«La democrazia è sotto attacco, anche in Svizzera»

Se guarda al prossimo futuro, Alain Berset è preoccupato. «Sul continente europeo si stanno investendo centinaia di miliardi in armi, ciò che è legittimo vista l’instabilità attuale - ha detto il presidente del Consiglio d’Europa questa sera a Locarno per la commemorazione degli accordi di pace del 1925 -. Allo stesso tempo però assistiamo a un arretramento della democrazia, che è messa a dura prova dalla disinformazione e da nuove forme di guerra ibrida. Persino in Svizzera, per la prima volta nella storia, i servizi informativi hanno annunciato di avere elementi che lasciano pensare a tentativi di interferenza nelle elezioni. Quindi abbiamo Paesi sempre più armati e una democrazia sempre più a rischio. Cosa succederebbe se un gruppo estremista dovrebbe prendere il potere?».
Un capo di Governo di cui Berset non ha voluto fare il nome sostiene che in una tale situazione esplosiva le armi verrebbero utilizzate per spararci l’uno con l’altro. Uno scenario che va assolutamente evitato, ha sottolineato l’ex presidente della Confederazione, facendo tutto il possibile per difendere la democrazia.
«Cent’anni dopo la nascita dello spirito di Locarno dobbiamo avere il coraggio di mantenere e difendere i nostri principi - ha detto Berset -. Troppo spesso dimentichiamo che la democrazia non è la regola nella storia, al contrario, è l’eccezione. La democrazia non è acquisita per sempre, deve essere difesa, curata e coltivata».
Alain Berset inserisce il suo discorso in un momento storico in cui l’organo da lui guidato, il Consiglio d’Europa, ha perso uno dei suoi Stati membri, la Russia, nel 2022. «È stata una frattura brutale, che ha fatto seguito a un’aggressione, al tentativo di uno Stato membro di prendersene un altro - ha sostenuto -. Non siamo naif. Sappiamo che le guerre di aggressione sono sempre esistite nella storia. Ma il Consiglio d’Europa è nato dalla volontà di avere un adesione a certi valori comuni e al rispetto della Convenzione dei diritti umani. Non è come essere membri di un club. Una guerra di aggressione non è compatibile con questi valori».
D’altra parte questa guerra può anche essere l’occasione di riaccendere il fuoco della missione europea, ha osservato qualcuno. «Forse uno degli effetti paradossali di questa guerra è che ci ha permesso di prendere coscienza che per tanto tempo siamo stati troppo naif nel pensare che la democrazia si sarebbe stabilizzata da sola», ha detto l’ex presidente della Confederazione, che nel suo discorso ha voluto citare tre personaggi: Maia Sandu, presidente della Moldavia, Nikol Pashinyan, primo ministro dell’Armenia, Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina. «Vi parlo di loro perché rappresentano tre membri di questa grande famiglia che è il Consiglio d’Europa. Sono abbastanza lontani geograficamente ma sono alla frontiera di quelli che si impegnano per i nostri valori. Sono degli esempi di resilienza democratica».
Dalla sala non poteva mancare la sollecitazione a esprimersi sul conflitto israelo-palestinese e sulla relativa posizione del Consiglio federale, che qualcuno ritiene troppo prudente. «Quando ero in Consiglio federale non mi piaceva che gli ex colleghi giudicassero il nostro operato e quindi non sarò io a giudicare l’attuale governo - ha premesso -. Io spero vivamente in un accordo di pace, in un cessate il fuoco e nella liberazione degli ostaggi. Questi sono i fondamentali nei quali penso tutti crediamo. Poi ci vorrà un processo politico credibile che possa mirare a quella che sembra essere l’unica via d’uscita a medio termine, la creazione di una soluzione a due Stati».
Per farlo occorrerà che tutti si siedano a un tavolo, come accadde a Locarno nel 1925, il momento in cui l’intero continente ha potuto immaginare un futuro migliore. «Versailles ha nutrito il risentimento, Locarno la speranza», ha osservato Berset per evidenziare come la pace non possa essere raggiunta umiliando il nemico ma dialogando con lui. «Lo spirito di Locarno non ha impedito la catastrofe del 1939 ma ci ha ricordato che la pace è una scelta».
In questo senso la Svizzera, secondo Berset, ha ancora molto da dare agli altri Paesi. «Noi svizzeri abbiamo una cultura del dialogo oltre le differenze politiche, abbiamo rispetto per l’altro anche se non siamo d’accordo con lui - ha detto -. All’estero mi piace sempre portare l’esempio del complesso musicale del parlamento, che riunisce esponenti di tutti i partiti, che regolarmente si trovano per fare musica insieme. Questo è qualcosa che cura le relazioni interpersonali e che contribuisce a creare il senso di comunità».
