La mia Ucraina sotto le bombe

Non è un viaggio della speranza. Anche se di speranze in fondo al tragitto ce ne sono molte. Che finisca la guerra. Che tutto possa tornare alla normalità. A cominciare dal silenzio interrotto dagli allarmi bomba. Che scuotono e inquietano soprattutto quando si pensa di essere preparati al conflitto. Salvo poi accorgersi che così non è. Almeno così non è stato per Maya Budkova, presidente dell’associazione Amicizia dei popoli di Lugano, arrivata a Leopoli l’estate scorsa. La sua città. «Avevo paura, una paura enorme», ammette oggi ripensando a quel viaggio di andata e ritorno dal Ticino all’Ucraina. Non un viaggio della speranza. Ma un viaggio che molti ucraini in questi due anni di guerra hanno fatto più volte. Nonostante le bombe. Le paure. Il terrore. «E ora sono preoccupata per mia madre Elvira - riprende Budkova - che a metà aprile tornerà in Ucraina per la terza volta».
Non è solo l’età della mamma a spaventare ovviamente la figlia. Anche se 83 anni sono già un’età per cui preoccuparsi per un viaggio in solitaria che durerà ore e ore e ha nella meta la parte più difficile del percorso. «Resterà a Leopoli una decina di giorni. Nel suo appartamento, che sta continuando a pagare con la sua pensione. Che però non vale più nulla. Perché se già 300 euro erano pochi prima della guerra, oggi che i prezzi sono schizzati enormemente verso l’alto, con 300 euro non si paga praticamente quasi più niente». I beni di prima necessità non mancano, «salta solo la luce ogni tanto», ma sono diventati quasi proibitivi per moltissimi. «Ho parenti che hanno fatto per tutta la vita mestieri dignitosissimi come l’insegnante - riprende Budkova - che oggi non possono permettersi di comprare il burro. Ecco perché quando gliel’ho spedito in un pacco a Natale insieme ad altri generi alimentari si sono messi a piangere per la gioia. Erano sei mesi che non lo mangiavano».
I viaggi della speranza
Ci sono pulmini che vanno ogni settimana in Ucraina. Anche se il conflitto è ancora in corso. Partono dall’Italia e fermano anche in Ticino a raccogliere chi, spendendo 100 euro a tratta, è disposto a viaggiare per almeno 24 ore prima di arrivare a destinazione. Si entra dalla Polonia, dall’Ungheria o dalla Romania. Anche se la Polonia è la soluzione migliore. Perché permette di entrare a Nord del Paese, quello che in teoria è più al riparo dal conflitto. Una volta in dogana si scende. Perché c’è da prender e un altro furgoncino. Che trasporta le persone dal confine alla stazione di Leopoli, se Leopoli è la meta di destinazione.
Due anni fa, Elvira, la mamma di Maya Budkova è dovuta scappare proprio fino al confine polacco, prima di arrivare in Ticino da sua figlia. «Ha avuto fortuna - ricorda la figlia - erano i primi giorni di marzo del 2022, la guerra era appena scoppiata e c’era un fuggi fuggi generale. Grazie a un parente sono riuscita a farla caricare su un treno prima che il convoglio arrivasse nella stazione di Leopoli. Mia mamma mi ha detto di aver assistito a scene terribili. Uomini, donne, bambini, animali. Erano tutti stipati all’inverosimile e litigavano tutti tra loro. A un certo punto mia madre ha pensato di morire».
La scelta difficile
Due anni dopo la situazione è solo in apparenza cambiata. Perché il pericolo c’è ancora. «Tutti i parenti ci dicono di non tornare, perchè si è sempre a rischio. La stessa Leopoli che sembra lontana dalla guerra in realtà non è davvero tranquilla», dice Budkova. Eppure c’è chi lo stesso si mette in marcia. Come Anastasia Stepula. Che è arrivata in Svizzera poco meno di un anno e mezzo fa. In fuga anche lei dal conflitto. «Sono nata a Leopoli, ma ho trascorso la maggior parte della mia vita a Kiev - racconta -. In Ucraina, ho lavorato nel giornalismo di moda, ma dopo la nascita di mio figlio, ho iniziato a lavorare nel sociale, sostenendo le persone con autismo in Ucraina, creando progetti di sensibilizzazione sull’autismo».
