L'Africa di Piero Marchesi «è meravigliosa»

«L’Africa è meravigliosa», scriveva Christoph Blocher di ritorno da uno dei suoi tanti viaggi sul continente nero. L’ex consigliere federale UDC descriveva la sua fascinazione per l’imponenza della natura, la maestosità dei leoni, le strutture sociali degli elefanti. Allo stesso tempo Blocher sosteneva che gli africani non avessero la mentalità per essere un popolo industriale e che i miliardi spesi nell’aiuto allo sviluppo non servissero a nulla: «Finiscono spesso nelle tasche sbagliate e incentivano l’emigrazione verso i Paesi che li versano». Una tesi che il consigliere nazionale UDC Piero Marchesi ha voluto verificare in prima persona, in un viaggio tra Ruanda e Repubblica democratica del Congo insieme al consigliere federale Ignazio Cassis e alla collega Petra Gössi.
Signor Marchesi, ha ragione Blocher?
«Per quanto ho potuto vedere sul terreno, sì. L’Africa è un continente affascinante, con potenzialità enormi. Ma è altrettanto vero che nel sistema degli aiuti umanitari e allo sviluppo ci sono sprechi evidenti. La mia impressione, confermata da chi lavora sul posto, è che una parte importante dei fondi non generi risultati concreti. Questo rafforza la posizione che l’UDC sostiene da anni: servono più controllo, più efficienza e una riduzione degli aiuti. Prima vengono i bisogni della nostra popolazione».
Come fa a dire che ci sono sprechi?
«Lo dicono le stesse persone attive nelle associazioni sul posto. Dicono che ora che Donald Trump ha tagliato drasticamente i fondi, loro devono tornare a occuparsi dell’essenziale. Ammettono dunque che finora, dato che non c’erano problemi di budget, sono stati buttati via soldi in progetti che non hanno né portato aiuto né favorito lo sviluppo economico».
Ha un esempio concreto?
«Abbiamo visitato la sede della MONUSCO, la missione ONU attiva in Congo da oltre vent’anni. Parliamo di una delle operazioni più costose al mondo, finanziata dalla comunità internazionale, Svizzera compresa. In un quarto di secolo, il budget complessivo si aggira sulle decine di miliardi di dollari. Con risorse di questa portata ci si aspetterebbero risultati ben più incisivi per la stabilità e lo sviluppo della regione».
Si sono mangiati i soldi?
«Non è una questione di mangiarsi i soldi. Il punto è che strutture di queste dimensioni tendono ad autoalimentarsi. I loro rapporti di valutazione sono interni e spesso mancano di una verifica indipendente. Questo porta a poca trasparenza sull’efficacia reale degli interventi. La riduzione dei fondi sta finalmente costringendo molte di queste organizzazioni a ridefinire le priorità e a concentrarsi, finalmente, sull’essenziale».
Si può dire che Trump ha fatto un assist all’UDC?
«Trump ha posto fine a un periodo in cui l’aiuto allo sviluppo veniva considerato una vacca sacra. Trump obbliga tutti, anche la Svizzera, a ripensare la politica degli aiuti».
La Svizzera deve continuare ad aiutare i Paesi del Terzo mondo o potrebbe anche chiamarsi fuori?
«L’aiuto umanitario è tradizionalmente un’attività svizzera. Io posso sostenere un impegno in tal senso. Però deve esserci una chiara strategia. Perché negli ultimi anni la spesa, anche in Svizzera, è cresciuta a dismisura ma i risultati si faticano a vedere. E se mancano i risultati significa che i soldi non sono usati in modo ottimale. Pertanto vanno ridimensionati».
Lei come utilizzerebbe i soldi?
«È necessario concentrarsi sull’aiuto umanitario, che salva le vite. Il problema è che l’Occidente ha sempre trattato, in particolare gli aiuti allo sviluppo, in modo un po’ colonialista, anche con un certo senso di colpa. Questo sentimento ha portato ad aumentare in continuazione il budget senza mai rimettersi in discussione. Ora è giunto il momento di ridurli, anche perché i soldi mancano in patria e i cittadini giustamente si chiedono perché dobbiamo spendere tutti questi miliardi all’estero quando anche da noi si sta meno bene».
Non teme che un disimpegno possa favorire un aumento dell’immigrazione?
«Non parlo di disimpegno, ma di efficacia. Spendiamo miliardi ogni anno e tuttavia l’immigrazione economica aumenta. Questo dimostra che la strategia attuale non funziona. L’obiettivo deve essere aiutare le persone a migliorare le loro condizioni nel proprio Paese, non creare dipendenze che poi alimentano ulteriori partenze».
Le persone con cui ha parlato in Africa hanno manifestato interesse a emigrare in Svizzera?
«È evidente che l’Europa, e la Svizzera in particolare, sono viste come terre di opportunità. Anche perché chi arriva e riesce a restare — magari senza averne davvero diritto — alimenta l’idea che tutto sia possibile. È un meccanismo che dobbiamo interrompere, riducendo l’attrattività del nostro Paese per l’immigrazione economica».
L’Africa cresce demograficamente, l’Europa è in calo. Un travaso non è inevitabile?
«No, non è inevitabile. Un continente intero non può trasferirsi in Europa e non sarebbe sostenibile per nessuno. Servono politiche che creino prospettive nei Paesi d’origine e controlli rigorosi alle nostre frontiere. Senza risultati nei Paesi beneficiari e senza ordine in casa nostra, non ne usciremo mai».
Tornerà in Africa con la famiglia?
«Ho viaggiato molto ma conosco ancora poco l’Africa. Perché no? È un continente ricco di diversità e opportunità. Ma la mia missione era istituzionale e con uno scopo ben preciso».
Dunque le è piaciuta?
«Ho visto due realtà molto diverse. Il Ruanda è sorprendentemente moderno, organizzato e sicuro. Il Congo, invece, mostra tutta la complessità dell’Africa: grande vitalità, ma anche grandi difficoltà. Kinshasa è una città affascinante ma estremamente caotica e segnata da contrasti».
Ci sono pochi ricchi e tanti poveri?
«Sì, ed è uno degli elementi che colpiscono di più. Le differenze sociali sono molto marcate e la sicurezza è un problema reale».
In conclusione, non ha il mal d’Africa come Christoph Blocher?
«No, ma sono contento del viaggio. Mi ha permesso di vedere da vicino cosa non funziona negli aiuti internazionali e di capire dove la Svizzera deve correggere la sua politica. Il nostro Paese può continuare ad aiutare, ma in modo più serio, più concreto e più responsabile verso i contribuenti svizzeri».
