Possono incassare e aspettare. Ma se non reagiscono a tono ai rovesci rischiano che la fama di movimento irriducibile svanisca. È costato tanto realizzare un principio di deterrenza, con uomini e mezzi sacrificati «sulla via di Gerusalemme». Ora i miliziani si trovano in bilico, magari dovranno tirare fuori dai tunnel - robusti e sofisticati - le migliaia di missili messi da parte in un lungo periodo. Riserva strategica costituita -per essere usata nel caso di un conflitto tra Teheran e Tel Aviv. Ma tutto è più difficile visto che hanno perso la gerarchia più importante.

Ha meno problemi - in teoria - Bibi Netanyahu. Il premier ha promesso ad un paese diviso di andare avanti fino alla vittoria. Prima contro Hamas a Gaza, ora con l’Hezbollah libanese. Ha litigato con generali e membri dell’esecutivo, ha rapporti tempestosi con la Casa Bianca, spera in cuor suo che a novembre ritorni in carica Donald Trump. A complicare le mosse il ricatto dell’estrema destra, in grado di ritirare la fiducia all’esecutivo nel caso di qualsiasi concessione. Per i «radicali» la parola tregua è un tabù, dunque si deve insistere sulla forza arrivando anche ad invadere la parte sud del Libano per costruire una fascia di sicurezza. Il primo ministro conosce i rischi, però la sua via è stretta e forse i duri colpi a ripetizione inflitti al partito di Dio, con i cercapersone esplosivi e gli omicidi mirati, possono indurlo a impartire l’ordine di attacco dopo che l’avversario, sconvolto dall’annientamento della leadership, sia in confusione.

Infine, Yahya Sinwar. Non sappiamo se sia vivo o morto, l’intelligence è cauta. Forse è sempre in uno dei cunicoli di Gaza, da dove comunica - dicono - con dei pizzini in quanto teme di essere scoperto. Dopo l‘uccisione di Nasrallah lui - vista la mancanza di conferme - è un «sopravvissuto», mentre centinaia di ufficiali di Hamas sono stati eliminati, numerosi battaglioni falcidiati, i rappresentati all’estero costretti a guardarsi le spalle ovunque si trovino. Tra i «condottieri», però, è quello che si trova più a suo agio nella tempesta. Quando ha scatenato l’attacco ai kibbutz quasi un anno fa aveva anche in mente di scatenare un incendio immane, con il coinvolgimento di un ampio fronte musulmano. La risposta è stata parziale. L’Asse della resistenza sciita si è mosso con missili e droni, dall’Iraq fino allo Yemen. Supporto continuo ma controllato in modo da non superare troppo le linee rosse, con l’eccezione degli Houthi, in grado di minacciare costantemente la navigazione un Mar Rosso. E purtroppo c’è ancora tempo per provocare altri danni, altre vittime in un dramma senza fine.