Letteratura

«I gialli indagano l'animo umano, come fosse un puzzle»

Uno yacht con a bordo sette morti: la giallista Cristina Cassar Scalia racconta l'ultimo mistero della vice-questore Vanina Guarrasi
07.12.2025 06:00

Sette morti non sono un problema: sono sette problemi. È quello che pensa il vicequestore della mobile di Catania Vanina Guarrasi quando la informano che l’avvocato Maria Giulia Rosa col suo cabinato che aveva a bordo anche il medico legale Adriano Cali durante una gita in mare con amici, aveva virato in soccorso di una lussuosa imbarcazione. Saliti a bordo dello yacht che sembrava abbandonato, la scoperta: sette morti nel salone dell’imbarcazione. Un crimine orrendo che la scrittrice (e medico oftalmologo) siciliana Cristina Cassar Scalia, racconta in «Mandorla Amara» (Einaudi, 261 pp. ), ultimo romanzo con protagonista Vanina Guarrasi ai primi posti nelle classifiche di vendita in Ticino.

Dottoressa Cassar Scalia, una vera ecatombe si potrebbe dire?
«Un’ecatombe vera e propria, che pare derivi dal fatto che tutti abbiano bevuto del latte di mandorla. Nei contenitori ritrovati vuoti era stato versato del veleno. Cianuro per l’esattezza. Le sette vittime sono il proprietario dello yacht, un magnate delle mandorle, che aveva creato un impero da un piccolo mandorleto, il figlio più giovane, gli uomini dell’equipaggio e alcuni amici, tra cui un rinomato donnaiolo, Villani, che l’industriale accompagnava alle Eolie, a Salina, per sposare una ragazza del posto che aveva sedotto come tante altre, e lui sarebbe stato il testimone. Si saprà che una donna, Barbara Palazzotto, una sera chiamò a gran voce Villari sulla banchina. Ma lui non si mostrò».

Un indizio significativo?
«Vanina ipotizza vari movimenti in cui immagina anche personaggi di rilievo, parenti e conoscenti delle vittime incredule per quanto è avvenuto. La vedova dell’industriale è la più affranta in quanto sullo yacht è morto anche il figlio più giovane. Lo strazio è immenso e questo rende più difficile il lavoro di Vanina, che è stata anche convocata a Palermo per partecipare ad una operazione speciale in quanto fa parte da tempo di un nucleo di polizia specializzato nella caccia ai mafiosi. L’hanno convocata alludendo ad una «festa» il che significa che si sta organizzando qualcosa di importante».

Perché per Vanina questa indagine è complessa, difficile?
«Intanto per il numero dei morti, e poi perché si pensa subito a un delitto di mafia. Vanina non condivide questa tesi: ha subodorato qualcosa di diverso. La presenza a bordo di Villari che aveva scosso molte sottane e lasciato dappertutto cuori infranti, la faceva pensare anche a delle vendette sentimentali. Ma come è stato possibile avvelenare la bevanda portata sulle navi in flaconi sigillati? Questo è il grande enigma che Vanina deve risolvere».

Dai tempi dei tempi, il veleno è l’arma più utilizzata per commettere crimini?
«A Vanina, l’uso del veleno la lascia un po’ perplessa. Non le è mai successo nonostante abbia una carriera importante alle spalle di aver a che fare con un avvelenamento, metodo un po’ obsoleto. All’inizio si trova un po’ spiazzata sul cianuro, ma l’amico Patanè le spiega che il cianuro ha lo stesso odore del latte di mandola amara, e si è mischiato perfettamente con la bibita che le sette vittime hanno tutte bevuto. È un giallo alla Agatha Christie».

Fin dove può arrivare secondo lei l’esasperazione e la cattiveria umana?
«Il successo dei gialli penso sia proprio quello di indagare questo tratto dell’animo umano: vanno a scavare nei lati oscuri, ed è necessario capire qual è il movente che si annida sempre nella storia delle vittime. Mi è capitato di chiedere a consulenti e poliziotti amici, se quanto stavo raccontando nei miei libri fosse plausibile. Spesso mi hanno risposto che tante volte la realtà sembra poco plausibile, invece lo è, e supera l’immaginazione».

Le tante complicazioni sentimentali presenti nel romanzo, un modo per raccontare le varie forme dell’amore e le sue inevitabili crisi, cedimenti, esaltazioni e oscillazioni?
«È un modo per raccontare l’essere umano. La trama del giallo mette in evidenza le difficoltà sentimentali di Vanina che ha sempre una sorta di pugnale conficcato nel cuore, perché il suo amore con il magistrato antimafia Paolo Malfitano - che in linea teorica potrebbe essere vissuto razionalmente -, è sempre in bilico per colpa del suo carattere. Paolo, le sta rendendo pan per focaccia e lei si sta macerando. È un amore sofferto che la porta sempre a riflettere su sé stessa e sui problemi amorosi di chi le sta intorno: l’amore fallito della sorella con l’annullamento del matrimonio un mese prima delle nozze, e poi gli amori di tutte le persone che incontra in questa indagine. È un puzzle in cui ogni casella è un pezzo d’animo umano che viene raccontato».

Vanina è un’immagine concreta, una memoria o, per carattere e intuizione, una proiezione di se stessa?
«No, non è una proiezione di me stessa in niente: non mi somiglia in nulla, se non in alcuni piccoli dettagli come l’amore per i film d’altri tempi in bianco e nero e l’insonnia».

Il personaggio del commissario in pensione Biagio Patané, incarna in qualche modo la vecchia guardia poliziesca?
«Il commissario Patanè, è il mio personaggio preferito. Inizialmente non era nato per essere così importante. Gli ho dato vita in Sabbia Nera come personaggio di supporto a Vanina che doveva indagare su un caso chiuso del 1958, e lei aveva bisogno di qualcuno che allora fosse in polizia. Il commissario che si presenta da lei offrendogli il suo aiuto, doveva essere solo questo. Invece dopo Sabbia Nera è diventato una figura fissa accanto a Vanina».

Il loro accordo su cosa si basa?
«Patané e Vanina hanno lo stesso modo di ragionare anche se lei è molto più giovane, e dovrebbe ragionare in modo più moderno, invece Vanina tende a rimanere una sorta di vecchia guardia. Anche se è una poliziotta giovane, ragiona come Patanè che risolve le sue indagini con il vecchio metodo del ragionamento. Ai suoi tempi non c’era la tecnologia né la polizia scientifica, doveva farsi bastare il suo intuito. Un po’ alla Maigret».

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