Il racconto

La casa senza il nocciolo

Alberto Nessi racconta la Chiasso della sua infanzia – In esclusiva per la Domenica
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Red. Online
30.04.2023 06:00
Una città raccontata da uno scrittore. Tredici autori in esclusiva per la Domenica ripercorrono e fanno affiorare i ricordi dei luoghi dove sono nati o hanno vissuto. Stavolta è il turno di Alberto Nessi.

Cronaca di Chiasso: «Sradicati tre tigli in via Milano. Tre tigli che componevano il viale alberato lungo il Faloppia (…). Probabilmente il gesto non può essere attribuito a una singola persona».

I fitoassassini allignano (ahimè, in questo caso il verbo diventa del tutto improprio, poiché allignare significa mettere radici, metter legno, attecchire). Agiscono come ladri nelle tenebre, esercitando la violenza protetti dall’anonimato. A Coldrerio, qualche anno fa. A Chiasso l’altro giorno, in tempo di Pasqua, la Festa della rigenerazione.

Il ciclo di un albero corrisponde al tempo di gestazione di un essere umano. Forse per questo ci intendiamo, tra di noi. Ma l’albero, lui, rifiorisce ogni anno. Noi uomini stentiamo a fiorire, a primavera. Siamo ancora troppo occupati con le guerre: da qualche parte del mondo, un nostro simile a forma di mostro nasconde sottoterra mine a forma di giocattolo, per far saltare le gambe delle donne che portano nella pancia un bambino.

Hai la testa dura- ha detto il poliziotto. Sì, Alì ha la testa dura, perché non vuole tornarsene al suo paese, quello che una volta era Arabia Felix e forse si potrebbe ribattezzare Arabia Ferox, un paese poverissimo. Lo Yemen, uno dei più antichi centri di civilizzazione.

Da dodici anni Alì vive in Svizzera. Una moglie, tre figli, niente lavoro. Prima lavorava legalmente, poi ha ricevuto la risposta negativa alla sua richiesta d’asilo e ha dovuto smettere di lavorare. Da qualche tempo ha un permesso temporaneo che gli consente di rimanere per motivi umanitari. Riceve l’assistenza dal Cantone. Ma laggiù non torna, l’ha detto chiaro e tondo nel corso di cinque incontri con i funzionari che l’hanno interrogato; anche dopo aver ricevuto una lettera minacciosa in cui si diceva che avrebbe potuto essere espulso con la forza. Subito penso al film di Melgar sui rimpatri forzati. Un connazionale di Alì tempo fa è stato rimpatriato dalla Svizzera in modo coatto ma, giunto a Sana’a, è stato imprigionato, ne hanno parlato anche i nostri giornali.

Oggi Alì mi racconta la sua storia in un bar di Chiasso; è il primo giorno di Ramadan e lui non beve neanche un bicchier d’acqua. Qui, dove tanto tempo fa pensavo che la mia fosse una città piena di avventure. Ma per avventura, allora, intendevo un incontro meraviglioso, un’ impresa di contrabbando, la storia imprevista che accade in un luogo di passaggio dove tutto è possibile. Per il mio interlocutore invece, si tratta della vita in pericolo.

Oggi faccio un giro nel quartiere di via Odescalchi. Qui c’è stato un fatto di sangue, poco fa, forse per storie di droga; i giornalisti che amano l’effetto spettacolare parlano di Bronx.

Dal casamento Terrabella si vede la rete che segna il confine, un tempo i contrabbandieri la scavalcavano con un salto. Erano i nostri cow-boy. Oppure buttavano la merce dalla parte di là, una casa proprio sulla rete facilitava il lancio della merce.

Oggi i traffici sono finiti, quelli delle bricolle. Per il resto si fanno le cose in grande. Vedo una scritta luminosa, rossa, che scorre dicendo Superlove night maxim escort club. Sabato sera fanno il party con meravigliose escort. Macchine sono posteggiate selvaggiamente in uno degli ultimi prati rimasti. Il resto di una palizzata, una rete metallica, grandi tubi di plastica, transenne bianche e rosse. Frantumi.

Qui ho visto, qualche mese fa, un cumulo di tronchi ammonticchiati: i cadaveri dei platani che circondavano il campo di via Comacini, dove venivo ad assistere alle partite del Chiasso con mio padre, che portava il Borsalino e fumava il Virginia. Platani meravigliosi, rifugio di uccelli canori testimoni dei goal dei rossoblù in un luogo sacro alla memoria dei chiassesi. Ora mi avvicino, ma la rete di plastica nera m’impedisce di vedere. Guardo da una fessura: un’enorme voragine mi si spalanca sotto gli occhi. Là sotto è sepolta la mia infanzia.

Sui muri qui intorno leggo le scritte «Scommetto che perdi», «Open all borders»,«Fire to the prisons». All’entrata del supermercato trovo un mio ex-allievo. Gli è appena morto il padre e mi racconta: aveva fatto la Seconda Guerra, e a chi gli diceva che, in fondo, dalla guerra c’è sempre da imparare qualcosa, rispondeva:

- Sì, è vero, in guerra s’impara a cagare in fretta.

Ieri, bar di Ponte Chiasso. Tipi in piedi davanti alle macchine mangiasoldi. Televisione a balla. Una cameriera con fuseaux di leopardo mi passa davanti. Fuori, l’alcolista magrissima con una borsa di plastica. È lì in piedi e non sa cosa fare. Nessuno le fa caso.

Che cosa è diventata la piccola città dove è nata la mia vocazione letteraria?

Un cumulo di macerie, tra le quali affiorano frantumi. Là dove c’era il campo da tennis, oggi c’è un bordello, accanto a una villetta dove si va a farla finita di propria volontà.

Allora mi sposto in via Emilio Bossi, a rivedere la casa dove sono stato bambino. Ora è color sangue di bue. Il cancello è scomparso. Al posto del nocciolo, un garage. Dalla finestra si sporge una donna:

- Lei cosa cerca ?

- Scusi, ma qui non c’era un nocciòlo?

- Come dice?

- E là c’era la Breggia, lei non ricorda. D’estate nei prati si sentiva l’odore del fieno...

- Ma cosa vuole?

Non rispondo e me ne vado.

Ma prima do un’occhiata alla finestra del primo piano, dalla quale negli anni cinquanta del secolo scorso un ragazzo si affacciava, con tra le mani un taccuino dalla copertina nera, a guardare l’uomo che tornava dal lavoro con il sacco sportivo in spalla. Perché nel suo testone aveva capito che, per scrivere, bisogna prendere il colore del tempo, uscire da sé stessi e diventare un po’ gli altri.

Alberto Nessi è nato a Mendrisio ma è cresciuto a Chiasso, città che racconta in questa pagina. Scrittore fra i più conosciuti e apprezzati non solo in Svizzera, è stato insignito del Gran premio svizzero di letteratura alla carriera.
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