«In quel kibbutz c’era idealismo, credevano nell’unione tra i popoli, in poche ore tutto è stato distrutto»

Jean-Claude Luvini ricorda il kibbutz Nir Or come «una comunità di idealisti che credevano nella pace e nell’unione tra i popoli». Come «un piccolo laboratorio di socialismo». Quando ci finì a lavorare per due mesi come volontario senza sapere dove fosse effettivamente arrivato, nel 1994, il fondatore di Masaba Coffee trovò una specie di oasi, con terreni agricoli, piantagioni di asparagi e giardini botanici duramente strappati alla sabbia del deserto grazie a un ingegnoso sistema di trasporto dell’acqua.
Chiaramente non era tutto facile. «Come primo lavoro mi misero a recuperare le galline morte nel pollaio», ricorda Luvini. Però nel kibbutz «tutti si svegliavano alle 5 del mattino e lavoravano col sorriso, perché avevano la sensazione di contribuire a creare un mondo migliore».
Ma ora questo kibbutz non esiste più. È stato spazzato via in poche ore dai terroristi di Hamas, nell’attacco condotto all’alba di sabato 7 ottobre. Tra i 400 residenti del kibbutz, solo 160 sono stati ritrovati in vita. Gli altri sono stati trucidati a sangue freddo. Intere famiglie sono state uccise a colpi di mitragliatrice, altre sono decedute negli incendi delle loro case provocati da Hamas. Una nonna è stata uccisa da un miliziano che ha filmato il tutto e poi pubblicato il video sul profilo Facebook della donna, così da obbligare i familiari e gli amici ad assistere alla brutale esecuzione. Altri abitanti del kibbutz risultano ancora scomparsi. Alcuni di loro - tra cui un bambino di 3 anni e un neonato di 9 mesi - sono stati rapiti e portati come ostaggi a Gaza.
«È terribile vedere la ferocia con la quale è stata eliminata una comunità - afferma Luvini -. Questo non è un tentativo di riconquistare terre per i palestinesi, è semplicemente la volontà di uccidere civili indistintamente, nel modo più barbaro possibile». Tanto più che gli abitanti del kibbutz Nir Or non erano affatto fondamentalisti. «L’ambiente non era per niente religioso - ricorda Luvini -, queste erano tutte persone che lavoravano duramente e credevano nell’ideale della comunità dell’umanità. Erano convinte che dall’altra parte del muro, a Gaza, la maggioranza delle persone la pensasse esattamente come loro».
Chi lo sa se ci crederanno ancora. Ora i superstiti all’attacco si trovano in albergo a Eilat, località sul Mar Rosso, ospitati da un’organizzazione caritatevole. Il kibbutz non è più abitabile, le case sono bruciate, tutto è stato distrutto. Lo si potrà ricostruire. Ma non è detto che ci siano ancora la forza e la volontà, di ricostruirlo.