Sepula è partita proprio in questi giorni. «Sono molto grata alla Svizzera per questo anno e mezzo di vita senza bombardamenti e senza paura costante - prosegue - Grata per l’opportunità di sperimentare la pace e per il sostegno che la mia famiglia ha ricevuto. Mio figlio è autistico e qui ha molte opportunità rispetto all’Ucraina. È ben integrato, va a scuola, gioca a hockey, ha trascorso una settimana a sciare al campeggio PluSport. Ne siamo entusiasti. Ma purtroppo non abbiamo diritto all’assicurazione contro la disabilità, quindi mio figlio non ha ricevuto abbastanza terapia. Inoltre, per me non vedo alcuna prospettiva di lavoro e di carriera in Svizzera e perciò so bene di non potermi integrare». Da qui la scelta di tornare a casa. «La decisione non è stata facile - riprende Stepula - ho soppesato le questioni di sicurezza, il livello di tolleranza della società nei confronti di mio figlio e il fatto che sta davvero bene qui. Allo stesso tempo, mi sono resa conto che la guerra non sta finendo ed è improbabile che finisca nel prossimo futuro. Quindi ho capito che dovevo fare una scelta. O imparare a vivere in guerra o imparare a vivere in un altro Paese. Ho deciso di provare a imparare a vivere in guerra e di porre fine alla mia vita «in differita» che sto vivendo qui in Svizzera».
Partita e mai pentita
Una scelta di vita, l’ennesima per chi come gli ucraini due anni fa hanno visto stravolgere da un giorno all’altro le loro esistenze. Anche Elena Gavrilov ha fatto la stessa scelta. Dopo 45 giorni di lontananza dall’Ucraina e di rifugio in Ticino da un’amica, nel giugno del 2022 è tornata a Leopoli. «Le persone si dividono in due categorie -aveva detto alla Domenica - quelle che affrontano la guerra e quelle che scappano». Oggi Gavrilov è ancora lì. E non sembra affatto pentita della scelta. Difficile. Sofferta. Ma sentita. Fin dentro al midollo. Perché le persone si dividono in due categorie... «Sto bene, siamo tutti vivi - specifica riferendosi a sua figlia - non è ancora chiaro quanto durerà la guerra. Ma a Leopoli la situazione è più stabile che altrove». Ad aiutarla, a spronarla ad andare avanti, sottolinea, è il suo lavoro. Gavrilov è psicoterapeuta. «La mia professione e gli amici mi danno una mano importante. Inoltre, ho affiancato al mio lavoro anche una parte creativa. Creo gioielli in vetro. Questa attività e il mio lavoro mi permettono di mantenermi intraprendente e di non impazzire».
Abituarsi alla guerra è dunque impossibile. Ma c’è comunque chi sceglie di tornare. Altri non si fanno problemi ad andare avanti e indietro. Anche dal Ticino. «Abituarsi alla guerra è impossibile - conferma Gavrilov - come ci si può abituare al dolore? Quando però la morte è vicina, come qui in Ucraina, arriva anche il desiderio di vivere la vita al massimo, di godere di ogni momento il più possibile».
Vite al limite. Sospese. Di continuo. Con il rischio di impazzire da un giorno all’altro. O di sfidare le bombe. Come fanno quelli che non rispettano l’obbligo di abbandonare gli edifici quando scattano gli allarmi bomba. Dai supermercati ai ristoranti, dalle scuole agli ospedali. Quando suonano le sirene tutti devono chiudere per ragioni di sicurezza. E chi non si protegge, chi non cerca riparo dentro a un bunker, rischia una multa.
«Ce la faremo»
Andrey Buzarov, giornalista freelance, ad esempio è uno di quegli ucraini che non ha paura. «Io oggi, non ho paura delle bombe e dei droni - spiega - dopo un po’ la paura sparisce. Un po’ come accade forse anche in Israele, Paese nel quale ho vissuto per molti anni. Bisogna anche considerare che la guerra prima del febbraio 2022 stava durando in realtà da dieci anni». Buzarov ha ragione. Un conflitto in Ucraina c’era già. Ma era nel Sud-Est del Paese, tra le forze separatiste del Donbass e le forze governative ucraine. Vivere così, sempre sospesi e sotto gli attacchi russi, non è comunque facile. Anche se ci si può fare l’abitudine. «Le principali difficoltà sono le conseguenze stesse della guerra - continua Buzarov -. Gli attacchi missilistici russi non distinguono tra civili e militari, non fanno differenze tra bambini e adulti, come è successo con l’ultimo attacco a Odessa. Poi c’è l’impatto economico della guerra, che è enorme: i russi stanno cercando di distruggerci come Paese».
Ecco perché è impossibile fare progetti a lungo termine. «La situazione cambia ogni giorno e non puoi fare piani. Ma i progetti di Mosca falliranno. L’Ucraina rimarrà un Paese indipendente. E rimarremo nell’area d’influenza dell’Occidente, non dell’Asia. Il nostro futuro dipende molto dai nostri alleati, ma allo stesso tempo noi stiamo costruendo il nostro futuro . Ci riprenderemo, diventeremo un Paese solido e uno scudo per l’Europa anche dal punto di vista militare».
