In positivo

La donna portata dal vento ad Airolo

La storia di Ruun Cali, cuoca all'hotel Tremola, e dell'associazione con cui aiuta i bambini in fuga dal suo paese d'origine, la Somalia
Prisca Dindo
07.12.2025 15:00

«Vivo due vite. Una di cuoca e l’altra di responsabile di una grande famiglia. Lavoro al Tremola, ma ogni giorno, nel mio tempo libero, mi occupo di tutti i miei «parenti». Questo impegno è il mio secondo lavoro. Non c’è attimo che non penso a loro e alla vita dura che hanno laggiù. Io, a confronto, sono diventata una privilegiata». Sono le parole di Ruun Cali. Si trovano nelle ultime pagine del libro che la giovane somala ha intitolato «Portata dal vento». 

Osservandola mentre accoglie gli ospiti del Tremola, il piccolo alberghetto di Airolo, comprendiamo la scelta di questa espressione usata nel suo paese d’origine per descrivere «chi giunge in un posto per caso, e la cui presenza si rivela positiva». Sotto il cappello da cuoca, c’è un sorriso sereno per tutti. Eppure, non so quanti sorriderebbero se avessero dovuto passare attraverso l’inferno come lei. Ruun è nata in un paese dove corruzione e malgoverno la fanno da padrone. La Somalia, dove la povertà è dilagante. Ha pochi ricordi della sua infanzia, salvo quando, a cinque anni, una lama affilata la mutilò di tutti gli organi genitali esterni senza anestesia. Ruun non immaginava che ciò che aveva appena vissuto fosse soltanto una delle innumerevoli sfaccettature del dolore che il destino aveva in serbo per lei. Una notte suo padre la portò via di casa.

Così, senza spiegazioni, la abbandonò in un grande piazzale, dove c’erano altri bambini pronti a salire su un bus. «Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me, come se tutto ciò che conoscevo fino a quel momento fosse svanito. Mi ritrovai sola alla mercé dell’ignoto». A otto anni, iniziò così il suo lungo viaggio solitario all’insegna della sopravvivenza. Dapprima in Kenia, «un’esperienza che mi aveva mostrato la cruda realtà della vita di strada». Poi errando senza documenti tra l’Etiopia, il Sudan e lo Yemen, dove per sei mesi conobbe gli orrori delle prigioni della sua capitale. Riuscì a scappare da torture e fame soltanto quando prese il coraggio a due mani e saltò da una finestra al quarto piano. Dopo mille vicissitudini, arrivò a Dubai, dove cercò senza successo di raggiungere l’Europa.

Il secondo tentativo fu più fortunato: Ruun saltò su un aereo con un passaporto falso e atterrò a Ginevra. Era fatta! In veste di richiedente l’asilo, fece il giro dei centri d’accoglienza della Svizzera fino a quando approdò in Ticino. Dapprima a Chiasso, poi a Besso e Cadro. Il permesso F giunse due anni dopo, «e io sentii che finalmente potevo iniziare a pensare a qualcosa di più lontano del «giorno dopo». Con il passare del tempo, il Ticino divenne la sua casa e l’italiano la sua prima lingua. Si diede un gran daffare per trovare un lavoro, ma non fu facile.

Quando traslocò in un monolocale a Bellinzona, fece la conoscenza dei proprietari dello stabile, Marlis e Gianfe, che divennero suoi amici. Furono loro a presentarle Luca Brughelli, il famoso chef ticinese che le fece firmare il suo primo contratto di lavoro come aiuto cucina. Da Bellinzona si trasferì ad Airolo, seguendo lo chef che si era trasferito all’osteria Tremola. Ruun aveva un desiderio nel cassetto: diventare cuoca. Il sogno si realizzò poco dopo: si diplomò a pieni voti e iniziò a lavorare dietro ai fornelli. Nel frattempo era riuscita a ritrovare la sua famiglia in Somalia. Con i soldi risparmiati, Ruun fece costruire per sua mamma Timiro una casetta, che ben presto si trasformò in un rifugio per bambini abbandonati.

Per aiutare la sua «grande famiglia» di bimbi somali rimasti soli come lei, Ruun ha dato vita all’associazione Kalamaan e ha scritto il libro che racconta il cammino che l’ha portata da Mogadiscio fino ad Airolo. Un viaggio terribile, tuttavia, «benché i momenti difficili ci saranno sempre, la vita è meravigliosa, divertente, dolce e tranquilla».