«La Svizzera non deve diventare come la Francia»

Dopo aver combattuto la Lex Netflix ed aver promosso l’iniziativa sulle pensioni (che voleva alzare l’età pensionabile a 66 anni), ora i Giovani Liberali Radicali (GLR) hanno annunciato il lancio di una nuova iniziativa popolare per frenare la crescita dell’apparato statale. «La continua espansione dell’Amministrazione federale mette a rischio il modello di successo della Svizzera», avverte il presidente nazionale dei GLR, il 22.enne studente di diritto Jonas Lüthy.
Signor Lüthy, sembra un’iniziativa UDC.
«Trova?».
In Ticino è in primo luogo l’UDC che vuole limitare i dipendenti pubblici.
«Il contenimento della crescita dello Stato è uno dei punti del programma del PLR. A Soletta è stato il PLR a lanciare l’iniziativa per un tetto massimo al numero di funzionari, a Basilea Città l’abbiamo lanciata noi GLR, così come a Basilea Campagna. A Zurigo, è vero, c’è un’iniziativa dell’UDC. Penso che questo sia un tema che sta a cuore a chiunque voglia salvaguardare il modello di successo della Svizzera».
I circa 40’000 dipendenti della Confederazione sono troppi? Altri Paesi, come la Francia, ne hanno infinitamente di più.
«Infatti, vediamo tutti come va l’economia francese... Chiaramente è possibile seguire l’esempio della Francia. Noi preferiremmo consegnare alle generazioni future le stesse condizioni quadro che hanno garantito il benessere del nostro Paese. Per farlo occorre porre un freno a questo Stato che continua a crescere e immischiarsi in sempre più ambiti».
Se lo Stato cresce, non è magari perché crescono anche le esigenze?
«Lo Stato cresce perché la politica continua ad assegnargli sempre più compiti. Noi riteniamo che lo Stato debba concentrarsi sui suoi compiti di base e ritirarsi dagli ambiti in cui il suo intervento non è necessario».
Volete snellire lo Stato?
«No, la nostra non è un’iniziativa contro lo Stato o contro i funzionari. Non prevede il taglio di alcun posto di lavoro. Noi vogliamo solo che lo Stato non cresca più velocemente dell’economia, ciò che oggi è purtroppo il caso. Vogliamo riportare il rapporto tra pubblico e privato nei giusti binari».
Voi dite che i funzionari guadagnano troppo.
«Non lo diciamo noi bensì uno studio dell’Istituto di economia politica svizzera (IWP)dell’Università di Lucerna. A parità di funzione e competenze, nel pubblico si guadagna l’11% in più che nel privato. Questa differenza falsa la concorrenza, fa sì che molti professionisti di valore lascino il privato per andare a lavorare per la Confederazione».
Non è positivo se la Confederazione riesce ad attrarre i migliori talenti?
«Sì, ma anche le aziende private hanno bisogno dei migliori talenti. Non dimentichiamo che sono le aziende a fare innovazione, a sviluppare servizi, a creare nuovi prodotti, a esportare, a generare quel valore che permette di finanziare anche gli enti pubblici».
Pensa che i funzionari sosterranno l’iniziativa?
«Penso che questa iniziativa vada anche nel loro interesse. Ci sono già diversi funzionari che ci hanno fatto pervenire messaggi di sostegno. Nemmeno loro sono contenti di continuare a vedersi attribuire nuovi compiti dalla politica. Oltretutto un apparato statale troppo grosso diventa più difficile da gestire. In politica ci sono stati vari tentativi di frenare questa tendenza, ma sono stati tutti respinti. Quindi è tempo per un’iniziativa popolare».
È un’altra iniziativa coraggiosa.
«È vero. Credo che sia nostro compito, come movimento giovanile, sollevare quei temi che i partiti maggiori hanno timore a sollevare».
Voi Giovani liberali radicali dite di essere il più forte movimento giovanile della Svizzera.
«Il più forte movimento giovanile borghese. Credo che i Giovani UDC abbiano più membri di noi, ma solo sulla carta. Noi siamo molto più attivi nei dibattiti, nel portare nuove soluzioni, nel far crescere nuovi talenti».
Tra voi e la GISO chi è più forte?
«Anche loro sono molto attivi. Ma non spetta a me dire che siamo più forti di loro. Dovrebbe dirlo un politologo. Ma se non lo dicesse, gli direi che si sbaglia... (ride)».
Lei come è diventato di destra in una città, Basilea, molto di sinistra?
«A formarmi politicamente è stata soprattutto la partecipazione al concorso «La gioventù dibatte», che ho vinto nel 2021. Lì a ognuno viene assegnata una posizione su un tema, pro o contro, e poi si dibatte. È stato molto utile per rendersi conto che anche gli argomenti della controparte possono essere validi. È un’esperienza che mi ha insegnato il valore del confronto e che mi porto sempre dietro».
Oggi diventa sempre più difficile dibattere.
«È vero, la cultura del dibattito ha molto sofferto negli ultimi anni. I media sociali, e i media in generale, spingono alla polarizzazione. Gli argomenti vengono presentati in modo più aggressivo, c’è una sorta di riarmo retorico che non favorisce il dialogo. Perché se si utilizza sempre il massimo dei superlativi, si dimentica che a volte si può anche lasciare il campanile al centro del villaggio. Tuttavia, io credo che in Svizzera ci sia ancora una cultura del dibattito e che sia in migliore salute che all’estero. Spetta a tutti noi cercare di preservarla».
Lo scorso fine settimana Ignazio Cassis ha dovuto fuggire dai manifestanti inferociti.
«Trovo scioccante ciò che è accaduto. In Svizzera c’è sempre stato un certo rispetto per i consiglieri federali, che hanno sempre potuto muoversi liberamente e avere una vita privata al di fuori dalla politica. Dobbiamo riuscire a distinguere tra il contenuto e politico e la persona. È qualcosa di molto svizzero essere in grado di discutere anche con chi non condivide la nostra opinione. Oggi vediamo un aumento delle minacce, dei tentativi di mettere a rischio la cultura del dialogo. Non è buono per la Svizzera».
