La Hippie Trail di una ticinese

Mettiamo una sera di inverno, un bicchiere di vino e un futuro da progettare. La protagonista di questa storia è una giovane studentessa fresca di un master in turismo all’Università della Svizzera Italiana. Il lavoro si trova, si, ma solo contratti a tempo determinato. E quando ne finisce uno si è subito pronti a cercare un nuovo impiego. E poi un sogno, nato proprio sui banchi di scuola. «Perché non ci prendiamo un pausa da questo mondo, così veloce e incentrato sulla progressione delle carriere, e facciamo un viaggio che -magari- ci cambia la vita?». È stata questa la domanda che Gisela Etter ha posto al suo fidanzato un anno e mezzo fa. E poi hanno deciso di partire. Dove? Percorrere la Hippie Trail, il sentiero degli Hippie, che dalla Turchia si dirama per varie vie fino all’estremo oriente. E così in 14 mesi, da Lugano a Ko Samui in Tailandia, Gisela ha percorso, in parte con il suo fidanzato, in parte da sola o con amici, ben 58.624 km.

Dall’Europa all’estremo oriente
Questa esperienza di viaggio nasce «negli anni ’60, quando viaggiare era un privilegio spiega Gisela Etter che è da poco tornato dopo un viaggio di 14 mesi -, e se in quegli anni avevi il desiderio irrefrenabile di scoprire il mondo ma non avevi i soldi necessari per farlo, davanti a te c’era una sola opzione: viaggiare come un hippie. Vivere una esperienza semplice, contraria al consumismo e al materialismo costante che da allora caratterizza anche le nostre vite di oggi».
Il sentiero degli hippie, nasce opponendosi a quel modo di viaggiare «da turisti, con molti confort e organizzazione, una tratta che prevedeva due varianti: una con partenza a Londra e una dalla Turchia. La destinazione? Non c’era, perché il viaggio era l’unica cosa che contava », spiega Gisela.
40 anni dopo
Proprio così, 40 anni dopo la nascita di questo viaggio, esso non ha perso minimamente il suo fascino. L’Afghanistan, l’Iran, la Siria e il Pakistan accoglievano più che volentieri i visitatori stranieri. A Kathmandu, così come a Teheran e Kaboul, negli anni ’60 era possibile incontrare gruppi di giovani provenienti da tutta Europa e dall’America. «Probabilmente anche per le ragazze era più facile, forse si teme di più oggi che allora. Visitavano la città a piedi nudi, senza alcuna preoccupazione per la propria incolumità», e Gisela, che durante 418 giorni di viaggio e 36.402 miglia percorse, di persone ne ha incontrate tante, racconta: «Mi ha ispirato entrare in contatto con persone di così tante culture differenti, tuttavia, vedere, e sapere, che le stesse persone che sono gentili con te - come turista donna - hanno dei comportamenti nei confronti delle loro figlie o mogli, che nella nostra cultura sono inaccettabili, talvolta è difficile da superare e affrontare ».
In India tanta aspettativa
Cosa vuol dire mettere in pausa la propria vita, prendere un volo, e compiere un viaggio del quale sai la partenza e non la destinazione? Non è facile immaginare questa sensazione. «Se lo facciamo allora lo facciamo bene. È questo che ci siamo detti io e il mio ragazzo prima di partire. Fare un viaggio organizzato sarebbe stato banale». E poi alla fine del solito contratto a tempo determinato, sono partiti, «con la consapevolezza che non sarebbe stato semplice, avremmo attraversato anche Paesi molto difficili, ma era necessario per tornare a casa con qualcosa da raccontare». Ora Gisela vorrebbe scrivere un libro e raccontare questa storia. Anche i momenti più duri, «come quando in India ho dovuto imparare a cavarmela da sola. L’India è il Paese che mi ha più sorpreso, sia in positivo che in negativo». E se da un lato c’è mito sul ritrovare sé stessi in questo Paese, «dall’altro è risaputo che si tratta di un Paese molto sporco, molto povero. In India sono poi particolarmente attaccati ai soldi, ogni volta che parli con qualcuno, anche solo per chiedere una minima informazione, ti chiedono dei soldi in cambio». E poi, come se non bastasse, «sono stata molto male per il cibo, sono finita più volte in ospedale».
Io e me stessa
Lasciare famiglia, amici, la propria «confort zone ». E se mi succede qualcosa? E se ho bisogno di qualcosa? «Al di là della libertà, per la prima volta nella mia vita, ho compreso che la mia casa sono io. Sono molto legata alla mia famiglia, non mi sarei mai immaginata di stare via così tanto, però ho trovato la forza dentro di me». E in 14 mesi un momento in particolare ha svegliato quel senso di sopravvivenza, quelle situazioni in cui, solo quando ti ci trovi dentro puoi comprenderle fino in fondo. «Durante il viaggio il mio ragazzo mi ha anche lasciata, eravamo in Iran quando è successo. E per quanto io sia stata male in quel momento, in realtà gli devo un grande grazie, perché solo quando sono stata sola ho compreso il senso di questo incredibile viaggio». E se guardarsi dentro spesso può essere come ammirare un paesaggio avvolto dalla nebbia, «ho capito che per scoprire veramente sé stessi non bisogna partire con dei pregiudizi».

