Salute

La vita oltre la vita

«Ogni anno in Ticino da 8 a 14 persone scelgono di donare i propri organi»
© KEYSTONE / MARTIAL TREZZINI
Giorgia Cimma Sommaruga
19.02.2023 10:00

Nel 2022 sono state 570 le persone, in tutta la Svizzera, a ricevere un organo. Nella maggior parte dei casi ha salvato loro la vita. Tuttavia, secondo i dati forniti dall’UFSP, l’Ufficio federale della sanità pubblica, sono ancora troppo pochi i donatori. Il 15 maggio dell’anno scorso, la popolazione svizzera, ha votato sì, con il 60,2% di voti favorevoli, al modello del consenso presunto per la donazione degli organi secondo il nuovo disciplinamento che entrerà in vigore nel 2025. Tra due anni chi non vorrà che i propri organi e tessuti vengano donati dopo la propria morte, dovrà dichiararlo espressamente.

Donare dopo la morte
Nel 2022 sono state 164 le persone decedute che hanno donato uno o più organi. A comunicarlo è l’UFSP che precisa: «In totale sono stati donati 469 organi da persone decedute». Infatti con il decesso dell’individuo i suoi organi possono essere trapiantati nel corpo di persone gravemente malate. Ma anche i tessuti possono salvare delle vite, o migliorare situazioni drasticamente compromesse. «Una valvola cardiaca - per esempio - può aiutare un bambino con un difetto cardiaco e una cornea può impedire la cecità», comunica l’Ufficio federale della sanità pubblica. Tuttavia, per il momento, sino all’entrata in vigore del nuovo disciplinamento, è indispensabile compilare la tessera del donatore se si desidera donare i propri organi dopo il decesso. Lì si può scegliere quali organi e quali tessuti donare, diversamente, comunica l’UFSP: «In mancanza di una dichiarazione di volontà della persona deceduta, gli stretti congiunti decidono nel rispetto della sua volontà presunta e se non sono reperibili o non si esprimono in merito, il prelievo di organi, tessuti o cellule non è consentito».

In Ticino dal 2012 è nata l’associazione Insieme per ricevere e donare. «Il nostro scopo - spiega Maria Grazia Buletti divulgatrice scientifica e membro del comitato -, è quello di stimolare i ragazzi a collaborare con la nostra associazione, per questo organizziamo dibattiti e conferenze con testimonianze nelle scuole superiori e professionali. Cerchiamo di fare informazione su questo delicato tema con l’obiettivo di portare i giovani a discutere serenamente attorno alla donazione di organi». E poi, precisa Buletti: «Non abbiamo l’obiettivo di convincere nessuno a donare, è molto importante che ciascuno abbia la propria idea, ma per crearsela è necessario avere i giusti strumenti di riflessione». Il Ticino è sempre stato «un fiore all’occhiello svizzero in campo di donazioni: ogni anno - continua Buletti - dalle 8 alle 14 persone hanno scelto di donare i propri organi regalando nuova vita e speranza a tante persone».

La vita regala vita
Tra i 612 organi donati lo scorso anno, 116 provenivano da persone viventi. Infatti determinati organi, tessuti e cellule staminali, possono essere donati anche da persone in vita. Tuttavia, comunica l’UFSP, «la donazione da vivente deve essere pianificata molto scrupolosamente e preparata sull’arco di diversi mesi». Inoltre, visto che la maggior parte delle donazioni da vivente avviene in ambito familiare, possono sorgere problemi di compatibilità. «La donazione di un rene da parte di un donatore vivente a una persona cui è unito da un legame affettivo non è sempre possibile. Con una donazione incrociata tra vivi, tuttavia, è possibile un’attribuzione «incrociata» di organi a riceventi adatti».

La ASDVO, Associazione svizzera delle donatrici viventi, nata nel 2004, unisce tutti i membri che hanno donato un organo, solitamente si tratta di un rene o parte del fegato. «I pazienti trapiantati - comunica l’ASDVO -, sono ben rappresentati in organizzazioni come Swisstransplant o altre locali. I controlli medici sono organizzati regolarmente come lo richiede un intervento del genere. Tuttavia le donatrici dopo l’intervento si sentono spesso lasciate sole, soprattutto per quanto riguarda questioni mediche ed assicurative e non da ultimo anche in caso di problemi psicologici. Il Registro svizzero dei donatori d’organo ha riconosciuto questa problematica e si è impegnato per trovare delle soluzioni. Così è nata la nostra associazione. E che ce ne fosse un effettivo bisogno, lo testimonia l’immediata adesione di 200 membri in breve tempo».

La testimonianza: «Vent'anni fa la mia prospettiva di vita è cambiata in un attimo»

«Il trapianto non è unidirezionale». Inizia con queste parole la storia di Andreina. Aveva 35 anni quando la sua vita cambiò radicalmente. Una chiamata arrivata in una di quelle mattine in cui sei sopraffatto dalla tua quotidianità. Stanca e sofferente. «L’intervento si può fare». E poi la corsa in ospedale. Nove ore in sala operatoria. La speranza e poi l’incontenibile commozione. «Ora, più lucidamente, seppur sempre emozionata a parlarne, posso dire che il trapianto è la salvezza di due organismi viventi: quello della persona trapiantata che lotta per la sua sopravvivenza, e quello dell’organo o degli organi - nel mio caso due, pancreas e rene - che lottano per la loro. Ed entrambi, da soli, non hanno speranza, mentre uniti si salvano».

Andreina ripete che quell’organo non è suo, «è parte di un’altra persona, io sono soltanto la custode, il grembo accogliente. Non dimenticherò mai chi, morendo, mi ha donato la speranza, la vita. Anzi. Ogni giorno, ne rivivo in ogni istante l’agonia. Perché da quella morte è scaturita la mia vita».

Sono passati 19 anni, «e da qundo sono uscita dall’ospedale ho cercato di onorare ogni singolo istante aiutando gli altri, la chiamo «la mia seconda vita». Certamente non è stato facile inizialmente, non mi voglio focalizzare sull’aspetto della sofferenza fisica, ma di quella psicologica: ricordo che mi chiedevo: «Mi merito questo dono?». Accanto a me persone fantastiche mi hanno insegnato ad accettare, a non sentirmi in colpa».

Il suo sorriso è grato, accarezza il cuscino che tiene in grembo, «quando parlo con i giovani che incontro non manco mai di rammentare che il mio era un donatore multiorgani, non ha salvato solo la mia vita. Di lui so poco e niente, ma è grazie alla sua famiglia che ha saputo - pur in un momento così straziante - dare una testimonianza di grande sensibilità permettendo, attraverso il consenso alla donazione, a me e agli altri pazienti di essere trapiantati e di poter avere una possibilità di vita. Di guardare al futuro».