De Cataldo e la droga come arma «per arrivare al potere»

«Una storia sbagliata» (Einaudi), è un thriller incalzante e ossessivo, ma è soprattutto un testo storico in cui Giancarlo De Cataldo racconta l’Italia degli anni settanta, dove infuriavano malavita ed eroina, complotti eversivi di destra e di sinistra, che cominciavano a spingere il Paese verso un baratro di tragedie immani come la bomba alla stazione di Bologna. Lo scrittore (ed ex magistrato, e autore di «Romanzo criminale» sulla banda della Magliana), racconta un’epoca tormentata. E in questa affascinante opera il Vice commissario della squadra Mobile di Roma Paco Durante e il sostituto procuratore della Repubblica Gianfelice Agnello sono alle prese del caso di una ragazza morta per droga.
Perché questo romanzo ora?
«Gli anni settanta sono stati il momento della diffusione dell’eroina, una droga che lo spaccio quasi porta a porta offriva e in molti compravano inconsapevoli dei rischi. E poi, dopo sei romanzi con il procuratore Manrico Spinori della Rocca, il contino, sempre immerso nei suoi rebus investigativi (tornerà nel 2026 se Dio vuole, con una nuova avventura ambientata nel mercato d’arte internazionale), ho sentito la necessità di tuffarmi nelle atmosfere degli anni settanta in cui si sono delineate strategie che hanno cambiato la storia. E vedo un parallelismo con i nostri anni».
In che cosa consiste questo parallelismo?
«Quella degli anni settanta era una stagione di cambiamento; lo è anche questa, ma il segno del cambiamento è molto, molto diverso. Allora c’era una confusa, e anche, a volte, violenta speranza di cambiare; oggi c’è la paura. I nostri sono anni di paura e io spero che qualcuno porti la speranza».
Variegati e tristi gli anni settanta che lei raffigura nel romanzo: una bolgia politica, terroristica e incivile che ha crocifisso un Paese disorientato a tanti orrori?
«Però, nonostante tutto, sono stati anni che hanno anche contribuito a dare una enorme spinta in avanti. Gli anni settanta li vedo in due momenti molto distinti: il primo periodo con parecchi cambiamenti, dal diritto dei lavoratori al diritto di famiglia, e il Paese progredisce. Da paese rurale e agricolo raccoglie i frutti del boom e diventa un paese moderno, avanzato. Il terrorismo prima nero e poi rosso, e la droga interrompono questo iter e ci consegnano agli anni di piombo. Ma gran parte delle conquiste culturali e politiche che ci sono state nella prima parte degli anni settanta, rimangono ancora oggi. E penso al femminismo e al movimento delle donne. Una realtà variegata e piuttosto complessa».
E Roma mischiava tutto…
«Roma è un calderone: è stata e sempre sarà la città in cui tutto si mescola. L’essenza del salotto è il mischione. Ci trovi di tutto: il bandito, l’intellettuale, la subrettina, il finanziere da quello di sinistra a quello di destra. Da quel punto di vista gli anni settanta erano anni di grande apertura di varchi sociali».
Jay Dark, l’Americano, ricalca per caso l’idea del Grande Vecchio della politica di cui tanto s’è discusso in passato?
«L’americano è ricalcato sul modello di un vero agente doppio - se non triplo - del quale io mi sono occupato in un mio precedente romanzo «L’agente del caos». Intendo uno che è pagato per attuare strategie, depistaggi di informazione ed esercitare un potere di distruzione: una guerra sporca insomma. Ed era classico degli anni settanta che noi vivevamo nello schema bloccato della guerra fredda: non dovevano mai esserci i comunisti al governo in Italia e nemmeno nella maggioranza. Per impedirlo c’era la violenza o delle penetrazioni subdole come questo Jay Dark».
In mezzo a questo frastuono gli uomini della Legge, quelli puri e intenzionati a fugare le ombre: ma l’onestà è sufficiente ad ostacolare certe derive?
«Non è una metafora che nel nostro Stato si siano sempre combattute derive pericolose, onesti e mascalzoni, per cui noi non possiamo pensare allo Stato come a una entità monolitica. In quegli anni una parte dello Stato doveva impedire che venissero alla luce verità scomode, doveva mantenere il segreto di Gladio, l’organizzazione paramilitare, e ostacolare le indagini della magistratura: era una guerra in atto, fredda, ma sempre guerra era. La chiamavano «Guerra civile a bassa intensità». Da questo punto di vista, Agnello, il giudice, e Durante l’investigatore, sono due leali servitori dello Stato come ne abbiamo avuto tanti nella magistratura, nei servizi, nell’esercito, nella polizia, nei carabinieri e nella burocrazia. Ma non possiamo dire che tutto lo stato si sia comportato correttamente».
Strategia mafiosa, ma anche di altra natura quella che usava l’eroina per conquistare il potere?
«Non solo mafiosa, era anche politica. D’altronde l’uso della droga come mezzo politico ha radici antiche. Pensiamo alla guerra dell’oppio. Si disse che gli inglesi con la Compagnia delle Indie e col traffico dell’oppio avevano distrutto un’intera generazione di cinesi. Oppure pensiamo, allo scandalo Irangate, a quando si trafficava l’eroina per finanziare la guerriglia. Io non escluderei che oggi nel mondo del malaffare come arma di distruzione si stia usando il Fentanyl, un potente oppiaceo sintetico cinquanta volte più potente dell’eroina. In America sta facendo stragi. La droga è un’arma come tante altre».
I Servizi segreti che cosa hanno significato per la democrazia italiana? Un temporale?
«Premesso che i servizi segreti sono fondamentali in ogni Paese, perché dobbiamo difenderci per la sicurezza nazionale, per un certo periodo i nostri servizi hanno risposto ad una realtà doppia. L’Italia è un Paese della Nato, e il comando Nato era sovraordinato ai nostri comandi democratici. Dati e organizzazioni segrete come Gladio messe su per far fronte a eventuali invasioni dei russi le abbiamo scoperte dopo. Ma entro queste organizzazioni, tutto sommato legali, c’erano anche altre deviazioni. Uomini dei servizi non leali, deviati erano finiti nelle mani della P2 che al tempo del sequestro Moro, aveva suoi uomini in tutti i gangli vitali dello Stato. Nella primavera del 1981 i servizi segreti riformati furono travolti dallo scandalo della P2».
Dato che bisogna difendersi - non si sa mai -, lei approva la corsa al riarmo dell’Unione Europea?
«E come si fa in questo momento, con una guerra di aggressione in corso a non pensare alle armi! Il vero problema è che non esiste un riarmo europeo: esistono nazioni che vanno ciascuna per conto loro inseguendo i propri interessi, e magari vanno alla corte di Trump a portarle i soldi. Non c’è una comune strategia europea».
Come vede la scena politica mondiale?
«Vedo in tutto il mondo occidentale una forte offensiva delle destre che parlano dappertutto la stessa lingua. Ed è una lingua di un’accentuazione del potere del governo e di una insofferenza nei confronti dei controlli. E questo è veramente pericoloso perché dall’interno, una lenta erosione sta convincendo la gente che si può fare a meno della democrazia. Questo è il vero pericolo».