La deriva «messicana» dei narcos a Marsiglia

Marsiglia, 13 novembre, ore 14.30. Due uomini in moto si avvicinano ad un giovane nei pressi di una rotonda del IV Arrondissement. Un istante dopo una serie di detonazioni secche: sono colpi di pistola. I proiettili raggiungono il bersaglio, che non ha scampo. I killer fuggono per poi abbandonare la moto a qualche chilometro di distanza.
L’hanno incendiata per non lasciare tracce. Ma è l’omicidio stessa a indicare una possibile matrice. Terrificante. La polizia identifica subito la vittima: si chiamava Mehdi Kessaci, 20 anni, fratello di Amine, noto attivista ecologista impegnato nel denunciare l’espandersi dei trafficanti di droga nella città mediterranea. Gli investigatori, pur tra mille cautele, considerano la pista di una vendetta trasversale: non potendo colpire Amine, in quanto vive da tempo sotto scorta per le minacce subite, hanno preso di mira una figura indifesa e facile.
L’agguato crea sconcerto, angoscia, rabbia. Ma fino ad un certo punto perché da queste parti i criminali hanno gettato da tempo la maschera con una serie di attacchi, imboscate, eliminazioni. Tutto parte di una faida infinita tra network rivali con diramazioni internazionali.
Le fonti ufficiali come i media rilanciano una definizione allarmante: deriva messicana. Non hanno torto, non sono esagerazioni perché rispecchiano una realtà evidente, estesa, sempre più sfrontata e crudele. Dalle carte dell’indagine, sempre con prudenza, emerge una prima indicazione sul mandante: Mamine O., alias Jalisco o Nemesio. Già i due soprannomi contengono un riferimento al Messico, in particolare al cartello di Jalisco e al suo padrino El Mencho. Ciò non significa un collegamento diretto o indiretto con l’organizzazione, bensì la volontà evidente di presentarsi come boss dalla fama sinistra. E Mamine, a questo proposito, ha una lunga fedina penale: come si dice in questi casi è spessa come l’elenco del telefono. Gli esperti lo considerano il vero leader della DZ Mafia, il gruppo ormai dominante, protagonista della guerra contro gli avversari, gli Yoda.
Mamine è molto tempo in prigione e dovrebbe essere monitorato con attenzione, eppure riesce a dirigere lo stesso i suoi uomini dalla propria cella. Le autorità lo hanno trasferito più volte, cercando penitenziari di massima sicurezza. Misure inutili perché il gangster ha proseguito nella sua strategia. Secondo la brigata anticrimine Mamine ha un conto aperto con la famiglia Kessaci, una storia iniziata nell’aprile del 2021 quando sono assassinate tre persone. In modo truculento. Uno degli uccisi è Brahim Kessaci, un fratellastro di Amine: a differenza del resto della famiglia ha imboccato una cattiva strada, impelagato in vicende narcos. E per questo un capo rivale ha ordinato di farlo fuori affidando la missione proprio a Mamine detto Jalisco. Sentieri oscuri, clima velenoso.
Marsiglia, davanti allo scempio, ha provato a reagire. C’è stata una marcia di solidarietà con i Kessaci, il governo ha promesso altre risorse per garantire la sicurezza. Solo che questi impegni, ricorrenti, non sono sufficienti. Interessante, in parallelo, una mossa del Ministero della Giustizia. Parigi ha chiesto agli Emirati di estradare una dozzina di criminali francesi che si sono trasferiti a Dubai, la piazza ideale per reinvestire gli introiti giganteschi dello spaccio. È cosa nota che alcuni esponenti «marsigliesi» sono proprietari di molti appartamenti di lusso in diversi grattacieli nella zona centrale. Come segno di buona volontà gli emiratini avrebbe deciso di procedere al sequestro delle proprietà. Una goccia in mare di dollari o euro, dipende solo da quale valuta hanno scelto per riciclare i guadagni.
Dopo il delitto di Mehdi Kessaci si è anche speculato su teorie alternative: è normale che accada, le inchieste devono considerare un ventaglio di scenari. E anche qui c’è un parallelo con il fronte messicano dove per ogni evento efferato c’è una fase di incertezza. E’ l’effetto collaterale del crimine che, oltre a spargere sangue, diffonde insicurezza, semina sospetto, crea sfiducia.
