«Il francese troppo difficile, non si poteva andare avanti così»

A Zurigo il francese non verrà più insegnato alle scuole elementari. «Troppo difficile», ha ritenuto una maggioranza del parlamento cantonale, che vuole così dare una risposta agli stenti degli allievi (e di molti docenti). La Domenica ne discute con Nicole Barandun, consigliera nazionale per il Centro, avvocata, presidente della Camera di commercio zurighese. Una donna sempre in prima fila, fin da piccola, quando appena cinquenne faceva da modella per Charles Vögele, Coop e Migros. «Decisi di smettere quando in piena estate mi fecero posare con la collezione invernale», ricorda divertita.
Signora Barandun, la soppressione del francese è stata promossa dal suo partito, il Centro, contro la volontà della vostra consigliera di Stato, Silvia Steiner. Lei è favorevole o contraria?
«L’insegnamento del francese è da tempo un grande tema nel canton Zurigo, e non solo. Il problema è che, nel modo in cui viene fatto oggi, non permette di raggiungere gli obiettivi desiderati. Qualcosa bisogna cambiare, non possiamo andare avanti così».
Se una materia è troppo difficile la si sopprime?
«Penso che siamo tutti d’accordo che gli allievi imparino una seconda lingua nazionale. La questione è come».
Cosa non va oggi?
«Oggi già nel quinto anno (la terza elementare, n.d.r.) i bambini si trovano confrontati con la grammatica, devono imparare a parlare la lingua correttamente. Il francese arriva come un’imposizione in un periodo in cui andrebbe sviluppata la voglia di imparare. La lingua viene insegnata in un modo che finisce per farla detestare da tutti, compresi molti docenti».
Non basterebbe cambiare metodo?
«Io non ho la soluzione. Forse invece di imporre l’insegnamento del francese ai docenti di scuola elementare, che in molti casi hanno loro stessi problemi con questa lingua, si potrebbero coinvolgere persone di lingua madre, che magari non sono professori ma che possono trasmettere ai bambini la gioia, la bellezza della lingua, la voglia di scoprire e di comunicare con un’altra regione della Svizzera».
Quindi il problema sta nei docenti?
«No, non dico questo. I problemi sono diversi. C’è anche il fatto che il francese viene considerato materia fondamentale per accedere al liceo e alle scuole professionali. Anche questo contribuisce a farlo vivere come un’imposizione, come una punizione. Io vorrei invece che il francese sia vissuto come una gioia. Fosse per me, concentrerei l’insegnamento nella scuola secondaria ma incrementando le attività, gli scambi linguistici, cercando di trasmettere il piacere di imparare la lingua francese».
Lei da ragazza è andata un anno a lavorare a Parigi. Significa che il francese le era piaciuto?
«Ho lavorato come ragazza alla pari, è stata un’occasione per immergermi in un’altra realtà. A me il francese piaceva. Ma già ai miei tempi c’erano allievi che tribolavano parecchio e che finivano la scuola senza aver imparato praticamente nulla».
Tra questi ci sono anche colleghi di parlamento?
«Ci sono colleghi che non parlano francese, ma ci sono anche romandi che non parlano il tedesco né lo capiscono».
È un problema?
«Nel plenum non è un problema ma nelle commissioni sì, perché non ci sono le traduzioni. Se non si capisce l’altra lingua diventa difficile seguire i lavori. Si rimane tagliati fuori».
I parlamentari ticinesi se la cavano bene?
«I ticinesi sono molto bravi in francese».
Per questo noi ticinesi difendiamo il francese.
«Capisco che il resto della Svizzera sia un po’ sconcertato dalla decisione zurighese, ma spero anche che si capisca che qualcosa deve cambiare. Andare avanti a insegnare il francese come oggi è inutile se non controproducente».
Lei ha tre figli. Hanno imparato il francese?
«I miei due figli lo parlano abbastanza bene, ma per mia figlia è stato traumatico. Lei ha un disturbo nello sviluppo della lingua, non sente per esempio la differenza tra «n» e «m». Per lei imparare il francese è stato difficilissimo, difatti non lo parla minimamente sebbene abbia concluso una maturità professionale. Avesse potuto scegliere l’italiano, probabilmente avrebbe vissuto molto meglio l’insegnamento e almeno avrebbe imparato una lingua».
Lei sostituirebbe il francese con l’italiano?
«Potrebbe essere interessante lasciare la scelta. Ci sono sicuramente allievi che sono più portati per una lingua che per l’altra. Oltretutto anche l’italiano è una lingua nazionale».
Parliamo di lei. Perché fa politica nel Centro, un partito cattolico, in un cantone riformato?
«Non è una questione di religione. Io ho vengo da una famiglia completamente apolitica. I miei genitori avevano una panetteria nella casa in cui abitavamo. Quando ho finito gli studi in diritto ho iniziato a lavorare per il procuratore generale a Zurigo, il quale mi ha fatto capire che se avessi voluto entrare nel sistema giudiziario dovevo scegliere un partito per il quale essere eletta. Così mi sono messa a valutare i vari partiti e i loro programmi».
Perché la scelta è caduta sul Centro?
«Venendo da una famiglia di artigiani, il PS non era un’opzione. Da parte sua l’UDC era ancora un partito di contadini. Restavano il PLR e il Centro. Mi ricordo che un giorno, nel 1993, partecipai a un’assemblea dell’allora PPD e sentii parlare Doris Leuthard. La trovai geniale. Inoltre rimasi favorevolmente impressionata dal vedere che c’erano tante donne che parlavano, e gli uomini ascoltavano. Per farla breve, del Centro non mi sono piaciuti solo i valori ma anche il ruolo riservato alle donne».
Nel Centro le donne sono ancora in primo piano?
«A Zurigo sicuramente sì. Abbiamo una consigliera di Stato donna, abbiamo due co-presidenti donne, io stessa sono stata presidente del partito e ora siedo in Consiglio nazionale insieme a una collega donna e un uomo».
Ma non è un handicap essere un partito cattolico in un cantone riformato?
«Il Centro non è un partito cattolico, bensì di valori».
I valori cristiani?
«Sì, i valori della famiglia. Per esempio, io ho sempre lavorato, non sono mai rimasta a casa per dedicarmi solo alla cura dei bambini. Ma è stata una decisione tra mio marito e me. Io sono convinta che queste debbano essere scelte fatte liberamente all’interno delle famiglie, senza essere forzati a seguire un modello che la società ritiene giusto e applicabile».
Lei è anche presidente della Camera di commercio. Quali sono le più grandi sfide per gli artigiani e i piccoli imprenditori a Zurigo?
«Il problema di una città come Zurigo è che il valore dei mestieri non è considerato, è totalmente sottostimato. Molti cittadini vivono in affitto, se hanno un problema con la macchina da lavare chiamano la società di gestione e non si rendono conto di quanto sia difficile trovare un operaio che venga a casa e poi di quanto sia difficile per l’operaio muoversi in città e trovare un parcheggio».
Gli zurighesi vivono in una bolla?
«Ci sono tante persone che vivono in città ma pretendono di vivere come in campagna. Tutto deve essere tranquillo, pacifico, senza industrie, senza attività rumorose. Ma per avere una città ci vuole anche chi faccia certi lavori. Come può sopravvivere una città se non c’è nessuno che garantisce i servizi di base?
